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…Claudio Amendola, un bullo da sballo

di Antonella Trentin
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Fisico da muratore, parlata romanesca, il Colosseo tatuato sul bicipite. Grazie al suo fascino coatto (di cui va fiero), il protagonista de Il ritorno del Monnezza ha fatto strage di cuori. Fino a quando si è innamorato per la prima volta a 34 anni. Come ci ha confessato davanti a un piatto di insalata

Fisico da muratore, parlata romanesca, il Colosseo tatuato sul bicipite. Grazie al suo fascino coatto (di cui va fiero), il protagonista de Il ritorno del Monnezza ha fatto strage di cuori. Fino a quando si è innamorato per la prima volta a 34 anni. Come ci ha confessato davanti a un piatto di insalata

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Altro che Monnezza. Fuori dalla parte del trucido agente di polizia che sta interpretando al cinema, Claudio Amendola è un vero gentleman. Davanti all'Hotel Cicerone di Roma, dove abbiamo appuntamento per il pranzo, stringe vigorosamente la mano al portiere. Poi saluta uno per uno gli impiegati della reception. «Gentile!» penso. «Ecco perché Francesca Neri si è innamorata di lui». A me Amendola riserva un sorriso gattesco: «Piacere. Il ristorante è di là. Vogliamo andare?». Ci serviamo al buffet. Niente bucatini all'amatriciana, come ci si potrebbe aspettare da un "romano de' Roma". Il Monnezza mangia solo insalatina e bresaola. «Appena guardo un panino ingrasso di un chilo» confessa con una risata. «Ma un bicchiere di vino non me lo leva nessuno. Cin cin».

Allora brindiamo al successo del suo film: Il ritorno del Monnezza è nella top ten dei più visti. Ma perché ha scelto di interpretare una nuova puntata dei celebri polizieschi trash degli anni Settanta e Ottanta?

«Per motivi sentimentali».

Via, sentimentali...

«Giuro! Mio padre Ferruccio ha doppiato Tomas Milian in tutte le avventure del commissario Nico Giraldi, il papà del "mio" Rocky. I film, poi, li aveva scritti mio zio Mario».

Il Monnezza è uno di famiglia...

«Lo dico senza vergogna: se ho avuto una vita agiata, lo devo a lui. Non ci crederà, ma papà guadagnava di più quando doppiava Milian che quando prestava la voce a miti come De Niro, Hoffman, Pacino».

E il suo mito chi è?

«Sean Penn. Pur di lavorare con lui, gli farei da autista: "Le serve uno chaffeur?"» (fa finta di aprire la portiera di un'auto e infilza una fetta di bresaola).

Nel frattempo fa il Monnezza?

«Certo! E sarebbe un errore giudicarlo con la puzza sotto al naso. È un po' il "Robin Hood de noantri"».

Infatti aiuta gli immigrati e manda in galera i ricchi e i corrotti. Anche lei ha le stesse simpatie e antipatie?

(mi guarda pensieroso, poi risponde contento) «Sì, anche se nella vita vera non è tutto bianco o nero. Ci sono tanti mascalzoni tra i poveracci e tante persone per bene tra quelli con i soldi».

Com'è che ha cominciato a fare l'attore?

«Per caso, davvero. Ero iscritto a un liceo dove vigeva il 6 politico, ma nonostante questo a scuola non ci andavo. E a 15 anni ho mollato. Mio padre è stato perentorio: "Ora ti trovi un lavoro". Così mi sono messo a fare il muratore. Ma non immaginavo quello che mi aspettava: ero un signorino borghese io, tutto carino e fighetto. Altro che ragazzo di borgata!».  

In che senso?

«A casa mia si leggevano libri importanti e si ascoltava buona musica. La sera, ogni tanto, venivano a trovarci Claudio Abbado o Maurizio Pollini e suonavano il piano» (beve un sorso di vino).

Quindi con la cazzuola in mano si è trovato a disagio?
«Troppa fatica! Sono passato a fare il commesso e l'assistente al montaggio. Ma dopo sei mesi ho supplicato mamma: "Nun se po' tornà a scola?". Poi è arrivata quella famosa mattina».

Quale mattina?

«Avevo 18 anni e mia madre, anche lei doppiatrice, mi ha mandato a fare un provino. Cercavano un ragazzo romano, alto un metro e 80 e aitante, per interpretare un pugile. Avevo la testa altrove, nessun batticuore, sarà per questo che ha funzionato. Tutto pensavo, giuro, meno che fare l'attore».

Forse neppure il coatto.

«Sì, il romano buzzurro in parte è un'invenzione. Il pubblico mi vedeva così e io mi sono detto: perché deluderlo?».

Quindi lei non è un bullo?

«Come no! La romanità, la spacconeria, la superficialità fanno davvero parte di me» (ci pensa un attimo e si tira su la manica della T-shirt nera).

Che fa, mi mostra il bicipite?

«Le faccio vedere il mio tatuaggio con il Colosseo. Anche questo è da coatti, ma ne vado fiero. Me lo sono fatto incidere in tre tappe. Prima il monumento, poi il centurione, infine la scritta SPQR. Ero indeciso se farmi disegnare anche tre o quattro giapponesi con la macchina fotografica».

La parte del bullo l'ha aiutata ad avere più successo con le donne?

«Bastava essere Claudio. Ne ho cambiata una dopo l'altra. Appena loro si innamoravano, io mi stufavo».

Tipico del maschio latino...

«Tipico sì, ma era una cazzata. Ne ho parlato anche con uno psicoanalista, ma poi ho svicolato».

Alla fine si è dato una risposta?
«Bah... mi sono detto che, in fondo, era un po' colpa loro se si facevano trattare così. Francesca, la mia compagna, non me lo avrebbe mai permesso».

E la sua ex moglie?

(abbassa lo sguardo) «Mia moglie, la mamma di Alessia e Giulia, ha sofferto molto a causa mia. A 16 anni lei era già incinta, a 18 eravamo sposati. Tra noi c'era un grande affetto, ma l'amore si è perso per strada. Così sono cominciate le avventure».

Ne ha avute molte?
«Diciamo che mi sono concesso con troppa generosità...».

Per la serie: basta che respirino?

«Non esageriamo! Però mi facevo bello con gli amici elencando tutte le mie conquiste» (china la testa e arrossisce).

Oltre che bullo, vanesio...
«Ebbene sì, io mi sento proprio "figo", molto meglio di tanti altri . Ma non credo che sia un difetto. Al massimo un peccato veniale» (scoppia a ridere).

Quando si è innamorato per la prima volta?

«A 34 anni, di Francesca Neri».

E come l'ha conquistata?

«Ci siamo guardati negli occhi e ci siamo divertiti. Nonostante fossimo tesi e antitesi: lei algida e distaccata, io popolare e "monnezza", appunto. Poi ci siamo osservati da vicino. "Mi sa che non siamo così diversi" abbiamo detto insieme. E ci siamo riconosciuti».

>>Claudio Amendola

Claudio Amendola nasce a Roma il 12 febbraio 1963. È figlio di due "voci" famose del cinema italiano: gli attori e doppiatori Ferruccio Amendola e Rita Savagnone. Claudio lascia la scuola a 15 anni e inizia a lavorare come muratore. Nel 1981 sposa Marina Grande,

e da lei ha due figlie, Alessia,

21, e Giulia, 15. Sono le

ragazze che oggi vediamo con

lui negli spot Tre. Nel 1997

Amendola si innamora dell'attrice Francesca Neri: due anni dopo nasce Rocco. La coppia ha avuto  una breve crisi nel 2002,

ma ora è più unita che mai.

>>I suoi successi

Claudio Amendola inizia a recitare a 18 anni, interpretando un pugile nello sceneggiato tv Storie d'amore e di amicizia. Esordisce al cinema nella commedia Vacanze di Natale (1983), ma raggiunge la popolarità grazie a film di denuncia come Soldati-365 all'alba (1987), Mery per sempre (1989) e La Scorta (1993). Nel 2004 lo abbiamo visto in Caterina va in città, quest'anno nella fiction Cefalonia e negli spot Tre. Dopo Il ritorno

del Monnezza , Amendola girerà la serie 48 ore e il film tratto dal libro Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire.

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