Chi non ha mai trascorso una notte insieme alle amiche o agli amici, cenando, guardando film, ma soprattutto chiacchierando fino all’alba, di tutto e di niente, con il gusto di rompere le regole (del riposo) e la routine quotidiana. Rigorosamente in pigiama. È quello che in Italia si chiama pigiama party, appunto, e negli Stati Uniti sleepover. Che però sta scomparendo, a causa delle paure di genitori spesso iperprotettivi. O forse i tempi sono cambiati?

Pigiama party, da rito iniziatico a occasione pericolosa

Negli USA lo sleepover è sempre stato visto come un must fin dall’età delle elementari: spesso a organizzarlo erano le madri, quando il padre è assente per lavoro. A lungo è stato considerato, in modo del tutto implicito e naturale, una sorta di rituale: la prima occasione in cui i bambini hanno l’opportunità di trascorrere la notte “da soli”, infrangendo le regole classiche, stando svegli fino all’alba o comunque a notte fonda. Ma qualcosa sta cambiando. A testimoniarlo sono i social dove ormai circola l’hashtag #nosleeopover, a cui corrisponde un vero e proprio movimento di genitori contrari.

Cresce il movimento #Nosleepover

Su piattaforme come TikTok non mancano, infatti, confronti anche accesi tra sostenitori e contrari al pigiama party, in dibattiti nei quali entrano anche psichiatri, come è capitato con Larry Mitnaul. L’esperto, originario del Kansas, ha spiegato sul social quali insidie si nascondano dietro questa pratica. In un video diventato virale qualche tempo fa, Mitnaul (padre di 6 figli) ha spiegato che il problema principale è che i bambini oggi hanno a disposizione smartphone che consentono loro di collegarsi pressoché a qualsiasi sito. Il rischio è che durante uno sleepover possano venire a contatto con contenuti non adatti. In generale, potrebbero finire col trascorrere l’intera nottata non a socializzare con gli amici, ma con lo sguardo fisso su un display.

Un fenomeno non solo americano

E in Italia? «Non credo che qui il pigiama party possa essere definito un vero e proprio rito iniziatico, come avviene negli Stati Uniti, dove è qualcosa di culturalmente riconosciuto, quasi atteso. Però è comunque evidente che dormire fuori casa rappresenta un passaggio: è una delle prime esperienze in cui il bambino esce dal proprio contesto familiare per vivere un tempo prolungato altrove. Se ci pensiamo, però, non è un evento così straordinario. I bambini già partecipano a gite di più giorni, campi scuola, esperienze sportive, parrocchiali, scoutistiche. Lo scoutismo, ad esempio, nasce proprio su una pedagogia dell’autonomia: dormire fuori, adattarsi, cucinare, organizzarsi. Per questo mi chiedo: perché oggi proprio questo viene percepito come un problema?», si interroga la pedagogista e formatrice Giovanna Giacomini.

Il pigiama party è pericoloso?

In America il dibattito ruota attorno alla presunta pericolosità dei pigiama party anche per via di possibili abusi sui minori (e non): episodi di bullismo o di violenze vere e proprie potrebbero verificarsi proprio in queste occasioni, specie se i protagonisti sono adolescenti o pre-adolescenti desiderosi di “osare”. Eppure il confronto ha coinvolto persino avvocati dei diritti dell’infanzia, come Pattie Fitzgerald, secondo cui gli sleepover si possono ancora fare, semplicemente seguendo regole base: potrebbe essere sufficiente evitare che i bambini rimangano tutta la notte fuori casa, lasciandoli a cena e nel dopo cena a casa di amici, salvo poi andare a riprenderli.

Non esiste un’età giusta

«Io credo che forse dovremmo iniziare a considerare queste occasioni per quello che sono: un’esperienza. Né necessariamente trasformativa, né pericolosa di per sé», spiega Giacomini. Naturalmente molto dipende dall’età e il timore di molti genitori è che i bambini e gli adolescenti di oggi tendano a bruciare le tappe. «Quello che vediamo, come operatori, è che spesso non è cambiata la maturità dei bambini, ma la disponibilità degli adulti a lasciarli andare. Accade, infatti, che in molti casi si tenda a rimandare, dicendo “è ancora presto”. Ma questa idea del “presto” è molto culturale. In altri paesi, alcune autonomie arrivano molto prima: bambini che si muovono da soli, che si preparano da mangiare, che gestiscono piccoli compiti quotidiani. In Italia, invece, queste competenze arrivano sempre più tardi. E questo incide anche su esperienze come il pigiama party», sottolinea la pedagogista.

Il pigiama party come primo assaggio di libertà

In generale, il pigiama party è considerato un primo assaggio di libertà e un’opportunità di condivisione di uno spazio e di tempo con i coetanei, di cui oggi forse ce n’è ancora più bisogno, vista la minor socializzazione in persona dovuta all’uso intensivo di social e smartphone. «Sicuramente è entrambe le cose: dormire insieme significa negoziare, gestire piccoli conflitti, provare emozioni intense come l’eccitazione, ma anche la nostalgia o un po’ di paura. Posso confermare che, quando creiamo queste occasioni, per esempio i pigiama party organizzati a Scuole Felici, (modello pedagogico fondato proprio da Giacomini, NdR) i bambini stanno bene. Non emergono particolari difficoltà, anzi: sono esperienze molto desiderate e vissute con entusiasmo. Se un genitore è in difficoltà, può anche iniziare creando lui stesso l’occasione, invitando altri bambini in un contesto conosciuto», dice Giacomini.

La differenza tra rischio e pericolo

Il problema, quindi, è soprattutto dei genitori: «Non è solo una questione di aumento dei pericoli reali, ma di come oggi percepiamo il rischio – chiarisce la formatrice – Siamo continuamente esposti a notizie negative, a racconti di eventi critici, e questo ci porta a sovrastimare il pericolo. Dal punto di vista pedagogico, però, è fondamentale distinguere tra rischio e pericolo. Il rischio è quella zona di crescita di cui parlava Lev Vygotskij: fare qualcosa un po’ oltre le proprie competenze e proprio per questo svilupparle. Il pericolo è ciò che va evitato. Oggi tendiamo a eliminare il rischio, pensando di proteggere i bambini. In realtà li priviamo di occasioni di sviluppo».

Abbiamo perso il senso di comunità

Per l’esperta a influire è anche un altro elemento: «C’è poi un cambiamento sociale molto forte: abbiamo perso una dimensione di comunità. Una volta i bambini erano dentro una rete più ampia, “sorvegliati” anche da altri adulti. Oggi i genitori si sentono più soli e quindi aumenta il controllo: o me ne occupo io, oppure nessuno lo farà», pensano molte madri e padri. Ma tenere i figli sotto una campana di vetro non li aiuta a crescere e a diventare più indipendenti: «Il punto centrale, infatti, è che l’autonomia non inizia con il dormire fuori casa. Inizia molto prima, nella vita quotidiana. Se un bambino non è abituato a prepararsi le sue cose, partecipare alla vita domestica e gestire piccoli compiti sarà molto più difficile per lui affrontare serenamente una notte fuori».

Diminuiscono le esperienze di vita concrete

Da qui nasce un’altra riflessione: «Sempre più bambini fanno meno esperienze concrete. Abbiamo paura di far usare oggetti fragili, di farli cucinare, di farli partecipare alle attività di casa. Sostituiamo tutto con materiali sicuri, infrangibili, esperienze controllate. Ma così non si costruisce autonomia. Anzi», sottolinea Giacomini. Per accompagnare davvero i bambini e i ragazzi verso l’indipendenza, servono gradualità e concretezza. Per fare alcuni esempi concreti, a partire dai figli più piccoli, si dovrebbero far usare loro materiali veri (bicchieri, stoviglie), coinvolgerli nella preparazione dei pasti, affidare piccole responsabilità domestiche (riordinare, pulire, aiutare) abituarli a stare in contesti diversi (nonni, amici, attività serali)». Una volta acquisita più autonomia, per l’esperta, il pigiama party non rappresenterebbe più un problema.