In gruppo dice solo parolacce 

Termini e gesti irripetibili. Con
gli amici il ragazzo si trasforma. Ecco perché non serve scandalizzarsi

di Laura D'Orsi  - 20 Aprile 2005

Te l'hanno riferito o l'hai scoperto tu per caso: tuo figlio adolescente, quando è fuori casa, non usa un linguaggio molto elegante. Anzi, specialmente con gli amici, è tutto un intercalare di parolacce. E la cosa ti dà molto fastidio: nessuno in famiglia gli ha insegnato a parlare in quel modo. «Niente di strano, fra gli undici e i sedici anni parlare sboccato è un comportamento normale» sdrammatizza la psicoterapeuta Rosanna Schiralli, esperta nelle problematiche degli adolescenti e autrice del recente Cercasi genitori disperatamente (Franco Angeli).

«Quando un ragazzo dice parolacce con i coetanei, sa di compiere un atto trasgressivo: è un modo per sentirsi più grande, più forte, più sicuro; in un certo senso più adulto» spiega la psicologa. «Usare un linguaggio volgare è un'affermazione di indipendenza, un po' come le sigarette fumate di nascosto o il giro sul motorino dell'amico: serve per sentirsi diverso dai genitori». E poi non dimentichiamo che le parolacce fanno parte di un linguaggio in codice usati dai ragazzi, e che ogni gruppo di amici ha il proprio. «Così ci si sente parte di una compagnia, ci si identifica con l'altro. È un meccanismo psicologico che dà sicurezza».

Ecco spiegato perché in casa molti ragazzi sono educati e attenti. Ma fuori si trasformano in bulletti arroganti e sboccati. «Il mio consiglio è di non scandalizzarsi troppo» suggerisce la dottoressa Schiralli. «Certo, se ci si accorge che l'"intercalare" è davvero pesante e continuo, è meglio andare a fondo. Potrebbe essere il segno di una forte insicurezza, che il ragazzo cerca di superare ostentando parolacce. Se poi, in casa, il figlio ha un modo di parlare immacolato e fuori usa solo termini irripetibili, forse in famiglia si sente troppo inibito». Ci si può chiedere se questo cambio radicale di personalità non sia dovuto, per esempio, a un'educazione rigida e all'imposizione di regole ferree.

E si può provare ad allentare un po' la pressione sul ragazzo, parlando con lui per capire i motivi del suo disagio. Ma senza cambiare atteggiamento da un giorno con l'altro: meglio iniziare per passi, altrimenti si rischia di disorientarlo e di destabilizzarlo ancora di più. E se tutto questo non serve è meglio chiedere consiglio a uno psicologo dell'età evolutiva. A volte basta un incontro per risolvere il problema.

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