Il secondamento 

Dopo il parto l'utero si contrae per espellere la placenta e le membrane: è una fase delicata perché a rischio emorragie

di Laura D'Orsi  - 06 Maggio 2008

Trascorsi alcuni minuti dopo il parto, la mamma avverte un'altra contrazione, meno dolorosa di quelle che ha provato durante il travaglio: è la fase del secondamento che serve ad espellere la placenta e le membrane. Dura da cinque minuti a mezz'ora circa: a volte la placenta segue immediatamente la nascita del bambino, in altri casi il medico dovrà aiutare questo processo estraendola manualmente. Con l'espulsione della placenta, il parto è finito.

L'ostetrica o il ginecologo esamineranno la placenta con cura, per assicurarsi che sia intera. Se c'è un minimo dubbio, esploreranno l'utero per vedere che non siano rimasti frammenti; se ciò avviene, infatti, è più probabile il rischio di emorragie.

Per questo motivo in alcuni ospedali la mamma dopo il parto viene fatta alzare e accompagnata a piedi nella stanza del reparto: la forza di gravità favorisce l'eliminazione di eventuali particelle estranee.

L'utero in questa fase rimane contratto in modo da evitare eccessive perdite di sangue: è visibile infatti sulla pancia come una specie di palla. Per favorire la sua contrazione spesso il medico pratica un'iniezione di ossitocina, l'ormone responsabile delle contrazioni uterine.

Nelle due ore che seguono l'espulsione della placenta, la mamma deve rimanere sotto controllo medico perché in questo intervallo di tempo potrebbero verificarsi, ma solo in rari casi, delle complicazioni.

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