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Le arti marziali aiutano i bambini a dare un calcio al tumore  

I bambini danno un calcio al cancro, con le arti marziali: il direttore di Kids Kicking Cancer Italia Onlus ci spiega come

 - 12 Giugno 2012

Quando un bambino si ammala di tumore, tutta la sua famiglia viene travolta con lui dalla malattia: dolore, sofferenza, speranza ed illusione travolgono, come un uragano la vita dei piccoli, dei loro genitori e dei loro fratelli.

Offrire a tutti, genitori, figli e fratelli, ogni possibile strumento di sostegno è quasi doveroso.

E’ quello che fa Kids Kicking Cancer Italia Onlus, un’associazione italiana no profit che, attraverso l’insegnamento delle arti marziali, offre ai bambini affetti da cancro e da gravi patologie croniche un aiuto, per affrontare e gestire meglio la propria quotidianità: la missione di Kids Kicking Cancer Italia Onlus è quella di alleviare il dolore dei bambini ammalati, dando loro la forza di reagire alla malattia fisicamente, spiritualmente ed emotivamente.

Grazie anche al sostegno di Pfizer, il progetto è attivo all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma: fino ad oggi, hanno preso parte al progetto 15 bambini e ragazzi del reparto di onco-ematologia.

Mark Palermo, medico neurologo e psichiatra, responsabile di Kids Kicking Cancer Onlus Italia, ci ha spiegato qualcosa di più sull’attività dell’associazione.

Mark, in che modo le arti marziali possono aiutare i bambini affetti da tumore e altre gravi patologie?

Le arti marziali aiutano i bambini sulla base di una serie di elementi. Alcuni sono insiti nella pratica stessa come, ad esempio, il non mettere l’accento sull’emotività’, sulla fatica o sul risultato, ma soprattutto sulla pratica in sé. La pratica, che é motoria e non verbale per definizione, aiuta il praticante, a qualsiasi età, a svincolarsi dai pensieri ponendo l’attenzione sul corpo e sul respiro, portando ad uno stato di maggiore calma. Nel caso specifico di bambini malati di tumore, a questo aspetto di “meditazione in movimento”, se ne aggiunge uno di normalizzazione. Nell’ambito di una situazione critica quale è quella della malattia, un bambino è ancor più vulnerabile agli aspetti alienanti del ricovero e delle visite mediche perché non ha maturato, per motivi assolutamente fisiologici, le competenze emotive e cognitive per comprendere cosa gli accade. Lui o lei sanno solo ciò che vivono: l’allontanamento dalla scuola, dalle abitudini, dai compagni, dalle proprie cose. Praticare un’arte marziale, anche con i limiti imposti loro dalla spossatezza, rappresenta nel loro immaginario, concetti di forza e di coraggio e diventa un momento entusiasmante e di normalità.

Come hai cominciato ad occuparsi di questa attività?

Ho iniziato ad occuparmi di questa attività sulla scia di oramai dieci anni di esperienze cliniche in cui, come neurologo e psichiatra, prescrivo ed utilizzo le arti marziali come terapia nell’ambito neuropsichiatrico sia del bambino che dell’adulto. L’efficacia della pratica, da un punto di vista clinico, è dovuta sia al complesso stimolo psicomotorio delle arti marziali che ad una serie di aspetti metaforici e etici. Questi ultimi, più evidenti all’adulto, entrano a far parte in modo spontaneo nel piccolo praticante proprio grazie all’uso del corpo, che in giovane età è il veicolo comunicativo principale. Quando ho conosciuto Kids Kicking Cancer nella persona di Rabbi G e dei suoi eroi, oltre ad essermi irrimediabilmente commosso, mi sono immediatamente offerto di coordinare il progetto italiano.

Ha una storia positiva di un bambino che segue le vostre lezioni da raccontarci?

Ogni storia varrebbe la pena di essere raccontata ed ascoltata perché è dalle storie che impariamo, soprattutto nel mio mestiere. E devo dire che sono tutte positive. Devo anche dire che la storia di questi bambini è anche la storia dei loro genitori. Tra tutti mi viene in mente D., un piccolino di 6 anni con un tumore al nervo ottico. Un bambino bellissimo, simpatico, spumeggiante ed arrabbiato. Ed è proprio sulla sua rabbia che si lavora, attraverso il corpo. La rabbia del suo non vedere bene, la rabbia del perdere i suoi foltissimi capelli, la rabbia di dover portare un piccolo tubicino nel torace per ricevere le terapie. Fughiamo la rabbia, forse anche la mia, colpendo l’aria e inchinandoci l’uno verso l’altro. E quando dopo aver percosso con i suoi piccoli pugni un morbido colpitore con l’energia vitale che lo caratterizza, alla fine si ferma, stanco. Mi guarda sorridendo e dice: “visto quanto sono forte!?”.

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