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Dalai Lama: «Sono un uomo felice»

di Edgarda Ferri
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Il malessere che pervade la società di oggi dipende dalla complessità non solo del nostro pensiero, ma anche della nostra esistenza: vogliamo troppe cose, facciamo troppe cose. Eppure ognuno di noi è nato per una vita di gioia. Lo sostiene il leader tibetano, che nonostante sia minacciato di morte e costretto a stare lontano dalla sua gente, è sereno. Lo abbiamo incontrato a Milano

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Il malessere che pervade la società di oggi dipende dalla complessità non solo del nostro pensiero, ma anche della nostra esistenza: vogliamo troppe cose, facciamo troppe cose. Eppure ognuno di noi è nato per una vita di gioia. Lo sostiene il leader tibetano, che nonostante sia minacciato di morte e costretto a stare lontano dalla sua gente, è sereno. Lo abbiamo incontrato a Milano

Fa meraviglia la folla che si accalca   intorno al gigantesco Forum di Assago (Mi), 40 gradi sotto il sole a picco, in assorto silenzio. Un pellegrinaggio incessante di gente di ogni età, sesso e razza, che a piccoli gruppi viene condotto nello smisurato spazio in penombra dove campeggia un trono dorato issato su una predella ornata di fiori, pazientemente in attesa del Dalai Lama (si dice Tale’i Bla-ma in tibetano), che verrà a parlare di felicità. Benché esiliato dal suo Paese (che è stato invaso dalla Cina nel 1959) e costretto a vivere lontano dalla sua gente, a vederlo Tenzin Gyatzo parrebbe davvero un uomo felice. Ha 77 anni che sembrano la metà e ride di gusto. Quanto alla spiritualità della quale si abbevera la folla che costantemente lo insegue, è del genere  del tutto diverso dalla ieraticità  dei santoni orientali e dal misticismo di certi pastori cristiani che avanzano benedicendo urbi et orbi come se fossero gli unici detentori di uno specialissimo bene. No: Sua Santità il 14esimo Dalai Lama, leader spirituale e  sovrano assoluto del popolo tibetano, arriva caracollando sui robusti sandali, i piedi nudi color liquirizia, le mani giunte, gli occhiali scuri, lo scialle arancione e amaranto. E, sorridendo e ridendo, afferma che sì, puoi essere felice; anzi, devi esserlo, l’uomo è nato per questo. A noi occidentali, è venuto a dirlo; a noi, cui è stato insegnato che  dobbiamo passare attraverso il dolore (e ci riusciamo benissimo) per meritarci un paradiso, che in ogni caso non sarà mai qui, sulla Terra. Mentre lui è venuto per sostenere il contrario: «A me sembra scontato che il nostro corpo sia fatto per un’esistenza felice. La stessa medicina lo prova: una mente felice è una mente sana e una mente sana ha un impatto positivo sul corpo». Questa, l’abbiamo già sentita. «La difficoltà» ammette «è riuscire a mantenere una mente sana». Difficoltà enorme. Altrimenti, non ti spiegheresti la ricca moltitudine di strizzacervelli, il successo di libri e rubriche di frasi fatte e comuni. Sbracciandosi come un soddisfatto e compiaciuto signore senza i capelli e senza una ruga, Sua Santità pare proprio godersela, tanto che il suo messaggio è: «Ascoltatemi, e sarete felici». E spiega: «Nel 2012 e dintorni, dopo tutti questi passi in avanti, non poteva che finire così. All’inizio, il nostro cervello era piccolo. L’uomo pensava meno. Gli bastava procurarsi il cibo per vivere, una capanna dove ripararsi insieme alla famiglia, procurarsi un pezzetto di terra da coltivare, uno stagno dove pescare. Ci sono voluti millenni per affinare il cervello. E se questa, da un lato, è una meravigliosa conquista, da quell’altro dobbiamo accettare l’idea che la causa del nostro malessere proprio è la complessità del nostro pensiero. Facciamo troppe cose, ne vediamo troppe, le vogliamo tutte. Alcune, sono cose bellissime: vivere più a lungo grazie alla scienza, attraversare il mondo in pochissimo tempo, parlare o addirittura vedere i nostri cari lontani attraverso le moderne tecnologie. Tutto questo, però, ha un lato negativo: produce guerre, degrado ambientale, ingiustizia, ingordigia. Di conseguenza, insorgono in noi la paura, l’ansia, lo stress. In pratica, abbiamo raggiunto l’infelicità». La stessa infelicità, la stessa inquietudine che fa accorrere migliaia di persone intorno a lui. «Perché dispensa serenità» spiega il serafico e paziente signore che traduce il tonante inglese di quest’uomo impavido e mite, cui nel 1989 è stato assegnato il Nobel per la Pace per il modo in cui resiste non violentemente  alla Cina, che ha invaso il suo Paese vietando il buddismo e costringendolo all’esilio insieme a migliaia di religiosi tibetani. Residente in India come rifugiato politico (pare che i servizi segreti di Pechino abbiano deciso di ucciderlo), il Dalai Lama gira infatti instancabilmente il mondo per diffondere il suo armonioso e soave pensiero attraverso libri i cui titoli sono già, per se stessi, suggerimenti preziosi per liberarsi dai mali che sempre più ci tormentano: Parole dal cuore, Oceano di saggezza, L’arte della compassione, La luce della saggezza, Felicità & meditazione, La pratica della saggezza, Felicità emotiva, Le religioni sono tutte sorelle. Fino al recentissimo La felicità al di là della religione (Sperling & Kupfer) dove, a sorpresa, sostiene che la religione non è l’unico modo per perseguire la spiritualità: «Si può vivere una vita piena e soddisfacente che tutti desideriamo senza essere credenti». Come dire: «Non sto rivolgendomi solo ai religiosi, a qualsiasi religione appartengano. Mi rivolgo anche ai laici. Per costruire un mondo ricco di armonia e di pace, abbiamo infatti bisogno di qualcosa di più della tolleranza e della comprensione tra le religioni. Abbiamo bisogno di una  reciproca comprensione fra credenti di qualsiasi fede e non credenti». E va da sé che, mentre parla, il Dalai Lama pensa anche alla Cina. Al grande e potente Paese che ha invaso il piccolo e mistico Tibet, imponendo l’abbattimento della sua mite e antica religione basata sulla meditazione, il rispetto la tolleranza reciproca. «Finora» afferma convinto «non abbiamo tenuto abbastanza in conto che ci sono dei valori comuni ai credenti, a qualsiasi religione appartengano, e ai non credenti». Non a caso, il sottotitolo del libro apre la strada a un rivoluzionario pensiero: “Una nuova etica per il mondo”. «Significa sentirsi responsabili di ogni cosa e di ogni persona. Significa adottare il concetto che sulla Terra siamo miliardi e tutti uguali. Significa che dobbiamo salvare il nostro pianeta dalla distruzione per inquinamento. Ritenere inutile e folle la guerra. Capire le ragioni degli altri. Tollerare le diversità». Ma non l’avevamo già sentito, anche questo? Non bastavano la mamma, il papà, la nonna, il maestro? I nostri piccoli, casalinghi, modesti Dalai Lama, dove sono finiti? Tutti a cercare la felicità giocando a videopoker? Gonfiandosi le labbra? Indebitandosi per comprare l’ennesimo telefonino?

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