È da poco che Colin Firth è diventato Colin Firth. Prima, per tanti anni di pur gloriosa carriera, era un volto che si incontrava di frequente sullo schermo ma a cui il grande pubblico raramente associava un nome e un cognome. Era stato uno dei pretendenti di Bridget Jones e uno dei padri canterini di Mamma mia!, senza contare le partecipazioni a successi come Shakespeare in love o Love actually. Poi, un anno fa, è arrivato l’Oscar da protagonista per Il discorso del re, storia vera ed edificante sulla balbuzie di re Giorgio VI. Ed è stato come se in quel momento tutti gli avessero finalmente dato un nome e un cognome, insieme al patentino di star.
Quando si siede di fronte a me, dopo avere perfettamente scandito: «Buongiorno, piacere di conoscerla» (merito della moglie romana, Livia Giuggioli, produttrice e madre dei suoi due figli, Luca, 10 anni, e Matteo, 7), ha più l’aria del londinese che passeggia
per Hyde Park che del divo di fama internazionale. Parliamo de La talpa, il film in uscita il 27 gennaio tratto dal bestseller di John le Carré: una vicenda di spie al servizio di Sua Maestà ai tempi della Guerra Fredda, dove Colin Firth recita al fianco di Gary Oldman. Quando ci si mette a parlare di spionaggio con un inglese, è inevitabile
che entri in ballo James Bond.
«Ci ho pensato anch’io» dice Firth. «Amo i film di 007, come tutti i miei connazionali, ma gli agenti di Le Carré sono molto diversi:
sono spinti da motivazioni più intime,
l’azione non è fine a se stessa e i personaggi sono essere umani che vivono conflitti interiori. Per questo sono spesso storie
di gruppo, senza un vero eroe».
Dopo un anno così intenso, fa effetto vederla in un ruolo non da protagonista.
«L’importante, come attore, è che quella che mi viene offerta sia una bella parte, e questa sicuramente lo è. Per il resto, non vedo nessuna differenza, a parte il fatto di essere meno impegnato durante la promozione!».
Il film è ambientato nel passato: chi sono invece secondo lei le talpe di oggi?
«Lo scenario è cambiato ma gli argomenti sono di stretta attualità: penso alla pubblicazione di documenti riservati
sul sito Wikileaks e alle intercettazioni telefoniche illegali che hanno coinvolto
i giornali di Rupert Murdoch. Le
persone hanno ancora segreti, e c’è
chi è disposto a smascherarli».
Sembra un sostenitore della “teoria
del complotto”: crede davvero
che ci sia sempre dietro qualcosa?
«Non arrivo a tali livelli di paranoia, però a volte rifletto sul fatto che tutto quello
in cui abbiamo creduto negli ultimi 30 anni potrebbe essere in parte falso, nascondere ombre su cui non sarà fatta luce».
Tema chiave de La talpa è il tradimento degli amici. A lei è mai capitato di sentirsi tradito da una persona che credeva di fiducia?
«Non che mi ricordi. Gli “amici” del film sono spie, svolgono il lavoro più privato del mondo: fare l’attore è tutto fuorché privato».
Soprattutto dopo avere vinto un Oscar.
«Per ora è solo una nota in più nelle biografie! Certo, quel riconoscimento ha avuto un effetto dirompente, ma penso sia ancora presto per parlare di un vero cambiamento nella mia vita».
Anche lei, come molti suoi colleghi, ha il vezzo di tenere la statuetta in bagno?
«L’Oscar non so mai bene dove sia, lo prende Matteo, il mio figlio più piccolo, per giocarci: un giorno l’ha persino portato a scuola!».
Ha raggiunto fama e riconoscimenti col tempo, si direbbe che lei è un tipo “diesel”.
«Confermo. Non mi sono mai imposto di diventare famoso per forza, di volere un giorno i paparazzi sotto casa, cosa che infatti non succede neanche oggi. E poi magari tra dieci anni vivrò in campagna e coltiverò vigneti».
Che cosa pensa del nostro Paese, visto che lo conosce da vicino e in Umbria ha una casa?
«L’Italia mi confonde, tutto è un paradosso.
È facile innamorarsi di voi, è una passione divorante... Ma ormai con l’Italia mi sono sposato: devo tenere a bada le passioni!».
Se dovesse scegliere una sola pellicola tra quelle che ha interpretato?
«I film che ho fatto si riferiscono al mio passato, anche per questo non li riguardo quasi mai, anzi alcuni credo proprio
di non averli visti. Di sicuro A single
man di Tom Ford (dove interpretava un professore omosessuale che meditava il suicidio, ndr) è stata un’esperienza indimenticabile come attore».
In quel film era impeccabile: sa che è universalmente riconosciuto come uno degli uomini più eleganti del mondo?
«Chieda ai miei figli quanto sono elegante
quando li accompagno a scuola la mattina!».
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