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Jovanotti: la vita corre come un treno e io non voglio fermarmi

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È stato un 2015 intenso per Jovanotti: il nuovo album, il tour negli stadi, adesso i concerti nei palasport. Però Lorenzo è uno che non si crogiola nel passato: «Devo ancora fare il mio disco più bello, che sta lì da qualche parte nel futuro»

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È stato un 2015 intenso per Jovanotti: il nuovo album, il tour negli stadi, adesso i concerti nei palasport. Però Lorenzo è uno che non si crogiola nel passato: «Devo ancora fare il mio disco più bello, che sta lì da qualche parte nel futuro»

Il tour di Jovanotti nei palasport, sequel ideale di quello negli stadi dell’estate scorsa, è iniziato una settimana dopo la strage del 13 novembre al teatro Bataclan. «In un attimo è cambiato tutto, Parigi ci ha colpiti e ci siamo chiesti: cosa stiamo facendo? Ma che altro possiamo fare se non questo?» ha detto Lorenzo Cherubini iniziando il primo concerto a Rimini. La musica non si è fermata, e non solo perché lo spettacolo deve continuare: perché è l’arma più forte. Il cantante lo sostiene anche nel documentario ispirato al singolo Gli immortali. Intercetto Lorenzo in una pausa della tournée, che chiuderà a Bolzano l’11 gennaio.

Dallo stadio al palasport: cosa cambia? «È stato come comprimere una balena in una cabina telefonica. Negli stadi si impara a usare una capacità polmonare che, messa in uno spazio chiuso, è atomica. Ma questo non è uno show minimalista. Al contrario, è una vertigine di contrasti».

Il live per te è una festa, e lo è anche per il tuo pubblico che ormai va dai papà ai figli. «Non amo i bilanci. La vita corre come un treno e voglio giocarmela senza pensarci troppo. Mi piacerebbe solo che le generazioni che io “contengo” negli anni che ho si rispecchiassero in quelle nuove che mi vengono a sentire».

Oggi vivi a New York. Com’è l’Italia vista da lì? «Da sempre il mio stare altrove è un modo per confrontarmi con chi sono, con il luogo da cui provengo e al quale sento di appartenere. Sono un italiano vero, e dell’italiano ho la smania di vedere il mondo».

Ti accolgono bene all’estero? «Benissimo. La musica è il vero linguaggio universale, la possibilità di esibirmi di fronte a chiunque, che sia texano o eschimese, è sempre un’occasione per far scoccare la famosa scintilla. Poi il mercato è un altro discorso, confrontarsi con la scena musicale americana è una “mission impossible”. Ma, come insegna Tom Cruise nei suoi film, “impossible” finché non diventa “possible”».

Nel singolo Sabato canti «Che sembra tutto perduto, poi ci rialziamo». L’Italia da dove può rialzarsi? «Dai suoi ragazzi, dalla scuola e dagli insegnanti. Dai costruttori di entusiasmo, da chi non aspetta risposte dall’alto ma decide di essere lui la risposta. Da chi non ruba, da chi non froda, da chi non semina violenza verbale e concreta. Da chi si pone come punto di unione, dalle forze incredibili che sono dappertutto nel nostro Paese, dalla sua capacità storica di accogliere e diventare casa per chi la sente casa».

Le classifiche della musica italiana sono dominate dai pochi soliti noti. Perché faticano a venir fuori nomi nuovi? «È difficile che un Paese piccolo come il nostro possa generare più di uno o due artisti veri ogni decennio, a parte i momenti magici. La mia generazione aveva comunque intorno un sistema discografico che investiva nelle carriere e pianificava a lungo termine: oggi questo non esiste più».

I talent show aiutano o fanno danni? «All’inizio erano una novità e li seguivo, ora la formula è diventata ripetitiva. Direi che chi ha talento può farcela sempre, il problema è l’iper-esposizione a cui si è soggetti in uno show televisivo di quel tipo».

Tua figlia Teresa ha quasi 17 anni. Se decidesse di lavorare nello spettacolo, cosa le diresti? «Non credo proprio le interessi: per ora ha in testa chissà che altra storia».

Sono le stesse parole che usi in Libera, la canzone che le hai dedicato. Come vivi il suo diventare adulta? «Da padre, con quel misto di gioia, preoccupazione, ansia, desiderio, proiezione, protezione, fatalismo, entusiasmo, frustrazione tipici di questo ruolo. Ma soprattutto con amore».

È più facile o più difficile essere un adolescente oggi rispetto a quando lo eri tu? «La tempesta ormonale è la stessa di sempre. È la risposta del mondo a essere diversa: adesso la possibilità più ampia di scelta che hanno i ragazzi può essere un vantaggio o un problema... Dipende dai singoli».

Il brano Gli immortali è diventato un documentario che racconta 6 storie di persone e il loro viaggio per arrivare al tuo concerto a San Siro. Hai mai pensato di dedicarti alla regia? «Mille volte, ma per ora non conosco una forma più potente, efficace e rapida di una canzone giusta, che ha dentro mille film, mille libri, milioni di vite. Gli immortali è un omaggio alla molteplicità di emozioni che può scatenare un brano quando lo condividi con chi non conosci. Le mie canzoni si staccano da me e finiscono nelle vite degli altri e io, superati i 30 anni di carriera, lo vivo ancora come un mistero».

Tu e tua moglie Francesca state insieme da tantissimo tempo. Qual è il segreto per dedicarle canzoni sempre nuove? «Segreti non ne ho. Mi fanno paura le domande sull’amore, non c’è nulla di più grande e di più inafferrabile. La risposta è che l’amore è l’unica risposta».

L’anno prossimo compi 50 anni: come festeggerai? «Con le mie due ragazze, una delle quali diventerà maggiorenne un paio di mesi dopo. Roba forte, meglio non programmare».

C’è ancora una cosa che non hai fatto e che desideri? «Sono più quelle che non ho fatto, quindi dai 50 in poi cercherò di rimediare. Non escludo viaggi spaziali e nemmeno il disco più bello della mia vita. Che sta lì, da qualche parte nel futuro».

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