Accanimento terapeutico: qual è il confine per stabilirlo? 

Per accanimento terapeutico si intende il persistere in terapie sproporzionate rispetto alle condizioni cliniche del malato e che non recano più benefici, bensì prolungano nel tempo la sofferenza

di Paola Fiorio  - 03 Maggio 2007

Per accanimento terapeutico si intende il persistere in terapie sproporzionate rispetto alle condizioni cliniche del malato e che non recano più benefici, bensì prolungano nel tempo la sofferenza. A questo proposito, il dibattito è acceso. Il confine tra cure necessarie e accanimento terapeutico è molto discusso.

Curare sì, ma...

"Più che un atto terapeutico è un criterio" spiega Barbara Rizzi, medico della Vidas. "Lo stesso atto può essere curativo in una circostanza e non esserlo in un'altra. Una trasfusione, per esempio, può essere accanimento terapeutico se la morte del paziente è prevedibile entro breve tempo, tanto da non cambiare il suo destino senza neppure migliorarne la qualità di vita". Non solo. "Nel percorso di cura deve esserci condivisione con il paziente e la sua famiglia. Inoltre il malato può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il consenso, come già enunciato nella convenzione di Oviedo e recepito nella Carta europea dei diritti del malato".

Curare sempre, perché...

Secondo Fulvio De Nigris, fondatore della "Casa dei risvegli Luca De Nigris" di Bologna (tel. 0516225851) e membro della Commissione ministeriale sulla terapia del dolore e le cure palliative: "La persona inguaribile non è incurabile, quindi tutto quello che permette una vita dignitosa è una cura. È il medico che può decidere se un intervento è sproporzionato rispetto ai benefici che ottiene. È lui che ha le competenze teoriche per rendersi conto della situazione clinica del paziente e deve assumersi le sue responsabilità".

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