Come si capisce se ciò che abbiamo davanti è arte o no?

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di

Elisa Venco

Molte opere contemporanee richiedono uno studio preliminare e lo sforzo di interpretarle. Altre, invece, ci colpiscono immediatamente, per la loro capacità di sorprenderci ed emozionarci. Quale categoria, però, ha a che fare con il genio?
Un'opinione di:
Giornalista a Donna Moderna, dove si occupa di attualità, è la curiosità fatta persona. Ama le...

Ho camminato sulle uova, desiderato tuffarmi in un mare di libri (l'effetto lo vedete nella foto qui sopra), calpestato gessetti e toccato solidi muri di cera. Mi è successo alla fantastica mostra dell’artista brasiliano Cildo Meireles, allestita all’Hangar Bicocca di Milano. L’insieme di opere, diversissime tra loro, era contrassegnato da con una caratteristica comune: il fatto di sfidare il  modo in cui percepiamo (e pensiamo) ciò che ci circonda.

Per esempio, due pareti identicamente grigie si sono rivelate, a un più attento esame, di natura opposta: una era originariamente bianca e poi coperta di migliaia di punti neri, l’altra nera e puntellata di un pulviscolo bianco. Una specie di lanterna magica, con un veliero che solcava l’Oceano Atlantico, nascondeva invece il fatto che, a determinarne la rotazione attorno a una luce centrale, fossero le braccia di un dipendente del museo (spero fornito di integratori), come un tempo capitava con le galere in cui a remare erano gli schiavi. E una serie di testi fotografici squadernati sul pavimento diventava, appunto, acqua.

L’effetto era di costante meraviglia, come se fossi tornata bambina e, per la prima volta, mi ritrovassi a pensare al mio rapporto con il mondo, a cosa è reale e cosa no, alle abitudini percettive e a quei messaggi che non passano necessariamente attraverso la vista. Proprio questo, secondo me, questo è uno dei principali obiettivi dell’arte: farci uscire da noi stessi per aprirci a nuove dimensioni, spogliandoci delle nostre certezze; colpirci attraverso i sensi, per poi suscitare la riflessione. Perciò apprezzo quelle, tra le creazioni  contemporanee, che non richiedono a priori di conoscere l’artista e il suo percorso, ma che al contrario parlano una lingua immediata e universale.

Ecco, ho ripensato le stesse cose di fronte alla esibizione di Ludovico Einaudi a Verona.  Emozione pura, senza bisogno di impressionare con scenografie imponenti o battute a effetto.  Spero conosciate la sua musica: ipnotica, avvolgente, rapisce chi la ascolta per portarlo altrove, fuori dal tempo. Non a caso, i titoli di molti dei suoi dischi si riferiscono al suo scorrere: I giorni, Una mattina, In a time lapse. I suoi brani parlano un linguaggio senza parole, ma chiarissimo, capace al tempo stesso di produrre la massima concentrazione nell’ascolto e di dis-trarci, ovvero di trarre ognuno di noi fuori da sé stesso, attirandoci in una dimensione magica in cui dimentichiamo dove siamo.

Alcuni la chiamano magia. Per me è genio. E secondo voi, quando si capisce se ciò che abbiamo davanti è vera arte oppure no?

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