Sai dire “no” al tuo capo? 

Perché è tanto difficile dire “no” al proprio capo?

di Ignica  - 20 Dicembre 2011

A chi non è mai capitato? Ad ogni lavoratrice mamma, o anche solo lavoratrice, sarà capitato ad un certo punto lo sgradevole incidente: non sapere come dire “no” al proprio capo. Anche quando vi chiede qualcosa che proprio non potete fare, anche se avevate già programmato di partire per le ferie quella settimana, anche se quel compito lì, che vi viene chiesto, spetta al vostro collega che poi all’ultimo si tira sempre indietro. Anche se, magari, voi dovevate passare il pomeriggio con i vostri bambini.

Il Professor Roberto Pani, psicologo clinico e psicoanalista a Bologna, ci ha spiegato perché “dire no” al proprio capo è spesso difficile e come si può fare, per imparare.

Professor Pani, perché è così difficile dire di “no” al proprio capo? Qual è il “meccanismo” sottostante?

Bisogna riferirsi alle rappresentazioni interne della donna che corrispondono ai suoi vissuti, quelli che riguardano le figure autorevoli. Se, nell’antica situazione della famiglia di origine, il padre era stato vissuto con grande reverenza - ed in particolare dalla madre che lo valorizzava, ma anche temeva di non accontentare il marito - la figlia può aver mantenuto questa dinamica materna che si traspone in figure che nel mondo del lavoro sono considerate autorevoli e a volte autoritarie.

Le donne che non sanno dire di no al proprio capo, hanno più difficoltà in genere a dire di “no”, al partner o ai figli?

Si, tale tendenza di quel tipo di donna a sentirsi dipendente dalle figure autoritarie maschili e timorosa di deluderle, può essere spostata anche sui partners e altre figure che ricordano, con il loro atteggiamento, l’autorità maschile. Meno sui figli, ma qualche volta, anche su di loro.

Perché, spesso, è più difficile dire di “no” per le donne che per gli uomini?

Penso che dipenda da un’antica cultura che oggi noi chiameremmo: maschilista, o omocistica. Gli uomini, in buona fede, spesso si sentono eredi di un potere che privilegia la competitività e al limite, la sfida, molto poco la sottomissione. Succede però che questi atteggiamenti dell’uomo, spesso trionfanti, nascondano, tuttavia, un’angoscia di castrazione, quella di cui parla Signumd Freud. Tale angoscia riguarda particolarmente l’uomo che teme di essere umiliato nel suo orgoglio maschile: qualche volta molti giovani tremano quindi davanti alle figure autoritarie. Complessivamente sono più le donne che proiettano i loro vissuti di fragilità, con rassegnazione, verso l’autorità del capo, ma anche gli uomini, pur essendo in numero inferiore, non sono da trascurare circa la paura di dire di no all’autorità.

Professor Pani, si può imparare a dire di no? Cosa può consigliare ad una donna che non sa dire di “no” al suo capo?

Di tener conto che non sarebbe in atto una sfida, ma l’espressione di un proprio desiderio legittimo che non prevede rivalità, ma si tenterebbe solo di esprimere onestà. Se non me la sento, nessuno può obbligarmi a mentire, prima a me stessa. Si tratta quindi di distinguere il mio desiderio dal suo, quello del capo.  L’onestà verso me stessa è in primo piano e così imparo a volermi bene. Penso naturalmente che questo no, implichi la considerazione secondo la quale, sul piano del lavoro, ci sia lo spazio per esprimere la propria preferenza. Non è insomma un “no” capriccioso oppure una risposta negativa reattiva alle imposizioni subite nel passato.

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