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A spasso con Naomi

di Giusy Cascio
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La scrittrice amata dal popolo no global è venuta in Italia a presentare il suo nuovo saggio Shock economy. Noi l'abbiamo seguita nella tappa milanese. E nel suo trionfo in un centro sociale

La scrittrice amata dal popolo no global è venuta in Italia a presentare il suo nuovo saggio Shock economy. Noi l'abbiamo seguita nella tappa milanese. E nel suo trionfo in un centro sociale

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Ha il nome di una top model e il cognome di uno stilista, ma è tutt'altro che una fashion victim. Perché Naomi Klein, addosso, di griffato non ha nulla. Porta una giacca nera strizzata in vita (no logo), i jeans (no logo) e una collana di pietre dure (no logo). Uniche due concessioni ai marchi e alle tendenze, l'ultimo iPhone ipertecnologico della Apple e i "tronchetti" ai piedi, gli stivali alla caviglia irrinunciabili in questa stagione.

A 37 anni, portati d'astuzia, la giornalista e scrittrice canadese è ancora la guru del popolo no global. E non solo nel look. Nel 2001, l'anno del G8 di Genova, il quotidiano The New York Times ha battezzato il suo No Logo (pubblicato in Italia da Baldini Castoldi Dalai) "la Bibbia di un movimento". Il saggio ha venduto più di 6 milioni di copie nel mondo ed è stato tradotto in 28 lingue. Ecco perché oggi Naomi è richiestissima.

Firma editoriali sulle più prestigiose testate americane e inglesi come The Nation e The Guardian. Ma le piace firmare anche autografi, sorridendo ai fotografi. Lo abbiamo scoperto incontrandola a Milano, durante il tour promozionale del nuovo libro, Shock economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri (Rizzoli) che si annuncia come il prossimo bestseller. La tesi portante? "Non c'è niente di meglio di un disastro per far partire un'economia di mercato, senza l'impiccio di resistenze popolari e di controlli democratici" dice Klein.

"I governi ultraliberisti approfittano di gravi crisi politiche o calamità naturali (l'attacco terroristico dell'11 settembre, lo tsunami in Indonesia o l'uragano Katrina a New Orleans) per imporre ai cittadini impauriti e sotto shock decisioni e leggi che, in momenti più calmi, non sarebbero mai passate".

Torna la Naomi battagliera, dunque. Alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte c'è la ressa per lei. Alle 18 arrivano manager in tailleur, mamme con passeggino e studenti di ogni tipo (il secchione, il bamboccione, il rimorchione). Presto si abbassano le luci in sala e possono partire i sei minuti di The shock doctrine, film-manifesto presentato al Festival di Venezia e diretto dal regista messicano Alfonso Cuarón, lo stesso di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban. Il cortometraggio lascia di stucco la platea: c'è un collegamento tra gli elettroshock fatti dalla Cia ai prigionieri di guerra negli anni Cinquanta e le torture usate a Guantánamo e Abu Ghraib? Materia che scotta, meriterebbe un approfondimento. Ma la scrittrice spiazza tutti: "Se avete delle domande da fare, dovete venire al centro sociale".

E alle 19, siglate le copie d'ordinanza ai fan in coda, Naomi si defila come una diva tra i flash. La ritroviamo un'ora dopo al "Cantiere" di via Monte Rosa 84. Siamo di fronte alla sede del maggiore quotidiano economico italiano, Il Sole 24 Ore, nella palazzina che ha ospitato il Derby Club, uno dei locali notturni più famosi di Milano e culla del cabaret, dove hanno mosso i primi passi Diego Abatantuono, Claudio Bisio, Teo Teocoli. Dal 2001 l'immobile è occupato dai giovani del movimento.

Qui si fuma e si beve in libertà. Si ascolta musica etnica e si veste "rebel wears", felpe e magliette "ribelli", cioè prodotte da manodopera non sfruttata e certificata. Conosciamo il popolo di Naomi. La prima a prendere la parola sul palco del Cantiere è Ulia, studentessa di Scienze politiche, che fa da pierre alla scrittrice. Al microfono urla: "Lei è una di noi, una sorella". E Naomi: "È vero, qui mi sento a casa. Solo in un centro sociale, nella pancia del movimento, avrei potuto lanciare il mio nuovo libro". Poi tocca a Luca e a Gianmarco dei collettivi studenteschi che chiedono: "Dobbiamo proprio smetterla di marciare contro il ministro Fioroni? Contro una scuola e un'università privatizzate e sempre più aziendaliste? Dobbiamo proprio smetterla di protestare solo per non far cadere un governo di sinistra?". E Naomi: "Arrendersi? Mai!". Infine c'è Leon, che conclude un intervento chilometrico con la frase: "Il cuore batte in basso, a sinistra" (il motto dell'esercito zapatista di liberazione nazionale, un movimento armato clandestino nella regione del Chiapas, in Messico, ndr).

La sua mamma lo bacchetta: "Voi ragazzi dovreste fare domande più brevi. Da Naomi imparate la sintesi e la semplicità". E la Klein: "Ma no, signora, il loro è entusiasmo. Contagioso. Ogni volta che vengo in Italia voi riuscite a sorprendermi. Mi ha colpito la gente del comitato "No dal Molin", la gioia con cui donne e uomini coraggiosi manifestano contro la costruzione della nuova base militare statunitense". Conferma Avi Lewis, giornalista e attivista canadese, biondo compagno della Klein: "Io e Naomi siamo andati a protestare a Vicenza. Abbiamo campeggiato in tenda, in mezzo a famiglie intere. È stata una bella festa". Un social party, per dirla con gli slogan del Cantiere. Dopo la lezione della maestra Klein, qui rimangono tutti a brindare con aperitivi equi e solidali, a 5 euro. Naomi vorrebbe fermarsi fino a mezzanotte, per il concerto jazz organizzato in suo onore e una birra, ma è molto stanca e beve solo acqua naturale (no logo). Quindi va via. Grazie a un comodo tacco cinque, scappa dai giornalisti impiccioni, che saluta con un gentile quanto ironico "Bye bye".

Scrivo per la memoria

Il suo editor italiano, Carlo Brioschi, la descrive come una donna puntigliosa, ma affabile. E innamoratissima del compagno, Avi Lewis. Non a caso Naomi Klein dedica il nuovo libro Shock Economy (Rizzoli) "Ad Avi ancora una volta".

È la conferma della vostra unione?

"Di una passione, politica e privata".

Siete sposati?

"Ci consideriamo marito e moglie, ma non lo siamo davanti alla legge, perché non crediamo nel matrimonio come istituzione, ma nell'amore. E nell'impegno sociale. Quest'anno, per esempio, abbiamo realizzato insieme The Take - La presa (Fandango), un documentario sull'occupazione delle fabbriche in Argentina".

Perché ce l'ha tanto con Bush?

"Dopo l'11 settembre, sfruttando la paura degli americani, l'amministrazione Bush ha avviato la privatizzazione totale dello Stato, esercito incluso. E la guerra in Iraq è servita a far ripartire l'economia: ecco la shock economy".

È un'esclusiva degli Stati Uniti?

"No, tutti i regimi antidemocratici applicano lo stesso schema. Anche Ahmadinejad, minacciando la guerra dall'Iran, fa alzare il prezzo del petrolio e guadagna".

A dicembre in Italia ci sarà la sentenza per i fatti del G8 di Genova del 2001

"Vogliono criminalizzare il movimento: sotto processo ci sono le persone sbagliate. Chi ha ucciso Carlo Giuliani sarà punito? Nel mondo ci sono tante altri morti come la sua. A Buenos Aires, nel 2002, sono stati uccisi in 33, mentre manifestavano. Non bisogna dimenticarli. Io scrivo proprio per questo: per la memoria".

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