Che fatica imparare a parlare! 

Se il bimbo non riesce a farsi capire e le sue frasi sono ridotte all'osso, non è il caso di spaventarsi. Le difficoltà di linguaggio sono frequenti e si possono curare con facilità

di Cinzia Testa  - 27 Settembre 2006

Il mese della prevenzione

Donna Moderna dedica ottobre ai disturbi del linguaggio, insieme alla Federazione logopedisti italiani. Telefona ogni mercoledì e giovedì dalle 15 alle 18 e il sabato dalle 9,30 alle 12,30 al numero 0498647936, oppure invia un'e mail

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Cinque bambini su 100 soffrono di ritardi del linguaggio. Un disturbo che, se trascurato, può compromettere la loro capacità di apprendimento. «Ma basta intervenire prima dell'età scolare per risolverlo facilmente» spiega Tiziana Rossetto, presidente della Federazione logopedisti italiani. Presto sarà disponibile un nuovo test, presentato al congresso dell’Associazione Fatebenefratelli per la ricerca, che faciliterà la diagnosi. Nel frattempo sta alla mamma il compito di riconoscere i segnali sospetti. «È lei infatti la prima che può rendersi conto delle difficoltà del proprio bambino» dice la dottoressa. «E per questo motivo deve essere preparata a cogliere i campanelli d'allarme». Che gli esperti spiegano qui a fianco.

I campanelli d’allarme età per età

1 anno

In genere, quando il piccolo è insieme agli adulti cerca di concentrare su di sé l'attenzione, specialmente quella della mamma. Le sue chiacchiere non hanno ancora un senso compiuto, sono più simili a dei suoni, ma il bambino tenta lo stesso di comunicare con le lettere dell’alfabeto che conosce, modulandone i toni, a volte quasi borbottando tra sé, e prova a dire le prime parole come «ma-mma» e «ba-ba», accompagnando tutti i suoi "discorsi" con sorrisi, sguardi, smorfie buffe e movimenti delle braccia. Se invece non richiama l’attenzione con versi e gridolini, può essere un segnale di qualcosa che non va.

2 anni

Succede spesso: il piccolo vuole raccontare il suo pomeriggio

al parco con la zia, ma si trova in difficoltà sia per l'entusiasmo sia per il vocabolario ristretto. E questo è normale. Quando però i genitori faticano regolarmente a capire ciò che dice il figlio, perché lui tende a restringere al massimo le frasi, invece di attribuire la sua scarsa loquacità alla pigrizia è bene fare attenzione. Un test utile, per esempio, sta nel domandargli che cosa stia facendo mentre gioca. Se anziché rispondere «gioco palla», si limita a ripetere solo «palla» è meglio sentire il parere del logopedista, anche solo per avere rassicurazioni.

3 anni

Un bambino a tre anni dovrebbe conoscere due-trecento parole ed essere in grado di comporre alcune frasi semplici ma complete, facendosi capire da tutti, non solo dalla sua mamma. Al contrario, se parla con difficoltà, utilizza un vocabolario ridotto, fatto di pochi termini, a volte persino incomprensibili, e pronuncia frasi incomplete, più simili a quelle che si direbbero a due anni, è bene non perdere tempo e farlo visitare subito da uno specialista. Accorgersi per tempo di un ritardo nell’uso del linguaggio non permette solo al logopedista di intervenire con tempestività, ma anche al bambino di risolvere prima e meglio questo problema.

Dal medico

«Se la mamma nota qualcosa di strano, non deve lasciarsi prendere dall’ansia, ma chiedere consiglio a un logopedista, che è la persona più abituata a riconoscere e curare i problemi del linguaggio» dice Tiziana Rossetto. Per trovare lo specialista basta rivolgersi a uno dei Centri per la cura dei disturbi del linguaggio, convenzionato con il Servizio sanitario nazionale (si paga il ticket) e fissare l’appuntamento.

I giochi aiutano a capire. Lo specialista valuta la situazione e spiega a mamma e papà come verrà impostata la terapia. Se il bambino ha meno di un anno, viene fatto giocare in modo che il medico riesca a osservare come comunica. Quando il giocattolo gli piace, anche se ancora non sa parlare,  esprime la propria gioia con dei gridolini. Al bimbo più grandicello, invece, vengono mostrati degli oggetti ai quali attribuire un nome. In base ai risultati di questo primo incontro e a un questionario preparato con i genitori, lo specialista imposta una terapia personalizzata.

Guarire con pupazzi e automobiline. In genere sono previsti due incontri alla settimana, di circa un’ora, quasi sempre individuali: la mamma non rimane ad assistere, ma viene messa al corrente dei progressi e delle strategie da adottare a casa. In quell’ora di seduta il bambino viene stimolato a comunicare con giochi interattivi, che lo aiutano a migliorare il proprio linguaggio. In pratica, si usano oggetti e giocattoli adatti alla sua età, come pupazzi, puzzle e automobiline, in modo da proporre costantemente al piccolo nuove occasioni per parlare e arricchire il vocabolario.

A casa con la mamma

È importante che la mamma sia coinvolta nella cura, continuando a casa il lavoro iniziato dal logopedista. Perché così può approfittare delle ore passate con il proprio bambino per continuare a stimolare la comunicazione. L'importante è che questa attività non diventi fonte di ansia. Il bambino, infatti, non deve sentirsi sotto pressione. Ecco perché per invogliarlo a parlare, bisogna sempre passare attraverso la leggerezza dei giochi. Come questi che consigliano i logopedisti.

Recitare delle filastrocche. Vere o inventate sul momento poco importa. Ciò che conta è che le filastrocche si ispirino a personaggi che fanno parte della vita del bambino (il papà, la sorellina, la nonna) o a cose semplici (le cinque dita della mano). Così sarà più facile e divertente recitarle insieme.

Fare i collage. Prima si sceglie un tema, per esempio la casa, e poi, insieme al piccolo, si ritagliano dai giornali le immagini come la sedia, il tavolo, il letto. Occorre fare in modo che sia lui a indicare gli oggetti e a pronunciarne il nome. Che, nel caso, la mamma ripete in modo chiaro, ma senza costringerlo a fare altrettanto.

Inventare una fiaba. Si prende uno dei suoi giocattoli preferiti come l’orsacchiotto o l’automobilina, e si inventa con lui una storia in cui compaiano anche altri oggetti o personaggi (la bambola che sale sulla macchinina, il bicchiere per dare da bere all’orso assetato), che il bimbo deve chiamare con il loro nome.

Imparare le canzoni. Il canto stimola il piccolo a migliorare il suo linguaggio. Ecco perché è utile comprare un cd di musica per bambini e cantare insieme le canzoncine.

Riordinare la camera. È importante  rimettere in ordine i giocattoli con il proprio figlio perché intanto gli si può domandare: «Che cosa mi vuoi dare?». Se lui pronuncia male il nome, la mamma lo ripete correttamente con naturalezza. Senza però pretendere che lui faccia lo stesso.

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