Ogni bambino vince la sua Olimpiade 

Una grande occasione ci attende: i Giochi Olimpici di Pechino. Una campionessa dice: «Un'occasione perché i figli imparino che l'importante non è la vittoria, ma dare il meglio di sé. E perché i genitori capiscano che lo sport (spinte e sudore compreso) è gioco, è vita

di Giancarla Barbieri  - 01 Agosto 2008

Se i cinesi manterranno le promesse, i Giochi Olimpici di Pechino saranno spettacolari e, tra sfilate, inni e medaglie, resteremo incollati alla tv a macinare emozioni. «La cosa più bella delle Olimpiadi è che ci sono atleti di tutto il mondo e le barriere di incomprensione non esistono. È lo spirito olimpico: c'è rivalità in gara, non fuori dal campo» racconta Sara Simeoni, già record mondiale di salto in alto, che di Olimpiadi ne ha fatte quattro conquistando un oro e due argenti.

Sorride, come il giorno in cui ha saltato 2,01 metri, che allora era il tetto del mondo. Dicevano che era una romantica dello sport, lei continua a credere nel suo valore educativo e lo promuove nelle scuole. I suoi ricordi e i suoi consigli sono preziosi, usateli con i figli quando sarete davanti alla tv.

C'è uno sport da guardare e uno da praticare...

«E c'è un'attività che bisognerebbe cominciare fin da piccoli.  Anche se si è spinti verso altri interessi. Ma se il corpo non fa movimento si ammala. E se non vogliamo avere una generazione di ammalati, i bambini dobbiamo farli muovere. A scuola possibilmente, sono già tutti lì».

Le attività più adatte?

«Basta trasformarle in un gioco. L'importante è che piacciano. Poi dipende anche dalle amicizie (uno fa calcio, tutti fanno calcio) e dalle strutture a disposizione. Noi, come Federazione di atletica, abbiamo messo a punto un progetto per la scuola materna, elementare e media con attrezzi fatti apposta: palle gommose, piccoli ostacoli, cerchi. Un bambino ci passa sopra, sotto, li usa per correre, li può lanciare. È un gioco in cui vincono tutti, perché la vittoria è dare il meglio di sé. Così ogni bambino ha la sua Olimpiade».

Però si vedono mamme al bordo dei campi con il cronometro in mano...

«Purtroppo! Considerano l'attività fisica del figlio non una fonte di benessere, ma una premessa di successi. Se perde la partita lo sgridano. Ma finché non c'è crescita biologica è impossibile capire se sarà un futuro Maradona. Illudono se stesse e il ragazzino di poter fare chissà che. Insisto: è un gioco che può diventare serio, ma è sempre un gioco».

È difficile accettare il proprio limite

«Non casca il mondo se qualcuno è più forte di te. Lo sport insegna a vincere, a perdere e a confrontarsi con gli altri, cosa che i ragazzi accettano con fatica. Oggi se non vinci non sei nessuno. Ma non sta scritto da nessuna parte che chi è primo a 12 anni lo sarà anche a 15. Magari ha uno sviluppo precoce rispetto a un altro e raggiunge prima dei risultati. Io non ho iniziato atletica a 13 anni col chiodo fisso delle Olimpiadi o del record. Il giorno che l'ho fatto saltavo bene, sembrava facile, ho detto: "Proviamo" e ho alzato l'asticella. L'anno dopo avrei potuto migliorare, invece avevo un blocco psicologico».

Lei è diventata un mito. Serve avere un campione come modello?

«Lo spirito di emulazione è importante anche senza concentrarsi sulla vittoria. Un campione insegna uno stile di vita: si diventa bravi se si mangia bene, se si va a letto a una certa ora, se ci si allena. Vale per tutto: dall'atletica al pianoforte».

Un bambino le chiede cos'è il doping. Come risponde?

«Che buttar giù pastiglie per essere i primi fa male, molto male. Non parlerei di etica, di disonestà, sono parole che vengono usate solo in certi momenti e poi si dimenticano».

Che cosa insegna l'attività sportiva?

«Attraverso il movimento uno prende coscienza di sé e non è poco. Vedi che ce la fai e diventi più sicuro. Ti fai male, impari a non abbatterti e a reagire a una situazione negativa. Io ero timidissima e mi sono sciolta. Ma non puoi trasferire nella vita i ritmi della palestra, là hai un programma per imparare qualcosa entro la fine del corso. Nella vita, a volte, ci vuole più pazienza. Anche i genitori hanno qualcosa da imparare: dominare le paure».

Quali paure?

«Fanno un dramma per una spinta. Si preoccupano che i figli sudino, che si facciano male. Ma come male? I bambini stanno male se non li fai giocare; se non li fai stare con gli altri si sentono diversi. A volte penso che questi genitori non abbiano mai giocato da piccoli!».

La dama dei giochi olimpici

Sara Simeoni, 55 anni, vive a Rivoli Veronese (Vr). Primatista mondiale nel salto in alto con 2,01(1978), ha vinto un oro alle Olimpiadi di Mosca 1980, due argenti a Montreal nel  '76 e a Los Angeles nell'84. Ma il suo medagliere non finisce qui. «Nemmeno io so quante medaglie ho portato a casa» dice Sara Simeoni. Sposata con Erminio Azzaro, ex campione di salto in alto e suo allenatore, ha un figlio, Roberto, di 18 anni. «Quando è nato ero così felice che ho regalato al mio ginecologo l'oro vinto a un Europeo indoor» racconta la Simeoni. Insegna Scienze Motorie all'Università di Chieti.

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