Papilloma, donne di ogni età difendetevi 

Per le giovani c'è il primo vaccino contro il cancro alla cervice uterina. Per le altre sono disponibili esami di ultima generazione. Come funzionano ce lo spiegano gli esperti dell'Istituto europeo di
oncologia. Con un doppio invito: sottoponetevi ai controlli. E l'11 maggio comprate un'azalea. Aiuterete i medici a trovare cure sempre più efficaci

di Antonella Trentin  - 08 Maggio 2008

L'Airc  ha dedicato alle giovani donne e alla prevenzione dei tumori femminili l'edizione 2008 de "l'azalea della ricerca", avvenuta a maggio in più di 3 mila piazze italiane. Non è un caso: da pochi mesi è cominciata la vaccinazione gratuita delle 11enni contro il Papilloma virus (Hpv), responsabile del cancro alla cervice uterina, una forma di tumore che fa ammalare ogni anno 3.500 donne e toglie la vita a 1.500. È il primo vaccino profilattico contro il cancro, un successo dei ricercatori che sperano di scoprirne presto altri per sconfiggere nuovi tumori. Le bambine saranno protette per almeno 20 anni dal rischio di contrarre l'Hpv attraverso rapporti sessuali. Anche le altre donne, fino a 26 anni, potranno vaccinarsi, ma pagando di tasca propria. Oltre quest'età il vantaggio della vaccinazione rischia di essere troppo basso per giustificare la spesa. «Infatti l'arma più potente contro il cancro alla cervice resta la prevenzione» avverte Mario Sideri, direttore di Ginecologia preventiva all'Istituto europeo di oncologia (Ieo). «Dovremo attendere decenni prima di cogliere i frutti della vaccinazione. E nel frattempo sarà necessario prendere precauzioni. Non dobbiamo cercare nulla di nuovo. Dagli anni Cinquanta disponiamo di uno strumento eccezionale: il vecchio pap test, inventato da Georgos Papanicolau per indagare le alterazioni delle cellule della cervice». Il test consiste nell'asportare con una spatolina una piccola quantità di cellule dal collo dell'utero, queste vengono poi "strisciate" su un vetrino e colorate, quindi le si osserva al microscopio per verificare che non presentino anomalie.

Il pap test e i suoi alleati

Adesso che è stato introdotto il vaccino, chi dovrebbe sottoporsi al pap test? «Le donne dai 25 anni in su, oppure chi ha rapporti sessuali già da tre anni» spiega Maria Teresa Sandri, direttore dell'Unità di medicina di laboratorio allo Ieo. «Comprese le giovani che hanno ricevuto il vaccino, visto che questo le protegge solo dai ceppi più pericolosi dell'Hpv ma non da tutti». Da solo, in realtà, il pap test non basta, perché si limita a evidenziare cellule anomale ma non la presenza del virus senza il quale il cancro non si sviluppa. «Oggi i maggiori esperti mondiali concordano sul fatto che per ottenere un responso più sicuro conviene abbinare il pap test a un'analisi di nuova generazione, la ricerca del Dna dell'Hpv nel prelievo di cellule della cervice. Il doppio controllo permette di individuare sia donne che presentano lesioni precancerose, sia donne che rischiano di averle in futuro, perché nelle loro cellule c'è il Dna virale». Una donna negativa all'esame del Dna ha una sicurezza in più e può allungare i tempi d'intervallo tra due controlli a 3-5 anni. Se invece fosse positiva alla ricerca del Dna dell'Hpv, dovrebbe ripetere entrambi i test dopo un anno. «La presenza del virus non significa che quella paziente avrà per forza un tumore» tranquillizza Sandri. «Tuttavia suggerisce alla donna di sottoporsi con scrupolo e frequenza ai controlli». E cosa accade quando sia il pap test sia l'esame del Dna risultano positivi? «Si deve eseguire subito una colposcopia, un'indagine che consiste nel guardare il collo dell'utero con un ingranditore» spiega Sideri. «In caso di positività, non c'è quasi mai un cancro, ma un'alterazione precancerosa, una specie di piccola macchia, che può essere asportata mantenendo intatta la fertilità. Un tempo questa tecnica era chiamata conizzazione, oggi è più semplice e mirata ed è definita Leep. Nei pochi casi in cui c'è un vero e proprio tumore, invece, si deve ricorrere all'asportazione dell'utero, della parte superiore della vagina e dei linfonodi. Non solo la donna non potrà più avere gravidanze, ma rischia effetti collaterali spiacevoli, come l'incontinenza urinaria, l'incapacità di svuotare completamente la vescica, oppure una grave forma di stipsi. Negli stadi più avanzati, infine, si ricorre alla chemioterapia unita alla radioterapia».

I sintomi sospetti

La prognosi varia a seconda della tempestività della diagnosi «Se il tumore è identificato subito, esiste l'80 per cento di possibilità di guarigione nei primi cinque anni dopo l'insorgere della malattia» chiarisce Sandri. «Ma più passa il tempo, più le chance di sconfiggerlo diminuiscono. Ci sono donne che se ne accorgono solo ai primi sintomi, in genere una perdita di sangue dopo i rapporti sessuali, quando ormai è tardi». Maria Rosa Cattadori, biologa e giornalista scientifica, se n'è accorta in tempo, per fortuna, proprio grazie al pap test. «Era il 2000, avevo 42 anni» racconta oggi che ne ha 50. «Dallo striscio risultò che c'erano focolai di condiloma e displasia media. Detto in altre parole, i medici avevano trovato il virus e questo aveva cominciato ad agire. La mia ginecologa mi ha consigliato di bruciare la piccola piaga che si era formata sul collo dell'utero». Ma Maria Rosa non si è fidata. Ha deciso di rivolgersi proprio allo Ieo. «Erano trascorsi solo tre mesi dal primo pap test» ricorda «quando il secondo ha rivelato che la lesione precancerosa era già passata a uno stadio successivo: sconvolgente. Mi hanno fatto immediatamente una conizzazione e prescritto controlli molto frequenti durante tutto il primo anno, poi via via più rari. Adesso posso considerarmi guarita, ma devo ringraziare la mia costanza nel sottopormi ogni anno al pap test e il fatto di essermi rivolta subito a un centro specializzato. È il consiglio che regalo a tutte le donne».

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