Crisi? Non per i cosmetici 

In tempi di crisi salgono i consumi dei cosmetici. Fenomeno scontato, dati i prezzi sempre più convenienti. Eppure si stanno affacciano nuovi trend di consumi che delineano cambiamenti sociali in fatto di approccio alla bellezza

 - 16 Marzo 2012
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Mondadori Press

 

All'indomani del crollo della Lewman Brother nell'ottobre 2009, Leonard Lauder fondatore del colosso Estée Lauder ha teorizzato l'indice del rossetto, la teoria economica secondo la quale più aumenta la crisi maggiori saranno le vendite dei cosmetici.
E' il fenomeno che si è concretizzato (fortunatamente) nel settore cosmetico italiano che nel 2011 non ha registrato segnali negativi.
Lo ha rivelato all'agenzia di stampa AdnKronos, Gianandrea Positano, direttore del Centro Studi di Unipro, l'Associazione italiana delle imprese cosmetiche di Confindustria, in occasione della presentazione dell'indagine sul settore.
"Il cosmetico - chiarisce - è un consumo irrinunciabile, forse perché non è più un consumo, ma un modo di vivere. Del resto, non va dimenticato che parte dal concetto di igiene. Facilmente si arriva a pensare che sì, forse del profumo potrei anche fare a meno, ma mi fa bene".
Non conosce crisi il settore della cosmesi che in Italia in termini di fatturato ha registrato nel 2011 un incremento del 4,6%: "beneficia delle esportazioni - sottolinea Positano - dal momento che il mercato interno, pari all'1%, non ha contribuito alla crescita del fatturato. Inoltre, va ricordata una leggera contrazione dei canali professionali, a causa della minor frequentazione, ad esempio, del parrucchiere. In tempi di crisi si riduce lo scontrino medio".
"La grande distribuzione, invece, è cresciuta ma va evidenziato un fenomeno: le grandi superfici come i supermercati e gli ipermercati sono anche calate come consumo, ma i nuovi 'fenomeni' di massa della distribuzione specializzata mirata al cosmetico, hanno avuto crescite notevoli, anche perché si gioca molto sui costi bassi. La farmacia tiene anche se sta abbassando i ritmi di crescita che pur sempre restano sull'1,8%".
L'erboristeria, invece, è "un fenomeno ormai consolidato. La sua crescita è alta (380 mln di euro il fatturato), ma mai come un altro fenomeno che viene trascurato un po', che è quello del 'porta a porta', il cui giro d'affari è addirittura superiore all'erboristeria, superiore a 400mln di euro".
Secondo Positano la comunicazione dell'eco-combatibilià del prodotto non rappresenta ancora una leva che traina le vendite, tuttavia si sta definiendo un cambiamento sociale. Prova ne sono i packaging: "non se ne vedono più di troppo arditi, perché il superfluo sta diventando quasi volgare. Quindi si tratta si un processo sociale di cui l'azienda non può non tenere conto. Chiaramente ci sono aziende che investono molto sulla comunicazione, ma ai fini dell'acquisto ancora non sono leve che fanno la differenza".

Un altro cambiamento sociale che i numeri mettono in evidenza è "la polarizzazione del consumo. Va molto il basso di gamma con un buon rapporto qualità-prezzo e l'alto di gamma che è un lusso di nicchia al quale non si rinuncia. La signora che si reca in via Montenapoleone ad acquistare una crema importante e costosa, non ha alcun problema a recarsi nel pomeriggio in un supermercato per acquistare cosmetici ottimi con un buon rapporto qualità-prezzo".
"Non ci sono più - conclude - i cosmetici di serie B, perché le aziende non possono permettersi il rischio di confondere il consumatore, è un fatto di competività, della ricerca e della sicurezza del prodotto. Qualsiasi prodotto si acquisti su un canale ufficiale, dunque non sulle bancarelle o nei negozi 'esoterici', è di qualità, perché diversamente sarebbe solo un danno".

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