Quando il cancro ha un nome e un cognome 

Scoperte rivoluzionarie, nuove cure più mirate, assistenza specifica per i malati inguaribili: chi lavora contro i tumori ha bisogno del tuo sostegno. Ecco cosa possiamo fare in occasione della giornata per la ricerca sul cancro

di Sara Sironi  - 24 Novembre 2006

Il nome "cancro" non mi dice nulla. "Tumore" nemmeno. Ma mi dicono molto i nomi "Ilaria", "Mauro", "Anna": persone care che sono state colpite da questa malattia insidiosa. E mi dicono tanto anche i nickname delle nostre lettrici che nel forum salute trovano il coraggio di raccontare la loro lotta, i loro successi, le loro paure. Sono questi nomi che ci danno la forza necessaria per informarci, capire, impegnarci.

Le mille iniziative dell'AIRC che oggi celebra la giornata per la ricerca sul cancro sono tutte rivolte all'informazione e alla raccolta di fondi per sostenere lo sviluppo delle nuove cure mirate. Un approccio terapeutico più efficace perché "personalizzato". Una cura che dà un nome e un cognome al cancro. Vuoi sapere come funzionano queste terapie "genetiche"? Clicca sul sito www.airc.it: c'è un educational interattivo molto interessante.

Sullo stesso sito trovi anche il calendario di tutti gli eventi AIRC (dalla staffetta televisiva Rai all'iniziativa sportiva "un goal per la ricerca") e puoi seguire in diretta web da Roma l'incontro con i ricercatori a cui parteciperà anche Umberto Veronesi dal titolo "Il cancro e i suoi geni. A ciascuno la propria cura". Questi incontri informativi aperti a tutti si svolgeranno in molte città italiane: per partecipare chiama il numero verde 800.350.350.

C'è chi la lotta contro il cancro l'ha vinta. E ha voluto raccontarla. Si chiama Loredana Ranni e il suo libro si intitola "Io, viva di tumore. Una storia vera". Puoi saperne di più cliccando qui: www.loredanaranni.it.

Ma c'è anche chi non ce la fa, per mille motivi. Il nome e il cognome spesso spariscono e si pronuncia una parola che fa tanta paura: "fase terminale". Sembra che la medicina lì si fermi, lasciando il posto solo alla disperazione e alla solitudine. Si torna a casa a morire.

Per fortuna oggi non è più così: anche in Italia si moltiplicano le associazioni (conosci la Fondazione Floriani?) e le aziende ospedaliere che si occupano delle cosiddette "cure palliative". In Lombardia è stato appena inaugurato un nuovo "hospice" pubblico dedicato all'assistenza dei pazienti in fase terminale presso l'ospedale di Giussano (per informazioni: tel 0362.984378). Abbiamo chiesto al medico che lo dirige, il dottor Alberto Mapelli, di spiegarci il ruolo della medicina di fronte al fallimento delle cure.

"Si deve uscire dalla mentalità della medicina "guaritiva" per entrare in una nuova cultura: quando non è più possibile guarire, occorre comunque prendersi cura del malato per accompagnarlo fino alla fine. Non esiste la malattia, esiste il malato nella sua interezza, fisica, psichica, spirituale".

È lo scopo delle Unità Operative Complesse di Cure Palliative (www.sicp.it) che esistono in molti ospedali italiani: alleviare la sofferenza dei pazienti terminali. Che non vuol dire però eutanasia: "Si aiutano le persone "nel" morire, non "a" morire. Questo significa accompagnare, con rispetto ed estrema attenzione il malato e la sua famiglia, che non deve essere abbandonata a se stessa nemmeno dopo il decesso del proprio caro" conclude il dottor Mapelli.

Un difficile lavoro di squadra che coinvolge medici, infermieri, psicologi e anche molti volontari (a cui sono rivolti corsi di formazione specifici). Le unità di cure palliative solitamente offrono assistenza domiciliare, ambulatoriale, ospedaliera diurna e in ricovero. Affinché nessuno, nessun nome e cognome, sia lasciato solo perché ha perso la sua battaglia contro il cancro. La guerra è ancora tutta da combattere (e da vincere!) con il nostro contributo alla ricerca.

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