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Gli 80 anni di Miriam Mafai

di Antonella Trentin
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In questa intervista ci racconta la sua vita di battaglie e ideali

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Sarà per quella risata fragorosa, quei calzini a strisce colorate che tradiscono un residuo di civetteria, ma  Miriam Mafai non dimostra affatto la sua età. Invece è proprio il suo compleanno, 80 anni il 2 febbraio, che ci spinge a incontrarla qui, nella sua casa romana. Questa donna piccola e grintosa fa parte di una tipologia umana in via d’estinzione: una razza di intellettuali fedeli al proprio passato ma capaci di uno sguardo originale sul presente. Figlia di artisti, funzionaria del Pci, giornalista di Vie Nuove, Noi Donne, Paese Sera, L’Unità, la Repubblica, compagna del dirigente del Partito comunista Giancarlo Pajetta, Miriam Mafai è una delle grandi testimoni di quasi un secolo di vita italiana. La sua casa racconta molto di lei: spartana, pareti tappezzate da libri e fotografie, una vista straordinaria su villa Doria Pamphili, forse il più bel parco della Capitale. E un po’ ovunque le opere del padre e della madre, il pittore Mario Mafai e la scultrice Antonietta Raphael. Da una foto in bianco e nero, tra le sorelle Simona e Giulia, spunta una ragazzina con le trecce.

È lei, Miriam?

«Ero carina, vero? Però avevo un caratteraccio. Credo di essere stata una bambina piuttosto antipatica, presuntuosetta. Dovevo per forza mostrarmi diversa, superiore: venivo da una famiglia un po’ singolare».

Perché singolare?

«Mio padre era un pittore ma se dicevo ai miei compagni che mestiere faceva pensavano che si trattasse di un imbianchino. Mamma, invece, era eccentrica come molti artisti. Lituana, figlia di un rabbino, vestiva in modo piuttosto stravagante. Quando veniva a prenderci a scuola talvolta mi sentivo in imbarazzo. Era un misto di bohème e rigore: le mie sorelle e io dovevamo essere anni avanti a scuola, prendere bei voti, scrivere poesie e suonare il pianoforte. Una tortura».

Sua madre era il suo modello femminile?

«No, volevo essere come Marie Curie, la scienziata due volte premio Nobel che ha scoperto il radio. Ho divorato la biografia scritta dalla figlia Eve. Ha rappresentato per me il sostituto di un libro come Piccole donne che mia madre considerava, non so perché, sconveniente e mi ha proibito di leggere. Madame Curie era una donna forte, geniale. Mi sarebbe piaciuto imitarla. Sì, ero presuntuosetta».

Com’era a 18 anni?

«Molto adulta, libera e padrona della mia vita. È stato uno dei pochi vantaggi della guerra. Con le mie sorelle ho partecipato alla Resistenza di Roma. Abitavo da sola con Simona e nel 1944 ho cominciato a lavorare nel Ministero dell’Italia Occupata».

Con quale incarico?

«Che domanda! Seguivo l’ufficio stampa. Lo sbocco naturale per chi sapesse scrivere in buon italiano e battere a macchina. È stato lì che ho conosciuto Giancarlo Pajetta. Faceva parte di una delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale. Sono diventata amica sua, e anche della moglie e dei figli».

È stata lei la causa della fine del suo matrimonio?

«Ah no, non c’entro nulla. Ci siamo messi insieme solo nel 1962, ero io semmai quella sposata e a molti nel Partito comunista non andava giù. All’epoca non esisteva il divorzio. Giorgio Amendola per esempio non approvava la nostra unione».

È stato un grande amore?

«L’unico della mia vita, durato 30 anni. Per molto tempo abbiamo abitato in case diverse, anche perché quando mi sono separata mia figlia Sara aveva 9 anni e mio figlio Luciano 13. Ci siamo voluti molto bene, Giancarlo e io, ma non abbiamo mai sacrificato pezzi della nostra esistenza l’uno all’altro. Credo che questo sia il segreto di ogni coppia forte: l’autonomia».

Com’è stato il suo primo matrimonio?

«Mi sono sposata con Umberto Scalia nel 1948, con una cerimonia civile, scelta giudicata alquanto originale. Ero una giovane funzionaria del Pci, mio marito il segretario della federazione de L’Aquila. Sono stati anni duri ma formativi. Io che venivo da una famiglia di intellettuali sono entrata in contatto con una realtà di miseria estrema. Ricordo gli sfollati della guerra, i bambini che non potevano andare a scuola perché non avevano le scarpe. Come assessore del Comune di Pescara gestivo gli aiuti ai poveri».

Come la vedevano le donne abruzzesi?

«Chissà, forse come una marziana. Ero molto più libera e autonoma di loro. Però mi rispettavano: avevo un comportamento inappuntabile».

In che senso?

«Dalle donne comuniste si pretendeva un grande rigore morale, dovevamo essere un esempio d’integrità. Era impossibile tradire il marito e io non l’ho mai tradito».

Gli uomini potevano avere un’amante?

«Quello, sempre. Il Pci non faceva eccezione. La mentalità è cambiata solo negli anni Settanta con la legge sul divorzio».

Ricorda il referendum?

«Il 13 maggio 1974 ho invitato qui tutti gli amici di Paese Sera e abbiamo festeggiato fino all’alba. Ci sembrava, non a torto, che finalmente l’Italia si fosse scoperta laica, fosse entrata nella modernità. Un’emozione così intensa l’ho provata solo con la vittoria al referendum sull’aborto, nel 1981. Non si può capire, se non lo si è vissuto, il dramma delle donne che si affidavano a orribili mammane».

Che sensazione le dà, oggi, tornare sugli stessi argomenti?

«Una grande tristezza. Pensi che sull’argomento avevo scritto un pezzo sul primo numero de la Repubblica, il 14 gennaio 1976».

Allora non è cambiato nulla?

«Eh, no! Dall’alto dei miei 80 anni, sono convinta che il Paese non tornerà indietro. L’Italia non è quella che immagina il cardinal Ruini. Però alle giovani dico di non abbassare la guardia, non si sa mai. Le conquiste delle donne sono ancora troppo recenti».

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