Mi piace farmi male 

Ogni anno una ragazza su dieci si procura ferite volontarie. Lo fa per gridare al mondo la sua sofferenza interiore. E per chiedere aiuto

di Laura D'Orsi  - 12 Ottobre 2006

Il più delle volte non si vogliono bene. E lo dimostrano procurandosi graffi, strappandosi i capelli e persino facendosi dei tagli sulle braccia. Ad avere questi comportamenti autolesionistici sono soprattutto le ragazze, tra i 14 e i 20 anni. Una su dieci, secondo un'indagine condotta grazie al finanziamento dell'Unione europea, mentre i loro coetanei maschi sono appena tre su cento. «È un fenomeno molto più diffuso di quanto si pensi ed è in continuo aumento» conferma Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra che da anni si occupa di adolescenti.

Le cicatrici dell'anima

Ma perché farsi del male in questo modo? «Le ragioni sono diverse e non sempre nascondono un disagio profondo. Molte volte si tratta di semplice emulazione, quasi fosse una moda generazionale. Procurarsi delle ferite per vedere gocciolare il sangue, infatti, rievoca un rito di iniziazione» spiega l'esperto.

Possono essere episodi sporadici, che passano senza lasciare il segno, ma può anche accadere che questi gesti diventino una vera ossessione e il ragazzo abitualmente si procuri delle lesioni. «Si fa del male per sostituire il dolore psicologico con quello fisico che fa meno paura e in un certo senso si può controllare» dice Charmet. «Le cicatrici sulla pelle rendono visibile la sofferenza che si ha dentro, sono un modo per comunicare agli altri la propria sofferenza. Questi gesti sono quindi una richiesta di aiuto».

Il sostegno dei genitori

Spesso gli adolescenti che hanno comportamenti autolesionistici odiano il loro corpo, non hanno fiducia in loro stessi e neppure negli altri. E la ferita può nascondere la volontà di punirsi. Ecco perché occorre capire se e di cosa si sentono colpevoli, rivolgendosi a uno psicoterapeuta. Attraverso dei colloqui, infatti, lo specialista aiuta a trovare l'origine del disagio e il modo giusto per esprimerlo.

Ma la terapia coinvolge anche i genitori che devono stare vicino al figlio senza colpevolizzarlo. «Un atteggiamento troppo duro rischia di essere controproducente: il ragazzo continuerà a farsi male di nascosto» spiega Charmet. «Anzi, è probabile che si accanisca di più su di sé, proprio per contestare gli adulti». Mamma e papà, invece, possono suggerirgli altri modi per scaricare la tensione come fare uno sport. «Così  il ragazzo imparerà il valore del proprio corpo e ad assumersene la responsabilità» dice lo psichiatra. «Ai miei pazienti di solito chiedo: "Ti preoccupi per l'inquinamento dell'ambiente?". Loro in genere sono molto sensibili a questi temi. "E allora" ribatto io "perché inquini il tuo corpo con questi gesti?". È una semplice domanda che però li tocca nel vivo e li scuote».

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