I miei figli hanno due papà che si amano 

Claudio Rossi Marcelli vive in Danimarca con il marito e i loro bambini. «Siamo persone reali, non simboli»

di Laura Badaracchi

«Aspetta un attimo, che metto un dvd per mio figlio malato, così sono più tranquillo mentre parliamo». Bartolomeo, 4 anni ad agosto, vuole vedere il cartoon Nemo e richiama l’attenzione del padre. Che con un occhio controlla la connessione Internet, per verificare che la sua voce si senta bene su Skype, e con l’altro si assicura che il bambino stia comodo sul divano. Dalla Danimarca, dove vive, Claudio Rossi Marcelli, 39 anni, trasmette ondate di tenerezza paterna, insieme all’orgoglio di genitore quando gli faccio i complimenti per la bellezza dei suoi figli e la loro abilità nel parlare varie lingue: «Non per vantarmi, ma le gemelle sanno il francese, l’italiano e l’inglese». Maddalena e Clelia, 7 anni, sono cresciute in Svizzera prima di trasferirsi a Copenaghen con i loro due papà. Claudio, giornalista e scrittore, si è sposato il 15 luglio del 2011 a Ginevra con Manlio, responsabile marketing di un’azienda che produce birra. «Ci siamo trasferiti all’estero per il lavoro di mio marito. Poi abbiamo deciso di restare in Danimarca perché qui i diritti dei gay sono più tutelati».

Claudio e Manlio hanno gioito per la storica decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha sancito il diritto al matrimonio tra omosessuali in tutta la nazione. «Spero che fra qualche anno ci arriveremo anche in Italia e che il disegno di legge sulle unioni tra persone dello stesso sesso venga approvato presto dal Parlamento» osserva Claudio. «Io sono ottimista, ma il nostro Paese è pessimista, segnato dalla crisi. In questo momento manca la fiducia nei cambiamenti: paura e insicurezza sono un terreno fertile per barricarsi e difendersi. Per aprirsi, invece, ci vuole una ripresa economica e culturale». Claudio non ha il profilo del militante: si sente più a suo agio nel ruolo di padre e marito. «Io e Manlio abbiamo fatto coming out a 16 anni. A quasi 20, nell’estate del 1996, ci siamo conosciuti in maniera molto tradizionale: a un appuntamento organizzato da amici comuni. Dopo alti e bassi, abbiamo capito di essere innamorati e deciso di costruire insieme un progetto di vita. In realtà, non abbiamo trasgredito grandi regole, ma ricreato una famiglia molto simile alle nostre di origine: io ho un fratello e una sorella. Siamo cresciuti in tre, esattamente come stanno facendo i miei figli» sintetizza. Ma ci tiene a precisare: «Prima della voglia di famiglia è venuta la voglia di coppia». Il suo libro autobiografico, E il cuore salta un battito, rievoca il percorso compiuto con Manlio negli anni ’90, «quando la società era meno informata e formata sulle coppie gay. Oggi siamo nel pieno del dibattito, anche se restano dei pregiudizi. Già nella parola omosessualità è insito un equivoco, perché si focalizza l’attenzione sul sesso. Mentre la nostra relazione è fondata sul sentimento profondo che unisce due persone reali, non due simboli. Proprio come nelle coppie etero».

I papà sono immersi nella concretezza e nella routine di ogni giorno, anzi ne sono quasi sommersi. «Io accompagno i bambini a scuola e al parco» dice Claudio. «Lui fa il bucato e cucina nel fine settimana». L’elasticità del giornalista che lavora da casa e il pragmatismo del manager si incastrano e creano «un buon mix, anche se la sera capita che per la stanchezza non abbiamo neppure la forza di parlarci. E mi succede di avere fantasie “erotiche” sognando una macchina a due posti, invece di quella con seggiolino e portabagagli spazioso» aggiunge con ironia. Nonostante la fatica, occorre un costante impegno: «L’amore non piomba dall’alto: va cercato, coltivato, protetto. Per esempio, con brevi vacanze a due, mentre i bambini restano con i nonni». Il problema della lontananza dalla rete di parenti e amici che vivono a Roma si fa sentire, condito di nostalgia: «Mi mancano la luce, i sapori di lì anche se stanno solo a due ore di aereo. A volte voliamo negli Stati Uniti, per incontrare la madre surrogata e la donatrice di ovuli: due persone speciali con cui si è consolidata un’amicizia». Una situazione opposta «allo sfruttamento delle donne indiane che mettono al mondo i figli di altri perché costrette dalle necessità economiche» nota Claudio. «A Maddalena, Clelia e Bartolomeo abbiamo spiegato tutto. Loro ci chiamano papà Manlio e papà Claudio, quando ci siamo entrambi, o solo papà». Quando ripensa alla propria “educazione sentimentale”, coltivata quasi 20 anni fa, gli scappa un sorriso nei confronti della sua passata ingenuità. «Eppure proprio in quel periodo ho capito che potevo essere gay e in pace con me stesso. Perché allora l’omosessualità, da perversione, ha iniziato a venire riconosciuta come condizione degna di avere dei diritti».

 
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