Antica Fabbrica del Cioccolato a Roma. Non poteva che darmi appuntamento in un luogo dal nome e dai profumi così evocativi una che, come prima parola, ricorda “magna!”, mangia! in italiano. Piccolissima, glielo ripeteva suo padre con l’intento di insegnarle il meglio della vita. E lei, Serena Dandini, 57 anni, riconosce di essere grata al genitore per quell’allegro imperativo da cui non ha mai deragliato durante il suo percorso esistenziale. Alla faccia di Dukan, delle mille diete che imperversano e, ovviamente, di certi diktat televisivi che vogliono le donne levigate, giovani, magrissime. Lo racconta nel nuovo libro uscito in questi giorni per Rizzoli: Grazie per quella volta. Sottotitolo Confessioni di una donna difettosa. Scritto di notte, con il passo lieve della quotidianità, nei mesi in cui la lotta in Rai era diventata dura: «E bisognava decidere fino a che punto combattere o se mollare tutto e andarsene». Lei ha mollato, alla fine, scegliendo La7. E decidendo dopo, «ad acque calme, che quelle solitarie confessioni notturne diventassero un libro» dice, morbida nel fisico ma anche nello sguardo, tra un bicchiere di Pinot e un morso di cioccolato al peperoncino. Azzardo subito la domanda un po’ cattiva.
Dica la verità, Serena: non le sembra pomposa la pretesa di queste Confessioni? In fondo è soltanto una che fa tv.
«Ha ragione: un libro, a chi fa tv, non lo nega nessuno. Per di più, avendo io, come quasi tutte le donne, l’autostima azzerata, dal momento in cui queste note hanno cominciato a prendere la forma di un libro, non ho fatto che ripetere, a me stessa e a una serie di amici editor, che “chissenefrega”... Per pudore, certo; ma anche per il rispetto che ho dei libri che amo e che leggo e rileggo».
Poi, però, ha cambiato idea.
«Sì. Tutto sommato, l’età allenta molti freni inibitori e aiuta a buttarsi. In più, il successo del libro precedente (Dai diamanti non nasce niente, 120 mila copie, ndr) ha inoculato una sorta di orgoglio nella guitta televisiva che si sente sempre in stato di inferiorità rispetto al mondo della scrittura anche se, in realtà, lo ha sempre frequentato. A parte le insistenze dell’editore, volevo far capire alle donne che, in fondo, loro e Serena Dandini sono molto più simili di quanto si possa credere. E, come me, le donne che si vivono come “difettose”, devono imparare a perdonarsi gli anni, la cellulite, le debolezze e cominciare ad auto-assolversi almeno un po’».
Vale a dire, mangiare senza limiti, evitare la palestra, non sentirsi in colpa se si passa il pomeriggio sul divano a seguire La vita in diretta...
«Appunto. La ragione forse è che, comunque, io mi sento una privilegiata. Sia perché sono riuscita a fare le cose che mi appassionano, sia perché sono riuscita a vivere come ho voluto. Ma le prime volte in tv ci sono cascata anch’io: trucchi inverosimili, ombretti colorati, lacche e pettinature che non mi riconoscevo più. “Chi è quella lì?”, mi chiedevo davanti allo specchio. Fino a quando mi sono detta: è inutile che mi rovini la vita cercando di essere diversa, sarò fuori dai canoni e dagli stereotipi televisivi ma sono così. Normale, insomma. Ecco, in un periodo in cui le donne normali non sono rappresentate in tv, mi piace l’idea di rassicurare tutte quelle che non sono “fregne” spaziali né tirate come criceti. Speriamo che funzioni così».
Mai avuto tentazioni di darsi una limatina o tirarsi qua e là?
«Come no? Qualche bottarella, ogni tanto, me la darei anch’io, per questo non criminalizzo chi se la concede. Oggettivamente, la decadenza del proprio corpo è una cosa che sciocca chiunque; la mattina, ti alzi e ti vedi allo specchio: “Ma io ieri non ero così”. Sempre meglio, però, di come sarò domani».
L’autoironia è un’arma molto potente...
«... E femminile: mai visto un uomo fare ironia su se stesso. È stato uno degli insegnamenti di zia Lella, cui ho dedicato il libro. Mi ripeteva: “Comincia tu a prenderti in giro così gli altri, che lo faranno comunque, avranno le armi spuntate”. Anche se, poi, non è vero che alle critiche uno non ci patisca. Si soffre sempre».
Alla zia dedica un lungo capitolo.
«Sì, è morta a novembre e per me è stato uno strazio immenso. Alta, fiera, intelligente, una tra le prime donne laureate nell’Italietta fascista, era sempre stata il mio faro di riferimento. A differenza di mia madre che, con tutto l’amore per lei, era troppo antica perché la scegliessi come modello. Non è bello da dire, ma è la verità».
E sua figlia e il suo compagno?
«Faccio fatica a parlare di sentimenti che toccano la privacy di altre persone, perché non penso che la mia vita sia solo televisione. Detto questo, ho con loro un meraviglioso rapporto».
Nel libro apre perfino il suo armadio ai lettori. Ma non parla mai di denaro. Perché?
«Perché la mia famiglia, che era nobile e agiata, si è mangiata tutto vivendo con allegria sopra le proprie possibilità e per questo ho visto mia madre disperata. Oggi io non ho ancora sciolto questo nodo: da una parte ho bisogno della certezza della pensione e di sapere che avrò quattro mura fino alla fine, dall’altra nutro un certo disprezzo per ciò che ha causato tanta sofferenza a mia madre. Il denaro, insomma, per me rappresenta un tabù».
In fondo, ringrazia Antonio Tabucchi.
«Sì, con lui c’era un rapporto da piccola ammiratrice ma, anche, da veri amici: cene, telefonate, e-mail, incontri in mezza Europa. La notizia della sua morte è arrivata il giorno in cui ho finito il libro e mi è parso giusto aggiungere quel grazie. Antonio mi ha dato molto: senza di lui mi sento orfana e più sola».
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