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    Adrien Brody

    Foto di Kika

    E pensare che quando se l'è rotto sul set volevano raddrizzarglielo. Per fortuna, ha detto di no. Perché se oggi è un divo lo deve pure al suo profilo elegantemente irregolare. Quello che gli è valso il titolo di uomo più glamour d'America (e dell'ultimo Festival di Venezia)

    Photogallery
    Foto di 
    Belli da morire
    di Lavinia Rittatore13/9/2007

    Adrien Brody è arrivato a Venezia preceduto dalla sua fama di divo elegantissimo, “l'uomo meglio vestito d'America”, per citare alla lettera il mensile americano Esquire. E qui alla Mostra del cinema l'ha confermata. Non c'era paragone tra lui, protagonista del film The Darjeeling Limited, e gli altri attori sbarcati al Lido. George Clooney indossava un banale completo scuro. Richard Gere portava il fin troppo classico gessato blu su camicia bianca. Ewan McGregor, in T-shirt grigia e giubbotto di pelle, sembrava appena sceso dalla moto. Quando entra nella hall dell'Hotel Excelsior, invece, Adrien ricorda il Robert Redford de Il grande Gatsby: completo color panna firmato Versace, mocassini di camoscio marrone, orologio d'oro Chopard, occhiali da sole Persol. Impeccabile. Si sfila le lenti scure, il viso è di una bellezza irregolare: profondi occhi verdi, barbetta curata, naso impegnativo portato con orgoglio.

    Come mai ha scelto questo look da dandy, Adrien?
    «Mi diverto un po' (sorride, scuotendo una mano: ha le dita affusolate e le unghie curatissime). Che stucchi meravigliosi questo albergo... Anche il Gritti, dove sto io, è favoloso. Venezia è ancora più bella di quanto la ricordassi dall'anno scorso, quando sono venuto a presentare Hollywoodland. Stavolta ho deciso di fermarmi tre giorni in più per visitarla insieme a Elsa, la mia ragazza».

    Sa che il Gritti è l'albergo preferito di Al Pacino in Laguna? Una bella coincidenza, considerato che lei è stato definito il nuovo Al Pacino
    «Sinceramente? Preferisco essere il primo Adrien Brody!» (sorride).

    Sarà d'accordo sul fatto che entrambi bucate lo schermo grazie allo sguardo inquieto e al naso importante
    «Allora meno male che non mi sono fatto la plastica... Mi sono rotto il setto nasale a 25 anni, durante le riprese del film di Spike Lee Summer of Sam. Ma quando mi hanno operato per rimettermelo a posto, ho voluto lasciarlo così com'era».

    Le ha portato fortuna. Quattro anni dopo, a 29, ha conquistato l’Oscar come miglior attore per Il pianista: il vincitore più giovane di sempre
    «Una volta mio padre mi ha detto: “Ci vogliono 15 anni per avere successo nel lavoro”: io ce ne ho messi 17».

    Sognava di diventare una star di Hollywood fin da bambino?
    «No. Sono cresciuto nel Queens, uno dei quartieri più difficili di New York, e frequentavo le classiche cattive compagnie: passavamo tutto il tempo a vagabondare e a fare i bulli. Molti dei miei coetanei si sono perduti e anch'io ho rischiato di diventare un teppista vero. La recitazione è stata il modo con cui i miei mi hanno tolto dalla strada».

    Com'è andata esattamente?
    «Per tenermi occupato, spesso mia madre mi costringeva ad andare al lavoro con lei. È una fotoreporter, io le portavo l'attrezzatura. Un giorno l'ho accompagnata a fare un reportage in una scuola d'arte e mi ci sono ritrovato automaticamente iscritto. Ho capito subito che era quello che faceva per me».

    Ricorda il suo primo provino?
    «Era per un film tv: avevo 13 anni, dovevo interpretare un ragazzino di periferia che fumava. A quell'età non potevo comprarmi da solo le sigarette, così mio padre, che mi aveva accompagnato, è andato dal tabaccaio per me».

    Lei si immedesima completamente nei suoi personaggi. Prima di Pane e rose ha partecipato a riunioni sindacali e scioperi. Sul set di The jacket teneva la camicia di forza anche tra una ripresa e l'altra. Per non parlare dei 15 chili che ha perso per Il pianista...
    «Questo è stato il ruolo più difficile. Volevo provare la solitudine di un ebreo che per anni aveva vissuto nascondendosi dai nazisti. Così due mesi prima di iniziare a girare ho venduto la macchina e l'appartamento, ho disdetto il contratto del telefonino, ho smesso di fumare e di vedere genitori e amici. Ho perfino lasciato la mia ragazza».

    Davvero?
    «Il cinema mi ha dato tantissime soddisfazioni, ma anch'io gli ho sempre dato tutto me stesso. Solo ultimamente mi sto accorgendo che esistono altre cose, altrettanto importanti: sento che devo cambiare le mie priorità».

    È Elsa la sua nuova priorità?
    «Per la prima volta ho deciso di prendermi una pausa dal lavoro: voglio vivere la mia vita».

    Significa sì?
    (Sorride gentile) «No comment» (ma pare che quest'estate Brody e la Pataky siano stati molto impegnati a discutere data e luogo delle future nozze...).

    Stanco di Hollywood?
    «È divertente. Ma se ci stai troppo, inizi a pensare che contino solo le première e i party. È pericoloso».

    Owen Wilson, suo collega in The Darjeeling Limited, ha tentato il suicidio poco prima del Festival. L'ha sentito?
    «So che sta molto meglio, ma preferisco rispettare la sua privacy e non parlarne. Io, lui e Jason Schwartzman, che nel film interpretiamo tre fratelli alla ricerca della madre in India, siamo diventati fratelli per davvero. Ricordo che per una scena ci siamo dovuti arrampicare per 500 gradini su una roccia sacra in mezzo al deserto del Rajasthan. Tornati giù, abbiamo acceso un grande falò: era la vigilia di Natale, la più bella che abbia passato in vita mia».

    Adrien Brody nasce il 14 aprile 1973 a New York, negli Usa. Il padre Elliot è un professore di storia di origini polacche, la madre Sylvia Plachy una fotografa ungherese. Figlio unico, Adrien studia recitazione alla LaGuardia High School for Performing Arts (quella del telefilm Saranno famosi) e all'American Academy of Dramatic Arts. A 19 anni va a Los Angeles in cerca di fortuna. Oggi vive con il suo chihuahua Ceelo tra Hollywood, New York e Madrid. Da un anno, infatti, è fidanzato con la 31enne attrice spagnola Elsa Pataky, conosciuta durante le riprese di Manolete.

    I suoi successi
    Quando ha vinto l'Oscar per Il pianista di Roman Polanski (2002), Adrien Brody sembrava il tipico giovane attore sbucato dal nulla. In realtà, aveva girato oltre 20 film e lavorato con i registi più importanti: da Terrence Malick ne La sottile linea rossa (1998) a Ken Loach in Pane e rose (2000). Diventato una star, ha alternato kolossal come King Kong (2005) a pellicole indipendenti come Hollywoodland (2006). In autunno uscirà in America Manolete, il film in cui Brody interpreta il celebre torero.


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