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Per capire un bambino guardatelo negli occhi 

Perché negli occhi di un bambino c'è tutto: felicità, paura, allegria, dolore. A dirlo è un autorevolissimo esperto: il neuropsichiatra Giovanni Bollea. Un uomo straordinario di 94 anni che continua a battersi (e a protestare) per i diritti dei più piccoli. E per aiutare le mamme e i papà a crescere i loro figli

di Giancarla Barbieri  - 30 Agosto 2007

Quanti bambini avrà incontrato nella sua vita Giovanni Bollea? Se provate a chiederglielo, il neuropsichiatra infantile di fama internazionale sorride, allarga le braccia come per tirarseli tutti vicini e dice che deve ringraziarli: tanti anni fa gli hanno fatto capire che nessuno teneva conto dei loro diritti. E allora lui non si è limitato a fare il medico e a curare i piccoli malati, ha intrapreso una serie di battaglie, la prima per gli asili nido, per aiutare tutte le mamme e tutti i papà a crescere i figli. Con una costante raccomandazione: guardarli sempre negli occhi.

Perché professor Bollea? Che cosa c'è negli occhi di un bambino?

"Tutto. Il suo bisogno di compagnia perché si sente solo, di sicurezza perché ha paura di affrontare un mondo sconosciuto, di attività perché si annoia, di dialogo perché vuol sapere tante cose. Se facessimo metà dello sforzo che facciamo per capire e andare d'accordo con i colleghi, comprenderemmo molto più facilmente i nostri figli. È una semplice questione di ascolto".

Ascolto è una parola che affascina, ma come si fa con un bambino?

"È come andargli incontro, è adattarsi al suo modo di essere. È questo il fascino dell'educazione. Un bambino non ha la ricchezza di linguaggio che abbiamo noi, si esprime con i capricci, la testardaggine, la noia, la tristezza, l'instabilità di umore. Sono situazioni in cui non serve ricorrere alle regole, basta sviluppare una creatività pedagogica. Perché lo fa? Che significato ha per lui? Lasciate da parte le preoccupazioni e osservatelo con animo puro, cercate di capirlo, sentitelo "dentro" di voi. Non è meraviglioso? Con questo filo diretto potete intervenire in tempo. E non abbiate paura di sbagliare: i figli perdonano sempre quando si sentono ascoltati".

Qual è la cosa migliore che possiamo fare per un figlio?

"Pensare a lui sempre in senso positivo. Si trasmette tutto, per tutta la vita, anche senza parlare".

E l'errore più grosso?

"La punizione. Bisogna essere consapevoli delle proprie aggressività di adulti, di quanto in fretta si perde la pazienza, di come facilmente scappa uno sculaccione. Il bambino non è mai cosciente di quello che fa. Una punizione, per essere tale, deve essere compresa. Ci sono mille modi per spiegare che ha sbagliato e perdonare nello stesso tempo".

Se le regole non sono sempre indispensabili, che cos'è l'educazione?

"Un grande pedagogista,  Anton Makarenko, dice che lo scopo dell'educazione è raggiungere la "gioia del vivere insieme". Molto più che puntare allo sviluppo armonico della personalità. Ma anche molto semplice. Basta dare al bambino la parte di noi che lui desidera: vivere insieme le sue difficoltà, dargli la sicurezza che ce la farà. Trasmettendo questo semplice pensiero: "Noi staremo insieme fin quando tu, da solo, sarai in grado di affrontare la vita". Anche questo è ascolto".

Può fare un esempio?

"La scuola. Se ne devono occupare entrambi i genitori: parlare (a turno) con gli insegnanti, assisterlo nei compiti, interessarsi alla vita scolastica e non solo ai voti. Come era vestita oggi la maestra? Il bambino deve sentire che l'ambiente familiare è rimasto il più importante. Questo lo protegge dallo stress. Poi insegnare che il tempo per studiare e quello per divertirsi hanno uguale valore e, dopo i 10 anni, autorizzare "il tempo per perdere tempo". Gesti come ciondolare per la stanza, aprire un giornalino spesso innervosiscono e invece rappresentano una pausa rigeneratrice".

È cambiato il mestiere di genitore?

"È cambiato il mondo e i genitori devono ascoltare di più. Invece, chissà perché, sono molto presenti nei primi anni, sanno come il bambino succhiava il latte nel 12esimo giorno di vita, si entusiasmano alle prime manifestazioni di intelligenza, poi progressivamente si distraggono come se il figlio avesse già una vita sua. Quando ha 10 anni pensano di aver finito. La casa diventa solo il luogo dove si firmano le pagelle e l'adolescente viene lasciato andare indifeso in un mare magnum di cose negative. Abbiamo di fronte la nuova generazione di Internet e non sappiamo niente. Dove vanno quando navigano? Che cosa succede il sabato pomeriggio nelle discoteche per 12enni con ingresso vietato agli adulti? Sì, la responsabilità non è più solo della famiglia. E io protesto perché la società non difende l'adolescenza che è il periodo più importante e più delicato della vita. Perché a questi ragazzi non si insegna niente e dopo il diploma devono improvvisamente sapere tutto. Perché gli adolescenti di oggi sono più aperti, intelligenti, tutti da guidare. E nessuno li guida. Sì, ho 94 anni e continuo a protestare".

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