La battaglia dei compiti 

«Mamma,non ci riesco: mi aiuti?». Soprattutto nei fine settimana, la famiglia rischia di essere ostaggio di problemi, schede e riassunti. Un esperto ci spiega, caso per caso, come venirne fuori

di Silvia Calvi
 

«Rispetto ai compiti esistono due grandi categorie di bambini: quelli che fanno da soli e quelli che vanno stimolati». Esordisce così Daniele Novara, pedagogista e  consulente pedagogico (daniele.novara@cppp.it). «Tra questi ultimi, però, ci sono molte differenze: c’è il tipo indolente, quello che non riesce a stare fermo, quello che ha la testa tra le nuvole ecc. Per ciascuno serve un diverso sostegno».Vediamolo.

Il procrastinatore
Di fronte ai compiti ha sempre una sola risposta: «Ci penso dopo!». Perché, prima, vuole fare così tante cose da non trovare il tempo di aprire lo zaino. Così, ogni  volta, finisce per andare a letto senza aver completato gli esercizi. La strategia «Mamma e papà, invece di supplicare il figlio perché faccia il suo dovere, devono aiutarlo a organizzare meglio il tempo» spiega l’esperto. «Un’idea utilissima è appendere alla parete un cartellone con l’elenco degli impegni della settimana.  Contrassegnati, però, con colori diversi in base al momento della giornata in cui andranno affrontati». Le prime volte, naturalmente, i genitori dovranno seguire da  vicino il bambino perché rispetti l’ordine stabilito. Ma il messaggio dev’essere:«Queste sono le cose da fare.Tu sei perfettamente in grado di affrontarle, noi ti  aiutiamo solo a organizzarti».

Il lamentoso
La maestra è cattiva, i compiti sono difficilissimi e i compagni saputelli: con un bambino così, ogni pomeriggio, scatta il piagnisteo! Che porta via tempo e,  soprattutto, impedisce di affrontare serenamente i compiti assegnati. La strategia «Questo atteggiamento serve al ragazzino per toccare il genitore sul piano emotivo. E cercare di farne un alleato “contro la scuola”, in modo che finisca per accollarsi la fatica dei compiti» dice l’esperto. «Per prima cosa, mamma e papà  non devono neppure entrare nel merito mettendosi a discutere con lui di quanto, in realtà, la maestra sia brava e così via. Una buona strategia? Dirgli che si  ascolteranno tutte le sue lamentele più tardi, quando avrà finito i compiti. E non cedere. Piano piano, perderà l’abitudine».

Il furbetto
«Mamma, ti siedi vicino a me mentre faccio la scheda di grammatica?». E all’improvviso, anche se sembra che il bambino stia facendo la sua parte, la mamma realizza di essere l’unica alle prese con soggetti e predicati verbali. La strategia «Lui ha perfettamente capito che i genitori possono velocizzare l’esecuzione dei compiti. E permettergli di fare meglio. Ecco perché ne sollecita la presenza» spiega Novara. In questo caso, basta non farsi catturare. Spiegandogli che non lo si sta “piantando in asso”, ma che si tratta dei suoi compiti di alunno della primaria, non di quelli della mamma».

Il frettoloso
Appena a casa, apre lo zaino e si mette al lavoro: è così desideroso di arrivare alla parte più divertente della giornata, da andare come un treno. Il risultato? La  scrittura è illeggibile e gli esercizi hanno molti errori. Colpa della fretta! La strategia «Con un bambino impreciso, che tende a fare tutto di corsa, il problema è l’incapacità di mantenere a lungo la concentrazione» spiega l’esperto. «Occorre intervenire subito. Fino alla fine della primaria, infatti, i bambini possono ancora modificare radicalmente il loro stile personale,basta che ricevano l’imprinting adeguato. Un buon metodo è dividere il lavoro in due tranche. Fatti gli esercizi della prima parte, avrà diritto a una pausa rigenerante. Così affronterà ciò che resta senza l’ansia di sbrigare tutto per poter, finalmente, giocare».

Il perfezionista
È l’iperconcentrato, che passa così tanto tempo su un singolo compito da non riuscire ad affrontare il resto. E quando, la sera, la mamma vede che mancano  ancora tante cose da terminare, lui è completamente “fuso.” La strategia «È un atteggiamento che può affiorare soprattutto nei bambini delle medie. E nasconde  una esagerata tendenza al controllo. Il rischio è che, al primo insuccesso, il bambino crolli» avverte Novara. «I messaggi da trasmettere, allora, sono due: il primo  è che l’errore serve, è necessario, perché aiuta a crescere. Il secondo è che il tempo per fare i compiti non è infinito.Si stabilisce un limite e, poi, basta: via libri,  quaderni e spazio a qualcosa di più divertente, come fare una torta, andare a giocare al parco o praticare uno sport».

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