Il 29 aprile 1993, nel pieno della bufera di Tangentopoli, rincorso dagli avvisi di garanzia e messo quotidianamente alla gogna sui giornali e in tv, il segretario socialista Bettino Craxi prese la parola nell’aula gremita di Montecitorio e pronunciò queste parole: «Ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche e operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». Quel giorno nessuno si alzò. Craxi detestava l’ipocrisia, e quando si scatenò su di lui e sul suo partito una tempesta giudiziaria senza precedenti, fece la cosa che gli sembrava più semplice e più giusta: dire la verità agli italiani, e dirla nel tempio della sovranità popolare, la Camera dei deputati.
I ladruncoli di oggi, invece, fanno finta di niente, si voltano dall’altra parte, ostentano indifferenza, cascano dalle nuvole, sbadigliano distratti. «Ma io non lo sapevo!» è diventata la frase standard per giustificare l’ingiustificabile. È un comportamento stupefacente, che mi ricorda mia figlia Bianca quando aveva due o tre anni. Era capace di continuare a disegnare con un pennarello rubato alla sorella mentre mi spiegava imperturbabile che lei, a Francesca, non aveva preso proprio niente. In quelle occasioni era convincentissima, Bianca, e sebbene avesse in mano proprio il pennarello rubato, ero tentato di credere alla sua innocenza.
Nel 2010 l’allora ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola è stato magistrale nel tentativo di farci passare tutti per bambini di tre anni. Quando s’è scoperto che la sua bella casa con vista sul Colosseo l’avevano pagata i costruttori della Cricca, non ha smentito e non si è scusato, ma, con la più strepitosa faccia tosta che la storia recente ricordi, ha spiegato che quella casa gli era stata comprata senza che lui ne sapesse nulla. «A mia insaputa» è diventato giustamente un tormentone, sulla Rete e nei bar, e Scajola ha dato le dimissioni. Il tentativo di riciclarsi come berlusconiano dissidente, proprio quando Berlusconi era in maggiori difficoltà, conferma il livello infimo del personaggio. Che, sebbene sia stato rinviato a giudizio per finanziamento illecito, quella casa continua a possederla. Ma Scajola, purtroppo, non è stato né il primo né l’ultimo a far finta di cascare dalle nuvole. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha sempre sostenuto di non sapere se suo cognato Giancarlo Tulliani fosse il vero proprietario dell’appartamento di Montecarlo lasciato in eredità ad An da un’anziana elettrice. E ha continuato a negare anche quando gli indizi contro Tulliani si sono fatti schiaccianti. Non ha ritenuto né di rispondere all’opinione pubblica sull’accaduto, né di dimettersi dalla presidenza della Camera (Fini aveva solennemente promesso le sue dimissioni in due casi: se la casa di Montecarlo fosse risultata del cognato, e “un minuto dopo” le dimissioni di Berlusconi). Anche i famosi massaggi al Salaria Village di Guido Bertolaso, allora potentissimo capo della Protezione civile, pagati dalla Cricca di costruttori e affaristi che si aggiudicava regolarmente proprio gli appalti della Protezione civile, erano massaggi “a sua insaputa”: il povero Bertolaso, troppo indaffarato a ricostruire l’Italia, non aveva tempo per ricordarsi chi pagava il conto. E l’affitto della casa romana di Giulio Tremonti in via Campo Marzio, pagato dal suo braccio destro Milanese senza che il ministro ne sapesse niente? E le vacanze a cinque stelle all’Argentario pagate a Carlo Malinconico senza che l’interessato se ne accorgesse? Di vacanze avrebbe beneficiato anche il governatore della Lombardia Roberto Formigoni a spese della Mais, società immobiliare fallita di cui è stato socio l’ex assessore regionale Massimo Ponzoni. Formigoni che, come Malinconico non è indagato, sostiene però di non conoscere la Mais.
È mai possibile che nella Seconda repubblica tutti ricevano favori senza saperlo? Se qualcuno mi offre la cena, lo ringrazio e prima o poi ricambierò. È così che funzionano l’amicizia e la buona educazione. Tutta la nostra vita è uno scambio di favori, ed è bello che sia così. Chi fa un favore a un politico si aspetta di riceverne un altro in cambio: è ovvio, ed è persino giusto. Si chiamano “spese di rappresentanza”. Spetta ai politici declinare l’offerta. Se non lo fanno, sono corrotti. Lo sono indipendentemente dal profilo penale delle loro azioni (o omissioni): lo sono perché hanno tradito il patto con gli elettori per stipulare un patto personale.
Ma il punto qui è un altro: è la miseria morale del nostro personale politico. Che bisogno ha un ministro di farsi pagare l’affitto o regalare la casa o offrire le vacanze? Non ha abbastanza soldi, non ha abbastanza privilegi, non ha abbastanza soddisfazioni? Non gli bastano l’auto blu, i portaborse, la scorta, le decine di migliaia di euro di indennità? Diciamo la verità: sono dei poveracci, e non meritano neppure la nostra indignazione.
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