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Miguel Bosè: «I miei gemelli mi hanno regalato una seconda vita»

di Mariella Boerci
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Non si assenta da casa per più di tre giorni. Non si riposa per paura di perdere i primi passi e le prime parole di Diego e Tadeo. Nei panni del papà-chioccia Miguel Bosé è davvero tenero. E sembra rinato: ha un nuovo bellissimo cd, un lungo tour. E ha finalmente capito quanto è stato amato. Da suo padre

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Non si assenta da casa per più di tre giorni. Non si riposa per paura di perdere i primi passi e le prime parole di Diego e Tadeo. Nei panni del papà-chioccia Miguel Bosé è davvero tenero. E sembra rinato: ha un nuovo bellissimo cd, un lungo tour. E ha finalmente capito quanto è stato amato. Da suo padre

Ecco Miguel Bosé, ragazzo di 56 anni.

Dopo un anno sabbatico dedicato esclusivamente a Diego e Tadeo, i due gemellini avuti da una madre in affitto («Mi sono fermato ad ascoltare e guardare la vita»), l’ex etereo Super-Superman che faceva ballare gli adolescenti di tutto il mondo nei primi anni Ottanta torna sulle scene con una lunga tournée e un nuovo album, Papitwo (già primo nelle hit parade del mercato latino). Raccoglie due brani inediti e i grandi successi del passato, cantati insieme agli amici: da Juanes a Tiziano Ferro, fino a Jovanotti e a una sorprendente Penélope Cruz. Papitwo è un modo per celebrare 35 anni di carriera, ma anche per riallacciare il fil rouge che lo lega a Papito, cd-record del 2007 con 2 milioni di copie vendute nel mondo.

Anche se oramai Bosè non canta più per essere primo: «La priorità sono i figli» spiega. Non a caso l’intervista, pur fra mille educatissime scuse, viene interrotta più volte a causa di una febbriciattola di stagione che ha colpito uno dei gemelli: «Deve stare in casa!» ordina Miguel alla tata che non riesce a farsi obbedire dal bambino. E a me: «Dieguito è irruente, molto fisico, vivacissimo... Non c’è niente che lo fermi, tranne il sottoscritto. Mentre Tadeo è un seduttore e temo che continuerà le tradizioni di famiglia».

Osservo come è cambiato il cantante dopo la paternità. Più uomo che star. Ma anche più madre che padre. «È così. D’altra parte sono un padre single e mi sento diviso tra i due ruoli a seconda del momento: padre quando serve l’autorevolezza, madre quando scorrono le emozioni. Certo, qualcuno sostiene che il legame tra padre e figlio non potrà mai essere come quello tra madre e figlio. Però io sono sicuro che, anche se i miei bambini non sono nati dal mio corpo, li amo più di qualunque altra cosa. Non c’è nulla sopra di loro».

Per questo dopo la loro nascita ha staccato per un anno?
«Per questo, prima di tutto, ma anche, sotto sotto, per una ragione egoistica. Perché se è vero che i bambini devono vivere da bambini, senza essere sballottati avanti e indietro fra alberghi, set e camerini, è anche vero che il primo sorriso, la prima parola, il primo passo, il primo abbraccio sono momenti irripetibili: una volta passati, non li vedi più. Ed è una follia perderli. I bambini crescono in fretta, se non chiudi i cancelli, la loro vita scappa e solo quando inciampi nell’emozione di essere padre capisci il senso vero di questa esperienza».

Intanto l’anno sabbatico è passato, Diego e Tadeo hanno compiuto 18 mesi, lei ha inciso Papitwo e ora è in tournée in Spagna. È stato difficile il distacco?
«Finora no. Perché al disco ho lavorato durante l’estate, combinando le agende degli altri cantanti con la mia quasi totale disponibilità. È vero che non ho riposato, ma non ho nemmeno lasciato i gemelli. E anche la tournée è stata pianificata in modo da non stare lontano da casa mai più di tre giorni».

Per lei, Miguel, è più difficile essere padre o essere figlio?
«Figli si nasce, genitori si diventa, si dice. Il che presuppone una maggiore naturalezza della prima condizione. Invece, per quello che mi riguarda e nonostante i moltissimi dubbi prima di decidermi a questa paternità, il rapporto con Diego e Tadeo è stato naturale, facile e straordinario fin dal primo momento. Mentre come figlio è stato tutto più complicato, doloroso. Anche se sono nato in una famiglia privilegiata o, forse, proprio per questa ragione. Però è stata proprio la paternità a darmi gli strumenti per capire molte cose che, da figlio, non capivo e che riguardano soprattutto il rapporto con mio padre. Adesso, per esempio, ho capito di essere stato amato moltissimo anche se da ragazzo non mi pareva. E oggi che mio padre non c’è più e che certi momenti non si possono recuperare, finisco con il darmi spesso del cabrón (caprone)».

Tornando al disco: lì canta anche con Penélope Cruz. È brava?
«Sì, come molte attrici. Ha una voce dolce, davvero magica».

Poi c’è un duetto con Jovanotti.
«Lorenzo è da tempo mio compagno di cose e cause che vanno al di là della musica: a Cuba, quattro anni fa, abbiamo cantato insieme per la pace davanti a 1 milione e 800mila persone».

È vero che è sceso di nuovo in piazza con gli Indignados?
«Sì. Un giorno solo, stavolta, perché di più non potevo. Ma dovevo farlo, altrimenti a un cittadino che cosa rimane? Pagare i piatti rotti? I disastri delle banche, della finanza, di una classe politica incompetente e arrogante? No, basta!».

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