Perché i libri di Catherine Dunne arrivano al cuore

«Sa qual è la verità? Io scrivo per pagarmi gli orecchini. Guardi questi pendenti di zaffiri. Li ho presi in India e sono costati una fortuna!». Catherine Dunne, dietro quella sua aria compassata, ha un cuore frivolo. Incontriamo la scrittrice irlandese, che solo nel nostro Paese ha venduto un milione di copie, davanti a un risotto e un trancio di ricciola annaffiati da un buon vino bianco. E lei si “sbottona” un po’: «Amo il cibo italiano, anche se sono sempre in lotta con la bilancia». Dovremmo intervistarla sul nuovo romanzo: Quel che ora sappiamo (Guanda). Ma quel che ora vogliamo sapere da lei è qualche retroscena sull’episodio che l’ha resa ancora più celebre di quanto non fosse già: il caso Veronica Lario. Ricordate? Nella lettera indirizzata a Silvio Berlusconi e pubblicata da la Repubblica il 31 gennaio 2007, la signora Lario citava la scrittrice, insieme al suo libro più famoso, usando queste parole: «A mio marito e all’uomo pubblico chiedo se, come il personaggio di Catherine Dunne, debba considerarmi La metà di niente». Una frase che ha avuto grande eco sui media di tutto il mondo. Mrs. Dunne, lei come l’ha saputo? «All’epoca ero in vacanza in Spagna. È stata una mia amica romana ad avvisarmi per telefono: “Sei su tutti i giornali!”. Dopo un primo momento di panico, ho cercato di capire chi fosse questa donna e perché mi avesse tirato in ballo». E che cosa ha scoperto? «Che Veronica Lario è una persona orgogliosa, fiera, materna. Considero la sua lettera un atto di generosità verso di me, perché ha provocato un picco nelle vendite dei miei libri. Quel gesto di dignità e coraggio, con lo scopo di proteggere i suoi figli da un matrimonio in bilico, mi ha molto colpito». È vero che tra voi c’è stato uno scambio di bigliettini di ringraziamento? «La signora Lario è una donna riservata e tengo anche io alla mia privacy. Preferirei non parlarne». Ma dire grazie fa sempre bene... «D’accordo, allora dirò grazie a tutte le lettrici, nessuna esclusa» (ride). I critici ritengono che nessuno sappia arrivare al cuore delle donne meglio di lei. Quando scrive ha in mente un pubblico femminile? «Io sono per la parità dei sessi anche nella scrittura. Non penso a un uomo né a una donna come lettore ideale. Parto da un’immagine. E poi la storia viene da sé». Qual è stata l’immagine di partenza di questo ultimo romanzo, Quel che ora sappiamo? «Ho visto un bimbo in bicicletta, correva disperato. Quel fotogramma è diventato il personaggio di Daniel, un adolescente in crisi, come tanti ragazzi di oggi». La trama si fa già chiara a pagina 12. Quando a Daniel succede qualcosa di terribile... «Sssh! La prego, non dica altro. Il libro affronta il tema della famiglia, della forza immane che due genitori, Ella e Patrick, scoprono di avere proprio nel momento in cui si abbatte in casa una terribile disgrazia. Il romanzo scava nei sentimenti, ma rivelare altri dettagli sarebbe come rovinare il finale di un film giallo. Mi piace l’idea che ogni lettore scopra pian piano la storia, aggiungendovi una parte di sé». Però possiamo svelare qualcosa dell’autrice. «Sono una donna normale. Amo camminare, andare al cinema, invitare gli amici a cena anche se ai fornelli sono una schiappa e riciclo sempre le solite quattro, cinque ricette. Sono “vera”, come dite voi su Donna Moderna. Felicemente risposata, adoro il mio secondo marito, Fergus. E a breve diventerò suocera». Suo figlio si sposa? «Emmon compie 30 anni a febbraio e ha pensato bene di fidanzarsi ufficialmente con la sua Claire. Io non metto bocca. I figli adulti hanno il diritto di fare le proprie scelte. E sbagliare, da soli». La futura nuora com’è? «Lei sì che è moderna. Ha conquistato la sua indipendenza economica, crede in quello che fa, si assume le proprie responsabilità». Sembra un appello per le quote rosa. «Ha colpito nel segno. Io vorrei più donne al governo in tutti i Paesi europei». Una Angela Merkel non fa primavera? «Ammiro la cancelliera tedesca perché ha saputo arrivare ai vertici del potere. Apprezzo meno la sua politica di rigida austerity. Guardi dove ci ha portato. Da noi in Irlanda il 10 per cento della popolazione fa la fame. Il 14 è disoccupato. Soltanto l’anno scorso 40 mila persone sono dovute emigrare in cerca di fortuna». Secondo lei qual è la soluzione per uscire dalla crisi? «Io inviterei i politici a scendere per strada, a pranzare nelle mense pubbliche, a passare una giornata in un pronto soccorso. Io lo faccio per il mio lavoro. A loro servirebbe per capire che i tagli al welfare sono un danno». Quindi se ne va in giro per Dublino a cercare l’ispirazione. Quali sono le sue strade preferite? «Amo il centro. Mi sono appena trasferita in città dopo anni di campagna. Per pensare mi rifugio nel parco di St. Stephen’s Green». E il posto a cui tiene di più in casa sua, qual è? «La mia scrivania. E i suoi rituali». Ovvero? «Prima di iniziare a lavorare, al mattino, accendo le candele profumate e galleggianti in un vaso trasparente. Se non lo faccio, la giornata va storta». Altri piccoli riti scaramantici? «Appena finisco un libro, devo subito buttare giù una frase qualsiasi da inserire nel romanzo successivo». A questo punto, ci tolga una curiosità: quale frase ha già pronta per il prossimo romanzo?«Non posso rivelarlo, altrimenti finisce la magia».

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Fin dall’esordio con La metà di niente, l’autrice irlandese ha conquistato milioni di lettrici. Scava nell’anima e suscita forti emozioni. In che modo ci riesce? Semplicemente, è vera e dice ciò che pensa. Lo dimostra in Quel che ora sappiamo, appena uscito: una toccante storia familiare in cui ciascuno può riconoscersi

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