Marco Baliani 

Educare i bambini al teatro, nelle sue forme più varie, dalle marionette al racconto, è prezioso e fa bene, ai figli e ai genitori. Un artista eccezionale ci spiega perché.

 - 08 Dicembre 2011

L’emozione non è poca: sto per intervistare un’artista magnifico, Marco Baliani. Ogni volta che lo ascolto a teatro, vado a un suo spettacolo o leggo qualcosa che ha scritto, l’incantesimo si compie: vengo portata in una realtà diversa, scopro dimensioni e sensazioni nuove, un modo diverso di vedere le cose, personaggi fino ad allora ignoti, con cui condivido, sia pur solo per qualche momento, vite e lotte. Insomma, esco dalla mia vita.

Così, ho cavalcato accanto a Kholaas, e quasi perso l’equilibrio, ho resistito insieme a Frollo, bambino-biscotto di pasta frolla, all’aquila predatrice, scoperto l’ardore di chi ha combattuto per un ideale diverso da se stesso… Per questa ragione, quando ho pensato a chi chiedere un’intervista sull’importanza del teatro, nella formazione di un bambino e di un ragazzo, non potevo pensare che a  Marco Baliani.

Ha accettato e adesso siamo qui, con un caffè, una tazza d’orzo e due dolcetti al cioccolato.

Marco, perché il teatro è un bene tanto prezioso per un bambino ed un ragazzo?

Il teatro, per tutti, ma in particolare per un bambino, è un grande strumento di esplorazione del mondo: sia praticando il teatro che vedendolo, sono due modalità possibili. L’atto teatrale, che siano pupazzi, che siano burattini, che sia il mimo, la narrazione - in qualsiasi modo lo si intenda - è comunque un luogo dove tu intercetti un altro da te, scopri che il mondo è più complesso di quel che credevi. Non ci sei più solo tu e le relazioni familiari che conosci. Per un bambino, il vivere dell’immaginazione e della realtà è la stessa cosa, sono sullo stesso piano; poi da adulti non è più così e gli artisti tentano, tutta la vita, di mettere insieme le due cose. La maggior parte della gente se le perde per strada, convinta che diventare adulti significhi solo accettare la realtà concreta e quotidiana e non quella potente dell’immaginazione.

Partiamo dalla forma più semplice di teatro, l’incontro con la fiaba, con il racconto. Il genitore che racconta è il primo teatrante, il bambino scopre attraverso il papà e la mamma, o chi gli racconta, che in realtà ci sono più voci dentro la stessa persona. Scopre che i personaggi sono mossi, agiti, da chi racconta, che però lui ha sempre visto come suo padre, come sua madre. Allora, il bambino fa anche questa scoperta : il papà e la mamma sono più ricchi di quello che lui pensava che fossero. Per il bambino la cosa più affascinante non è cosa si racconta ma l’atto del raccontare. Il bambino non vede l’ora che l’adulto gli racconti cose. Beve, vuole sapere cosa gli succederà quando diventerà grande come suo papà e sua mamma. È importante che uno gli racconti cose belle, come le fiabe, ma anche raccontare la propria vita va bene: un bambino è affascinato dal sapere cosa è successo al genitore a sei, sette, otto anni. Sia il racconto di finzione che di vita sono due grandi tesori per un bambino.  Sono tutti e due atti teatrali minimi.

In “Dentro a un gatto ci sono tante storie” parli di tua nonna che raccontava a te e tuo fratello storie magnifiche…

Si, mia nonna era una nonna piena di storie, in questo era fantastica, aveva una capacità di improvvisazione incredibile, metteva nella storia oggetti di uso comune, personaggi reali, del paese, entravano nella storia. Aveva una mimica eccezionale, è stato un imprinting totale. Raccontava anche storie paurose, terribili.

Questa componente della paura, propria dei bambini, è molto presente nei tuoi racconti, come mai?

Perché la vita è così, incontriamo ad ogni passo orchi e streghe. Quando il bambino ascolta che in una storia c’è un malvagio, alza le antenne, questo gli apre la possibilità di comprendere che la vita è fatta anche di queste cose. La strega Jumauba è una storia angosciante, quando la raccontavo i bambini si irrigidivano sulle sedie, io mi trasformavo in strega, poi alla fine ovviamente il bambino trionfava. Più diventi cattivo nelle fiabe, più sei stupido e vieni sconfitto. Sbagliano gli adulti che vogliono togliere questa componente di paura.

Cosa suggeriresti ad un genitore?

Il tempo. Ecco una cosa importante. Che il genitore dedichi del tempo a suo figlio - sarebbe bello che non fosse il tempo rubato tra un video gioco ed un altro - un tempo, uno stare col bambino, in questa dimensione di narrazione. La maggior parte degli adulti pensa di non aver nulla da raccontare, pensa che la sua vita non meriti di essere raccontata, i genitori pensano spesso che il mestiere che fanno non sia così interessante, sono opachi rispetti alla vita. La maggior parte fa lavori che non gli piacciono, diventano afasici rispetto a se stessi. Sarebbe bello, invece, scoprire grazie al fatto che lo racconti al bambino, che si è più interessanti di quanto si pensi. Nel rapporto della narrazione, accade che quando qualcuno ti ascolta intensamente, aumentano le parole nella tua bocca. L’ascoltatore non è mai passivo, ti costringe a parlare di più, è una scoperta anche per chi racconta. Questo atto così semplice, che appartiene geneticamente all’essere umano è alla base del teatro, è un atto educativo, ti conduce per una via non prevista. L’etimologia della parola educare, ex-duco, ti conduco via. Andare a teatro con tuo figlio, è una cosa bellissima, condividere con lui quel che si vede, farlo più volte possibile, si acquista la capacità di capire come si è fatto quel teatro. Si formano anche le prime preferenze di un bambino, per un attore o, invece, per le ombre.

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