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    Basta con l'infibulazione!

    Foto di Contrasto

    La pratica atroce della mutilazione dei genitali femminili sopravvive. Non solo in Africa, dove la subiscono milioni di donne. Ma anche in Italia. Almeno 5.000 bambine che vivono nel nostro Paese sono a rischio. La nuova legge prevede pene severe. Ma la minaccia delle sanzioni non basta a sradicare una tradizione terribile

    di Sabrina Barbieri13/7/2006

    «Dottore, per favore, mi richiuda». Se l'è sentito chiedere Silvio Viale, ginecologo dell'ospedale Sant'Anna di Torino. A implorarlo era una giovane somala che aveva appena partorito ed era stata deinfibulata. Vale a dire aperta. Aperta là dove l'avevano orribilmente cucita quando era una bambina. Per rispetto di un rito che fa tremare: si tagliano il clitoride, le piccole e le grandi labbra e poi si cuce tutto, lasciando nei genitali solo un minuscolo foro da cui escono, a fatica, urina e sangue mestruale. Dopo, serve anche un'ora per fare pipì. Il medico ha detto "no" alla ragazza. Le ha spiegato che sì, nel mondo (soprattutto in Africa) ci sono tra i 100 e i 140 milioni di donne con mutilazioni genitali (infibulazione compresa) e che ogni anno 2 milioni di bambine subiscono la stessa sorte, ma in Italia chi le fa rischia la galera, da 4 a 12 anni. C'è finalmente una legge, infatti, entrata in vigore a gennaio che punisce. Anche le mutilazioni fatte all'estero. «Alla fine lei ha capito e mi ha sorriso» racconta Viale. «Non essere più chiusa, in fondo, era quello che voleva».

    Le ragazze martiri cominciano a capire la crudeltà a cui sono sottoposte, e a ribellarsi. Ribellarsi alle violenze che per secoli hanno sopportato in nome della purezza, della verginità, della negazione del piacere. Un esempio viene dal Camerun, dove 5 mila donne hanno appena fondato un'associazione contro lo stiramento del seno, una pratica che sembra uscita da un film dell'orrore: per evitare che le ragazzine scatenino il desiderio maschile, il petto viene appiattito, battendolo con pestelli, noci di cocco, pietre passate sul fuoco.

    Soffrire per essere pure
    Ma cedere alle tradizioni più atroci è ancora troppo facile. Persino nel 2006, persino in Italia, nelle nostre metropoli, dove sopravvive l'orrore dell'infibulazione. «Tutte le comunità africane sanno che le mutilazioni genitali non si fermano alle frontiere. Anche in Europa ci sono donne e ragazze costrette a subirla» sostiene Waris Dirie, l'ex modella infibulata a 4 anni che ha appena pubblicato Figlie del dolore (Garzanti) un libro-denuncia. Quante sono le vittime? In Italia le stime parlano di 5-6 mila bambine a rischio.

    E preoccupa un dato. Viene dal Centro di medicina preventiva delle migrazioni dell'istituto San Gallicano di Roma: quasi 38 donne infibulate su 100 (in Italia si stima siano 40-50 mila) non hanno ancora deciso se faranno vivere lo stesso dramma alle loro figlie oppure no. Con il rischio di condannarle a un inferno: infezioni continue, rapporti sessuali dolorosi, mestruazioni e parti difficili, impossibilità di essere visitate dai ginecologi in caso di bisogno. Perché succede? «Se pensi che la tua bambina sarà accettata e considerata una donna seria, non una puttana, solo se infibulata, che alternativa ti resta?» dice Suad Omar, somala, mediatrice culturale a Torino. Insomma, cucire diventa un paradossale gesto d'amore, di protezione. «Io sono stata chiusa a 7 anni a Mogadiscio, perché l'ho preteso. Contro la volontà di mio padre, che è biologo e conosceva i rischi. Volevo farlo perché aperta mi sentivo diversa, mi prendevano in giro. Ho smesso di mangiare finché non mi hanno portata in ospedale per cucirmi. Quel giorno mi sembrava di essere una regina. Ma le mie figlie le ho risparmiate. Sono nate qua, devono essere come tutte le altre italiane».

    I viaggi del dolore
    A differenza di Suad, ancora troppi genitori portano le bambine nel Paese d'origine per farle diventare donne come si deve, rispettose di Dio (quante infibulazioni in nome di Allah, anche se il Corano non c'entra niente!) e dell'uomo. Viaggi del dolore che continuano, nonostante la legge. «Capita soprattutto durante le vacanze estive» rivela Omar Abdulkadir, ginecologo del Centro di prevenzione e cura delle conseguenze delle mutilazioni genitali creato all'ospedale di Careggi (Firenze). «Ma lo scopriamo solo nei rari casi in cui, una volta tornate in Italia, le bambine vengono ricoverate perché stanno male». Un caso del genere l'ha seguito l'avvocato Maria Antonietta Biagiolini Agosti: «Mi ha rivelato una realtà terribile. Un egiziano aveva portato la figlia nel suo Paese e le aveva fatto togliere clitoride e piccole labbra. Quell'uomo è stato condannato a due anni di carcere». Oggi, con le nuove norme, rischierebbe di più. Come rischia la "mammana" arrestata tre mesi fa, il primo caso di mutilazione genitale da quando è entrata in vigore la legge. «In prigione è finita una nigeriana che vive a Verona. È stata presa mentre era sul punto di intervenire su una neonata, figlia di suoi connazionali» dice Chiara Giacomantonio, commissario capo, responsabile della sezione della Polizia che si occupa di reati contro le donne e i minori.

    Vietare non basta
    Ma bastano i divieti per evitare questo massacro del corpo? Ci sono anche in Africa (su 28 Paesi in cui si praticano le mutilazioni genitali, 14 le hanno proibite) eppure l'orrore continua. «Sono tradizioni troppo radicate per pensare che scompaiano da un giorno all'altro» dice Omar Abdulcadir. Nel suo centro di Firenze ha già convinto un centinaio di donne a farsi deinfibulare («Che gioia sentirle dire: "Ora mi sento libera"») e fa di tutto per far capire alle madri che le mutilazioni genitali portano solo dolore. «Serve soprattutto un lavoro di prevenzione, non di condanna. Occorrono campagne di informazione più incisive nelle comunità di immigrati. Noi qui stiamo facendo pressione anche sugli uomini per far capire l'inutilità di queste sofferenze. Ed è proprio per l'opposizione dei padri più giovani che molte bambine si stanno salvando».


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