Lavoro e maternità: le donne dicono 2 volte sì 

Non vogliono dover scegliere tra maternità e lavoro. E non tutte possono diventare lavoratrici autonome per avere un maggiore controllo sui propri tempi di lavoro e di vita. Come uscire da questa trappola? Rimettendo in discussione i modelli organizzativi cuciti su misura per una società che non c'è più

di Sara Sironi  - 19 Novembre 2009

Dire sì alla lavoro e sì alla maternità: il Gruppo Lavoro della Libreria delle donne di Milano ha ascoltato le esperienze di tante che, per affermare questo doppio sì, hanno scelto di ridurre l'orario di lavoro e hanno combattuto contro un mondo plasmato sul modello del tempo pieno. Questi racconti hanno stimolato altrettante discussioni e proposte concrete che hanno trovato spazio nel libro "Il doppio sì: lavoro e maternità, esperienze e innovazioni" . Abbiamo intervistato Maria Benvenuti, una delle autrici del libro, che con questo progetto ha voluto dare voce al desiderio di tante madri-lavoratrici di stare più vicine ai figli e alle loro difficoltà nel realizzare questo desiderio.

 

Più asili per tutte? C'è chi dice non basta...

Ogni volta che si parla di lavoro femminile tutti concordano sulla grave carenza di asili nido. Quasi tutti: infatti nel libro voi sottolineate come questa rivendicazione di per sé sola sia inadeguata. Perché? E quali sono le innovazioni nei servizi alla persona che ritenete davvero utili?

Per noi gli asili nido sono fondamentali e guai se non ci fossero e soprattutto se non fossero di buona qualità! La realtà però è molto più complicata per poter essere risolta solo con gli asili nido. Basti un esempio: il tempo medio che una donna lavoratrice italiana passa fuori casa è di 10 ore e mezza circa (8 di lavoro, 1 di pausa pranzo, 1,30 di spostamenti casa-lavoro). Quanti genitori vorrebbero lasciare al nido 10 ore al giorno il proprio bambino? Quanti pensano sia una buona soluzione per lo sviluppo di un bambino? Esistono delle proposte innovative interessanti che consentono anche una flessibilità negli orari di fruizione giornaliera e settimanale: a questa filosofia si ispira il Centro Prima Infanzia  di via Forze Armate a Milano. Insomma: gli asili nido sono importanti ma vanno accompagnati da altri cambiamenti fondamentali, come quelli in materia di organizzazione del lavoro.

Un modello a misura di un mondo che non c'è più

Ancora oggi la nostra società si regge sul modello lavorativo di stampo fordista dei primi del '900: uno schema che prevede un uomo lavoratore a tempo pieno e una donna casalinga che si occupa dei figli e degli anziani. Le donne si sono inserite in questo rigido modello dagli anni '70 e tuttora devono fare i salti mortali per conciliare il lavoro "casalingo" e quello "esterno", dicendo a fatica questo doppio sì e pagandone il prezzo salato. Il vostro libro ribalta la questione: "Non si tratta di dividersi a metà tra il lavoro e la famiglia lasciando le cose come stanno: si tratta di rimettere in gioco la definizione stessa dei confini del lavoro, del cosa, del come e del perché del lavoro". Bello a dirsi... ma da dove partiamo? C'è qualcuno che ci sta già provando?

La frase tratta dal nostro libro sottende un obiettivo molto ambizioso, che stiamo cercando di portare avanti anche con altri progetti. Ne "Il doppio sì" raccontiamo cinque esperienze concrete molto innovative. Cinque "pioniere" (grazie alla loro forte motivazione, alla consapevolezza di lavorare bene e a un contesto aziendale favorevole) sono riuscite davvero a dire un doppio sì: cioè a sentirsi realizzate sia come madri sia come lavoratrici, cosa tutt'altro che facile. Hanno ridotto il loro orario, ma sono riuscite a mantenere la propria crescita professionale. Altri casi innovativi che vanno nella direzione che noi auspichiamo sono quelli della San Pellegrino, dove, grazie a una direttrice del personale illuminata, Chiara Bisconti, sono stati istituiti in azienda dei "pranzi" informali tra donne (ma poi aperti agli uomini) dove le donne hanno cominciato a fare rete e a non conformarsi a un modello "maschile" di stare in azienda, o il caso della Zucchi di Urago. Nel libro diamo spazio al racconto di questi casi positivi che potrebbero essere imitati...

Troppi pregiudizi sul part-time

L'Italia è uno dei paesi in cui è più forte l'abitudine a passare un gran numero di ore nel luogo di lavoro e a fare tardi la sera in ufficio: molte ore, molto onore! Anche se tutte sappiamo che la produttività è un'altra cosa, siamo schiacciate da questo schema che trasforma ogni richiesta di part-time nella dimostrazione che siamo poco interessate al lavoro. E quindi addio stima dei colleghi e del capo, addio promozioni, addio ruoli soddisfacenti e di responsabilità. Ma il part-time previsto dalla legge è un orario di lavoro "che risulti inferiore a quello normale" (solitamente 40 ore settimanali): non significa quindi necessariamente un lavoro di mezza giornata che impegna solo la mattina. Eppure è ancora percepito così! Come uscirne?

Sì, anch'io all'inizio ho dovuto scontrarmi con il pregiudizio di tante partecipanti al Gruppo Lavoro della Libreria delle Donne: ancora per molti (e molte) il part time è visto come una riduzione subita, più che voluta, dalla donna, spesso in posizioni di scarsa professionalità/responsabilità, e rigorosamente al mattino. Invece per la nostra legge (Decreto legislativo 61 del 2000) "part time" significa solamente riduzione di orario: quindi anche la persona che lavora un'ora in meno al giorno oppure tre giorni alla settimana fa part time! In Italia, a differenza di altre nazioni come l'Olanda o la Germania, occorre sempre il consenso del datore di lavoro per passare da full time a part time. Spesso questi accordi di riduzione di orario sono a tempo determinato: dopo quel periodo concordato l'azienda e/o la lavoratrice  possono decidere se proseguire con il part time o tornare all'orario completo.

E gli uomini?

Le statistiche sono impietose: gli uomini italiani sono in media decisamente poco collaborativi a casa. Colpa dei retaggi culturali o anche delle donne che si sentono in dovere di fare "tutto e bene" quasi per diritto-dovere divino? Nel libro evidenziate come gli uomini siano ingabbiati in questa organizzazione del lavoro che non riconosce la maternità e tanto meno la paternità: ma come possiamo far capire che la posta in gioco coinvolge anche loro? Se vogliamo rivoluzionare il modo di concepire, rapportarsi, organizzare il lavoro possiamo farlo solo insieme. Come uscire dalla trappola che vede la conciliazione lavoro-famiglia come una questione femminile?

È vero, le donne italiane svolgono in Europa il numero più elevato di lavoro domestico (5 ore e 47) mentre gli uomini il più basso (1 ora e 55). Ma qualcosa sta cambiando, grazie a molti giovani padri. Un segnale positivo mi sembra venga da una recente ricerca inglese: il 62% dei padri vorrebbe ridurre il proprio orario di lavoro per stare un po' con i figli anche nella quotidianità. Quello che manca agli uomini è la consapevolezza dell'importanza della posta in gioco. Per questo nel libro noi invitiamo i padri a far emergere pubblicamente il loro desiderio: occorre iniziare a confrontarci in luoghi pubblici su alcuni nodi del lavoro retribuito (e di quello non retribuito) per cercare di creare una società che valuti e rispetti anche il lavoro di "riproduzione" e di "cura". Ne deriverebbero importanti conseguenze in tante direzioni: una è quella degli orari di lavoro, un'altra è quella dei criteri di valutazione della prestazione che dovrebbero essere resi trasparenti. E molto altro ancora...

 

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"Il doppio sì" è in vendita a 10 euro nelle librerie dove si vende la rivista Via Dogana (clicca qui per aprire l'elenco).Puoi chiederlo anche in contrassegno alla Libreria delle donne.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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