Prendete tre donne speciali con un buon reagente emotivo, mettetele su un set e vedete cosa succede. Ha provato l’esperimento Rocco Papaleo, che per il suo nuovo film Il bene comune, storia di un gruppo di detenute portate in viaggio-premio sul monte Pollino, ha puntato su un cast quasi tutto femminile, affidando i ruoli chiave a tre attrici all’apparenza diversissime: Claudia Pandolfi, Teresa Saponangelo e Vanessa Scalera. La chimica è stata immediata. Come dimostrano le foto di questo servizio fotografico.

Il Bene Comune: il nuovo film di Rocco Pappaleo
Il viaggio, ovviamente, non è stato solo un esercizio di gambe e di fiato, nel massiccio che unisce la Basilicata alla Calabria, su su tra boschi di faggi e canyon, alla ricerca del Pino Loricato, pianta secolare che resiste a tutto. È stata più un’escursione dell’anima, tra i crepacci di ferite difficili da ricucire e gli strapiombi che a volte interrompono il cammino, facendoci perdere la strada.
La morale è che, alla fine, c’è sempre un modo per tornare in carreggiata. E che nessuno si salva da solo. Qualunque sia l’errore o il dolore da riparare, si può guarire solo stando insieme. Allungando una mano. Trovandosi.
Invito al cinema con Donna Moderna
Il 10 marzo alle ore 19.30 ti aspettiamo all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano, in piazza XXV Aprile, per l’anteprima del film Il bene comune. Prima della proiezione, chiacchiereremo con il regista e protagonista Rocco Papaleo. Per partecipare clicca qui.
Intervista a Vanessa Scalera, Teresa Saponangelo e Claudia Pandolfi insieme nel film Il bene comune
Un cast a prevalenza femminile, un regista originale e sognatore: com’è stato lavorare a questo film?
Vanessa: «Come una vacanza. Era estate, siamo partiti da Lauria, il paese di Rocco, e ci siamo spostati a Morano Calabro, in montagna, con un clima fantastico. Nell’agriturismo in cui alloggiavamo abbiamo creato una specie di comune. Si scendeva a colazione in ciabatte e si stava tutto il giorno insieme. Finite le 8 ore sul set, si continuava a parlare delle scene a cena. Era come essere in famiglia, e questo ovviamente dipendeva da Rocco, che rende ogni cosa semplice».
Teresa: «La fortuna è stata girare fuori Roma perché, se passi tutto il tempo con gli altri, si crea una certa confidenza e intimità. Una condivisione che serve ad accorciare le distanze ed è utile al film. Rocco è uno che rimaneggia la sceneggiatura di continuo e tante volte capitava di rivedere insieme al mattino le scene che avremmo girato in giornata».
Claudia: «Tutto questo ha reso l’atmosfera sul set estremamente rilassata e leggera. Anche se Rocco era concentratissimo. Lui ha il dono di essere insieme molto profondo e molto lieve. La sua malinconia è compensata da una grande empatia e ironia, che permeano tutto il clima attorno».
Era la prima volta che lavoravate insieme, cosa vi ha colpito di più delle altre?
Teresa: «A me ha colpito l’ironia di Claudia e di Vanessa. Questa capacità di giocare sempre e di non prendersi troppo sul serio».
Claudia: «Teresa già la conoscevo, ma per motivi personali: portavamo i figli nello stesso posto a fare sport. Poi abbiamo avuto un maestro in comune ai nostri esordi, Paolo Virzì. Vanessa e il resto del cast (Rosanna Sparapano, Livia Ferri, Andrea Fuorto, ndr) sono stati una bella sorpresa. Ma devo dire che mi aspettavo esattamente quello che ho trovato. Cioè, belle persone».
Vanessa: «Claudia ha una grande umanità, è spontanea, limpida, una con cui è semplice entrare in sintonia, un po’ come Rocco, fa subito gruppo. Teresa è simpatica da morire, mi ha fatto molto ridere».
Mi raccontate i vostri personaggi?
Claudia: «Siamo un gruppo di donne a fine detenzione. Tutte hanno un nodo dentro, un dolore che le accomuna, ma ognuna lo gestisce in maniera diversa. Il mio personaggio, Samanta, deve liberarsi dal fardello di una relazione violenta. E l’unico modo che trova per rendersi autonoma è diventare una delinquente. Ovviamente, ne paga le conseguenze. Il prezzo più alto non è il carcere, ma l’allontanamento del figlio, che viene affidato in via esclusiva al padre. Ha dentro una rabbia sorda, a cui trova ristoro suonando l’ukulele. È sempre sul confine tra positività e cupezza, un’inquieta».
Teresa: «Io sono Gudrun, una donna chiusa, diffidente, con una storia familiare complessa. Ha una sorella che ha bisogno di farmaci molto costosi. Per procurarglieli perde il suo posto da infermiera, ribellandosi a un abuso di potere e mettendosi a rubare in un supermercato. Per questo è molto avvilita, ma il confronto con le altre donne le restituisce la fiducia e la possibilità di aprirsi».
Vanessa: «E qui subentro io, Raffaella, un’attrice un po’ fricchettona che ha scelto di rimanere nel suo paese non perché si accontenti, ma perché ama quello che fa e sa che può essere utile agli altri. Infatti dà lezioni di teatro al gruppo di detenute, insegnando loro l’esercizio della fiducia, che consiste nel buttarsi all’indietro, sapendo che qualcuno le raccoglierà. L’arte e la musica hanno sempre, nel cinema di Rocco, una funzione “terapeutica”. Quasi salvifica».

Vanessa Scalera indossa uno smoking di lana e seta, Tom Ford. Make up Maurizio Fazzini using Sisley e Chanel. Hair Domenica Ricciardi @cotrilspa. Foto Roberta Krasnig
Vanessa, a differenza del tuo personaggio, tu hai lasciato il tuo paese in Salento a 19 anni per fare teatro a Roma. Cosa cercavi?
Vanessa: «Il mio posto nel mondo. Ero confusa, com’è normale esserlo a quell’età. Il teatro mi ha dato uno scopo per alzarmi al mattino, una direzione. Stando lì ho capito che era esattamente quello che volevo fare, tra persone che si nutrivano dello stesso fuoco. Mi sono aperta al mondo e ho sorriso di più. Ho ancora un entusiasmo vivido per questo mestiere. È questo che mi accomuna a Raffaella, anche se abbiamo storie diverse».
Reciti da molti anni, ma la notorietà è arrivata tardi, grazie a una serie tv, Imma Tataranni, che torna l’8 marzo su Rai 1 con la quinta stagione.
Vanessa: «Non ho mai fatto questo mestiere mossa dal mito della fama, ma non posso negare che essere fermata per strada, sentire la gente che mi dice “brava” mi fa un grande piacere. Il vantaggio della notorietà è che faccio più cose che mi piacciono. Ma, se fosse arrivata prima, non credo che sarei cambiata. Claudia è sotto i riflettori da quando ha 18 anni ed è rimasta una persona normale, coi piedi per terra. Credo che per me sarebbe stato lo stesso. La verità è che io non mi percepisco famosa. E c’è una parte di me che ancora ambisce all’anonimato».

Queste donne hanno sbagliato nella vita non per cattiveria, ma perché dovevano salvarsi. Eppure vengono punite. La giustizia non è sempre giusta?
Teresa: «Eh, è una bella domanda, perché ti mette di fronte ai limiti della giustizia. I giudici sono chiamati ad applicare la legge senza sapere cosa c’è stato prima, cosa ha portato a sbagliare. Purtroppo non è possibile scandagliare la vita di una persona. Ma chi ha la responsabilità di assolvere o condannare dovrebbe avere delle doti di empatia, sensibilità e intuito che gli consentano di entrare nelle pieghe di un reato. Ci sono figure con un grande bagaglio umano ed etico in grado di fare questo, ma non è scontato, molte si fermano al fatto in sé».
Claudia: «Il lavoro che dovrebbe fare una società giusta è agire prima. Per evitare che il disagio diventi patologico, a volte criminale, bisognerebbe lavorare sull’educazione affettiva delle persone. Invece su questo fronte non si fa niente. I femminicidi sono figli di questa cecità».
Samanta si ribella al marito violento. Ma sappiamo che tante donne non ce la fanno.
Claudia: «Più che ribellarsi, cerca una via d’uscita per salvare sé e suo figlio. Lo fa in modo sbagliato, ma ci prova. La violenza nasce spesso nel contesto domestico e i numeri sono agghiaccianti. È una piaga inaccettabile a cui dovrebbero ribellarsi non solo le donne, ma anche gli uomini, perché è un problema che riguarda tutti».
L’educazione all’affettività inizia in famiglia. Voi che messaggi passate ai vostri figli?
Claudia: «L’unico messaggio che passa è l’esempio. Quando insegni a tuo figlio a mangiare, lui lo impara semplicemente guardandoti. Lo stesso dovrebbe essere per la comunicazione emotiva. Io i miei figli (Gabriele, 20 anni, e Tito, 10, ndr) li educo mostrando una donna che non accetta la supremazia maschile e che lavora su questo tutti i giorni. Una scelta che si riflette in ogni aspetto della mia vita, nelle decisioni che prendo, nel rapporto che ho con i loro padri (Roberto Angelini e Marco De Angelis, attuale compagno, ndr). Contano anche i modelli maschili che i ragazzi hanno in famiglia. E il dialogo. È importantissimo parlare con loro di questi temi. Ma certo poi, fuori, ci vuole anche il supporto delle istituzioni».
Teresa: «Un aspetto da non sottovalutare è il linguaggio. Quando tuo figlio ti dice: “Non so se farmi quella”, intanto va spiegato che potrebbe essere lei a volerti, o a non volerti, fare, e poi insegnato che si possono usare espressioni diverse. Certi modi di dire già mostrano piani sbilanciati, dove è lui che sceglie e lei che si sottomette. Come se le donne fossero cose. Ma forse va fatto un reset anche del femminile. Perché, proprio nel momento in cui le ragazze rivendicano una loro autonomia nella sfera sessuale, c’è il rischio che adottino modalità maschili nell’offrirsi o nel mostrarsi, che le riportano indietro di decenni. La proposta di se stesse solo dal punto di vista fisico, con l’esibizione di parti di corpo come fossero bambole gonfiabili, è una forma di oggettificazione terribile. A me sembra che i modelli di emancipazione che vengono proposti oggi siano molto retrogradi».

catenella Seafarer e jeans Cigala’s. Make up Giovanni Pirri @Simone Belli Agency. Hair Silvia Massucci @Simone Belli Agency. Foto Roberta Krasnig
E come si possono offrire modelli migliori?
Teresa: «Tornando all’idea di gruppo che racconta il film di Rocco. Stare insieme, confrontarsi ci fa superare quella dimensione puramente esteriore che diamo di noi stessi, omologata, standardizzata, tirando fuori ciò che di unico abbiamo dentro. La nostra reale bellezza. Dovrebbero essere imposti ai ragazzi dei laboratori, dopo la scuola, per incontrarsi, parlare, usare varie forme di arte, per conoscersi e creare un legame di fiducia. Questo dovrebbero fare le istituzioni: mettere a disposizione spazi che aiutino i giovani a uscire dal loro isolamento. Le solitudini creano mostri».
Claudia, tu hai iniziato la tua carriera giovanissima. Michele Placido ti vide 17enne a Miss Italia e ti chiamò. Senza quella telefonata saresti diventata attrice?
Claudia: «Forse no. Facevo ginnastica artistica e pensavo di iscrivermi all’Isef. Probabilmente oggi sarei un’insegnate di educazione fisica, sempre in tuta. Oppure avrei fatto l’architetto, perché mi piaceva disegnare. Invece per caso venni selezionata per Miss Italia, dopo aver vinto un concorso locale. Placido mi notò e mi chiamò perché cercava ragazze di Roma per un film. Quella telefonata mi ha cambiato la vita».
Era il 1992, quel film si intitolava Le amiche del cuore. Tu ne hai di amiche o amici del cuore?
Claudia: «Molti. In primis mia sorella, che è sempre stata una figura cardine nella mia vita, ma oggi di più, è come se ci fossimo riscelte. Poi ci sono alcune colleghe, come Giulia Bevilacqua, con cui ho un rapporto strettissimo da più di 20 anni, infatti la chiamo “mia moglie”. E la mia manager Federica. Tra i maschi, non posso non citare il mio primogenito Gabriele, con cui ci parliamo ormai da adulti».
E il tuo compagno Marco De Angelis? State insieme da 12 anni, ma so che vivete in case separate.
Claudia: «Abbiamo un rapporto speciale, ma le relazioni, soprattutto quando sono durature, devono riformularsi ogni tanto, non chiudersi in perimetri stretti. Non è il luogo a determinare un legame, ma quello che ci sta dentro. Io da piccola ho vissuto tra la casa dei miei genitori e quella dei miei nonni e mi sono sentita amatissima. Personalmente trovo riduttivo parlare di coppia o famiglia tradizionale, di nuclei deputati all’amore, quelle sono tutte costruzioni, non sono garanzia di affetti sinceri o stabilità. Basta vedere Samanta nel film: ha una bella casa borghese, “nella norma”, ma non si sente per niente felice o sicura».
Può nascere l’amicizia in età adulta?
Teresa: «Assolutamente. Ed è preziosa. Sono legami nati sulla base di gusti, passioni, affinità che si alimentano a vicenda».
Vanessa: «Il lavoro, soprattutto a teatro, ha favorito tante belle amicizie nel corso degli anni. Un legame forte che ho costruito “da grande” è quello con Barbara Ronchi. Però ho anche una cara amica di vecchissima data, che vive nel mio paese e che ormai è quasi una sorella. Io non ho figli, lei ne ha tre, mi sento un po’ la loro zia».
Si dice che le donne non sanno veramente essere amiche, perché si fanno la guerra. Soprattutto in ambienti competitivi come quello dello spettacolo.
Teresa: «Penso che il nostro mestiere non sia diverso da altri: anzi, c’è una qualità umana superiore, perché si fa tanto lavoro su se stessi. Per quanto mi riguarda, ho sentito un po’ di competizione, forse, a inizio carriera. Ora no. E comunque non me ne occupo».
Vanessa: «La competizione c’è in tutti i lavori e non mi pare si possa legare al genere. Se c’è stima non c’è rivalità. Anzi, si crea subito armonia, ma non perché siamo donne».
Claudia: «Sono d’accordo, continuiamo a fare delle relazioni una questione di genere, ma il sapere stare con gli altri non ha niente a che vedere col maschile o col femminile».
Tornando al film, il traguardo dell’escursione è un albero secolare, il Pino Loricato, simbolo di resilienza, ovvero la capacità di adattarsi e resistere agli urti. Una qualità, si dice, molto femminile…
Vanessa: «È una parola che va molto di moda, resilienza, e nasconde delle insidie. Sono anni e anni che “resistiamo agli urti”, a casa, sul lavoro… Se continuiamo a viverlo come un valore, tutte le lotte che sono state fatte a che sono servite?».
Claudia: «Ma anche basta! Se resilienza significa resistere, sopportare e quindi anche subire a oltranza, allora smettiamo di essere resilienti! La resilienza è come le quote rosa. Prendiamoci lo spazio, senza chiedere il permesso».
Teresa: «Sono d’accordo, ma se lo spazio non ce lo danno, ci tocca imporlo con le quote. L’obbligo serve finché il cambiamento non diventa spontaneo».
La morale del film è che tutti hanno una seconda possibilità. È così anche nella vita?
Claudia: «Sì. Ma non aspettiamo che siano gli altri a darcela. Prendiamocela. E prendiamocene pure più di una».
Vanessa: «Ma sì, pure una terza o una quarta possibilità. La vita è lunga e piena di sorprese».
Teresa: «Tutti ce la meritiamo, anche io dopo un matrimonio finito (con il regista David Emmer, ndr) ho voluto una seconda possibilità. Ma perché si attivi è fondamentale fare gli incontri giusti. In questo senso, non si può prescindere dagli altri».
Avete dai 48 ai 52 anni e siete tutte sulla cresta dell’onda. Cosa avete guadagnato con l’età?
Teresa: «Consapevolezza. Ora so quello che voglio e cosa mi fa bene, anche nella sfera sentimentale».
Claudia: «Io mi sento una 20enne con 30 anni di esperienza, ma vuoi mettere? Ho un corpo di sicuro meno tonico, ma un animo decisamente più agile. E competente. Su quale argomento? Me stessa. Conoscersi significa anche sapersi perdonare e assolvere, liberarsi da un sacco di zavorre».
Vanessa: «Non posso dire che mi faccia piacere il tempo che passa, un po’ perché vorrei vivere in eterno e mi sembra che tutto passi troppo in fretta, un po’ perché sono arrivata tardi dove sono e vorrei fare ancora tante cose, non solo parti di nonne in futuro (ride, ndr). Ma, se c’è una cosa buona che ho acquisito con l’età, è la libertà di essere e di fare ciò che voglio, senza timore di scontentare gli altri. Ora mi ascolto di più, so dire dei no. E ho imparato a stare bene da sola. Anche se ho un compagno (Filippo Gili, attore e sceneggiatore, ndr) e degli amici, ogni tanto mi piace da morire stare per conto mio».
Per l’8 marzo meno mimose e più attenzione
Tra pochi giorni sarà l’8 marzo. È ancora giusto celebrare la Giornata della donna?
Teresa: «Sì, se non ci fermiamo alla mimosa. Servono iniziative nuove, che mettano insieme donne di valore capaci di trasmettere dei modelli. Bisogna raccontare il femminile in modo più potente».
Claudia: «Io ho il conflitto della quota rosa, vedo tutto sempre un po’ ridondante, però alla fine credo che torni utile una data simbolica in cui ci si ricorda che bisogna autodeterminarsi e fare attenzione a non arretrare».
Vanessa: «Purtroppo nel tempo ha perso forza ed è diventata una ricorrenza come tante, come la Festa dei nonni o dei gatti. Ma perché non esiste una festa per gli uomini? Potremo essere contente solo quando non ci sarà più bisogno di celebrare niente. Piuttosto, aboliamo l’8 marzo e facciamo una riflessione seria su quello che ancora porta disparità».
I diritti delle donne
Quest’anno festeggiamo gli 80 anni del voto alle donne. Quali diritti dobbiamo ancora conquistare o difendere?
Vanessa: «Il diritto di disporre del nostro corpo come ci pare e piace, senza essere continuamente giudicate. Se Bad Bunny si esibisce in modo provocante elogiamo la sua potenza erotica, se lo fa una donna la attacchiamo. Poi vedo ancora troppi maschi nelle stanze del potere, non solo politico, e troppe ingiustizie sugli stipendi. Perché il mio lavoro deve valere meno di quello di un collega?».
Claudia: «Concordo. Per quale motivo devo guadagnare meno di un uomo se ho la stessa posizione e le stesse responsabilità?»
Teresa: «Io credo sia giusto avere la stessa rappresentanza di uomini e donne negli spazi delle decisioni. Favorirebbe una maggiore attenzione verso le istanze femminili e ci permetterebbe di non dover sempre rimarcare il nostro ruolo e difenderlo. A me ancora capita quotidianamente».
La sorellanza crea un circolo virtuoso: il bene comune
Sorellanza è un termine demodé o ha ancora senso?
Teresa: «Ha senso più che mai oggi, vista l’escalation di violenza. Coalizzarsi e sostenersi tra donne, facendo fronte comune, ci rende più forti».
Claudia: «Sorellanza è una parola bellissima, e germoglia naturalmente dove c’è ascolto e dove l’io lascia il posto al noi. Crea un circolo virtuoso, fondamentale per vincere ogni forma di prepotenza».
Vanessa: «Io più che di sorellanza parlerei di “umananza”. Perché la stretta tra donne dovrebbe comprendere anche gli uomini, tutto il genere umano. Mai come in questo momento dobbiamo aprirci all’altro».
È questo Il bene comune?
Vanessa: «Sì. È l’empatia, la cura e l’attenzione per chi ci vive accanto. Dobbiamo ricominciare a “vederci” e a parlarci. Una cosa che ancora mi capita di trovare tra certa gente del Sud».
Teresa: «È questo il messaggio più forte del film: lì dove ci sono un gruppo e una comunità, si riesce a scaricare il peso che si porta addosso, a uscire dal guscio e sentirsi meno soli».