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David Grossman: se comandassero le donne non ci sarebbe la guerra

di Giusy Cascio
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Con i suoi libri ha commosso il mondo. Adesso, nel nuovo romanzo, lo scrittore israeliano ha affrontato la sua "catastrofe personale": la morte del figlio al fronte. L'ha raccontata dando voce a una madre e a un terribile presentimento. Perché solo le donne possono fermare la violenza

Con i suoi libri ha commosso il mondo. Adesso, nel nuovo romanzo, lo scrittore israeliano ha affrontato la sua "catastrofe personale": la morte del figlio al fronte. L'ha raccontata dando voce a una madre e a un terribile presentimento. Perché solo le donne possono fermare la violenza

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David Grossman è uno scrittore universale. Con i suoi libri, da "Vedi alla voce: amore" a "Che tu sia per me il coltello" e "Col corpo capisco", ha commosso milioni di lettori in tutto il mondo. Noi lo incontriamo a Milano. David (si pronuncia Davíd) è in Italia per presentare il nuovo romanzo "A un cerbiatto somiglia il mio amore" (Mondadori).

Saluta con la parola ebraica Shalom, "ciao e pace a te", con una generosità d'animo che scalda il cuore. Non si immaginerebbe mai, se non fosse cosa nota, che è un uomo colpito dal più atroce dei lutti: la perdita del figlio Uri, caduto il 12 agosto del 2006 nella guerra del Libano.

Di questa sua «catastrofe personale» l'autore preferisce non parlare e noi rispettiamo il silenzio. Perché il suo coraggio e la sua forza interiore traspaiono da ogni respiro trattenuto, dal suono, dolce e pacato, della voce. E alla fine di questo incontro speciale si esce trasformati. Più consapevoli di quanto grande può essere la gioia di vivere. Quanto profondo e lacerante il dolore.

David Grossman, perché questo libro?

«Per il motivo di sempre: assecondare un sentimento improvviso. Non parto mai da un'idea fissa o dalla trama. Non mi chiedo il "perché" della storia. Ma arriva un momento in cui non posso più fare a meno di scrivere. E lì, in quel preciso istante, inizio».

Da dove nasce l'ispirazione?

«Il mondo è pieno di inviti a scrivere. Sono attratto dalle sfumature della vita: il viso di un uomo, di una donna, di un bambino. O una parola rubata a due persone che discutono per strada».

Di che cosa parla il nuovo romanzo?

«La protagonista è Orah, che in ebraico significa "Luce". Una donna che amerà due uomini e partorirà due figli, Adam e Ofer. Quest'ultimo, alla fine del servizio di leva, parteciperà a una missione in Cisgiordania. E Orah vivrà lo stesso incubo che agita le notti di tante madri in Israele: il suo ragazzo potrebbe non ritornare a casa».

Come mai ha scelto proprio il punto di vista femminile?

«Perché le donne sono fedeli ai sentimenti primari della vita: la nascita, la cura nei confronti di un bimbo o di un giovane uomo. Ammettiamolo: le donne sono più sovversive dei maschi».

Sovversive in che senso?

«Meno inclini a lasciarsi imporre le cose, non si piegano facilmente agli ordini. Se avessero più possibilità di decidere, nel mondo tanti conflitti sarebbero scongiurati. La mia Orah sa che la guerra è morte e non accetta compromessi. Ecco perché l'ho scelta. O meglio: è stata lei a scegliere me».

Per contrastare insieme la guerra.

«Sì, la guerra che è lavaggio del cervello e ti fa covare rancore, violenza e vendetta per il nemico. Invece è essenziale continuare a considerare persino i nemici esseri umani. Se non ci riesci, hai perso comunque, anche se la guerra l'hai vinta. Perché perdi la tua umanità. Solo l'amore permette di prendere una persona dalla folla, isolarla dall'anonimato e darle la gentilezza, l'attenzione, la comprensione e la tenerezza di cui ha bisogno».

Eppure lei non ama essere definito uno scrittore pacifista. Non è vero?

«Verissimo. Pacifista è chi decide di non imbracciare le armi, neppure per difendersi. Per me non è così. Io ho fatto il militare. Anche i miei figli lo hanno fatto. E sostengo un esercito israeliano forte, perché viviamo in un Paese dove, se non impariamo a difendere le nostre vite, ci viene negata la possibilità di esistere. Quindi, no: non sono un pacifista. Ma sono uno che combatte per la pace».

Perché lsraele a volte viene considerato un Paese aggressore?

«Prima, durante e dopo la Shoah, nella sua lunga e tragica storia, il nostro popolo è stato segnato nella psiche: ci sentiamo costantemente minacciati da tutto ciò che ci circonda. Molti pensano che la nostra reazione al trauma sia eccessiva. Se Israele vivesse in un contesto pacifico, avrebbero ragione. Ma la nostra è paura vera. C'è chi vuole spazzarci via dalla cartina geografica!».

Il presidente iraniano Ahmadinejad?

«Il capo di una superpotenza vuole sradicarci dalla faccia della Terra. È un dramma che altri Paesi non sentono, perché non lo vivono sulla pelle. Ma se non si capisce questo, non si può uscire dal conflitto in Medio Oriente».

Lei intravede una via d'uscita?

«Bisogna arrivare insieme ai due Stati, lo Stato israeliano e lo Stato palestinese e Gerusalemme deve essere divisa in due parti. Ma Hamas e i moderati dell'Olp devono prima ricomporsi, altrimenti non si giungerà mai a un accordo».

Il neopremier incaricato di Israele, Tzipi Livni, avrà un ruolo decisivo?

«Credo e mi auguro di sì, ma non perché è donna. Una donna al governo in Israele c'è già stata: Golda Meir. Dura, conflittuale. La signora Livni, invece, non mi sembra una manipolatrice da intrighi. E vuole la pace. Ma è sempre difficile prevedere come può cambiare una persona che esercita il potere».

Il titolo del suo libro è tratto dalla Bibbia, dal Cantico dei Cantici. La religione per lei è un conforto?

«Io sono un laico di fede ebraica. Credo nell'amore, nella famiglia, nella pienezza della vita. Ma soltanto nella scrittura trovo conforto. Il potere dell'immaginazione è enorme: fa uscire dalla disperazione e dall'apatia. Ed è la mia unica salvezza».

Noi lettori come possiamo immaginarla mentre scrive?

«Lascio il blocco degli appunti per terra e cammino come un matto per ore, nel cortile di fronte alla collina. I miei libri camminano con me. Questo, per esempio, è nato da una lunga marcia nella natura dal Nord della Galilea fino a casa mia, a Sud. Ai viandanti che ho incontrato, ho fatto due domande: "Cosa ti aspetti dalla vita?" e "Cosa rinneghi?". Tutte le risposte, autentiche, le trovate nel romanzo».

E se lo chiedessero a lei?

«Le speranze vorrei tenerle per me, non me ne voglia. Idem i miei rimpianti: sono così tanti che ci vorrebbe troppo tempo per rispondere».

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