Città in fiamme: intervista a Garth Risk Hallberg

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di

Annarita Briganti

Effetti collaterali: avere il frigo vuoto perché non ci si riesce a staccare dalle sue pagine. Garth Risk Hallberg, classe '78, americano, due figli di 3 e 6 anni, cresciuto in campagna con il sogno di New York, ha scritto il romanzone dell’anno, Città in fiamme (Mondadori). Sarà difficile eguagliarne la bellezza di trama, stile, personaggi, emozioni.

1.005 pagine, per le quali l’autore, debuttante, ha incassato 2 milioni di dollari di anticipo, riassumibili così: 9 personaggi principali, tutti mediamente infelici, cercano di sopravvivere nella Grande Mela di fine anni Settanta, tra le cantine punk e le famiglie disfunzionali di Manhattan, passando per eroina, alcol, tradimenti, abbandoni, riconciliazioni, perdite e una pallottola sparata a Central Park, la notte di Capodanno del '77, non si sa da chi. La vittima – ferita o morta? – è una ragazza innamorata di un uomo più grande, un banchiere corrotto, che è stato appena lasciato dalla moglie ricchissima, che nel tempo libero si mette due dita in gola e vomita e così via. Un affresco che ti fa arrabbiare perché non lo hai scritto tu. Un’opera da portarsi dietro, in vacanza, nei tempi morti degli impegni quotidiani, per non parlare del letto. C’è gente che non dorme da giorni per finirla.

Hallberg, che sta girando il mondo per presentare il suo bestseller, si gode questo momento di gloria con una sobrietà che dovrebbero copiare molti presunti nuovi talenti. Davanti a un caffè, ci ha svelato il dietro le quinte del libro di cui parlano tutti. Il caso del momento, nelle sue frasi chiave.

Il coraggio di raccontare una storia. «Ci ho messo due anni per scriverla e altri sei per sistemarla, svegliandomi alle 4 e mezza di mattina. Man mano che cresceva, raggiungendo il migliaio di pagine, credevo che fosse il progetto di un pazzo, impubblicabile, e invece, mi hanno permesso di portarla a termine, ma non mi sento di pontificare sul Grande Romanzo Americano. Posso solo consigliare di non avere paura di prendere spunto dai propri idoli. In Città in fiamme ci sono tutti i miei miti, da Don DeLillo a David Foster Wallace, ma anche Jane Austen o Charles Dickens e il mio amore italiano, Italo Svevo. Una frase può essere di Philip Roth o di Baudelaire. Il romanzo è una performance. I buoni romanzi giocano con le contraddizioni e l’ironia, lo strumento che ho usato per placare la mia ansia da prestazione. Il romanzo ti cambia e non ti permette più di essere quello che eri prima».

La scena clou. «Charlie, un adolescente che ha sofferto per la morte del padre, esce dalla seduta con il suo terapeuta arrabbiato con il mondo. Poi, per la serendipità di New York, incontra Samantha, una sua coetanea, che studia in una scuola costosa. Lei gli dice: “Chi vorrebbe andarsene da questo posto? Chi vorrebbe rinunciare a tutte queste possibilità?” e indica al ragazzo con il dito la gente, i ristoranti, i musicisti. Fin dal mio primo viaggio newyorkese, quando avevo diciassette anni, la città ha rappresentato questo per me: il massimo del cambiamento possibile».

Il senso del libro e di questo momento storico. «Tutti i personaggi sono autobiografici, ma anche distanti da me. Mi sono preparato alla scrittura con il metodo Stanislavskij, che usano gli attori, ricorrendo alle emozioni come ponte per conoscere quelli di cui stavo scrivendo. I loro “avatar” mi sono apparsi in tre minuti, quando ho avuto l’idea del romanzo. Il difficile è stato tirarli fuori dalla tastiera. Quando tutto è in crisi, tutto è possibile. Valeva nella società americana disastrata degli anni Settanta, nel 2001 con il crollo delle Torri Gemelle e nell’attuale difficoltà economica.
I libri aiutano. Ho trovato il mio “giardino fiorito” nella letteratura. Quando vorrei arrabbiarmi con qualcuno, mi ricordo di tutte le storie che ho letto e provo più empatia per quella persona, immagino che abbia i miei stessi problemi. Il cuore di Città in fiamme è la capacità degli esseri umani di creare connessioni e disconnessioni e la necessità che i nostri rapporti e le nostre azioni abbiamo un senso, oggi più che mai».

La scrittura. «Scrivere dev’essere una sfida, altrimenti vuol dire che non lo stai facendo bene. La scrittura è fatica, ma, quando riesce, è anche la gioia più grande. Se un libro mi piace, voglio che sia grande, desidero arrampicarmici, finirci dentro».

La speranza. «Attenzione a non guardare la vita con occhi troppo romantici. Ci si salva facendo scelte che abbiano un significato. Per molto tempo la libertà è stata interpretata come la possibilità di fare shopping, di scegliere tra cento cereali, ma non si vive di “aria fritta”. E mantenendo la capacità di relazionarsi con il prossimo. Per questo non sono sui social. Li considero un’immensa fonte di distrazione, contrari al tipo di scrittore che voglio essere. Però il prossimo romanzo, magari, lo faccio di duecento pagine».

Voi avete letto Città in fiamme? Cosa ne pensate?

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