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Miss Italia: cronaca semiseria di una incoronazione

di Luca Fiorini
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Luca Fiorini, il nostro inviato a Jesolo, dal concorso che ha fatto sognare migliaia di italiane ha imparato che "La bellezza è pensare e poi fare"

Luca Fiorini, il nostro inviato a Jesolo, dal concorso che ha fatto sognare migliaia di italiane ha imparato che "La bellezza è pensare e poi fare"

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Luca Fiorini ha zero gatti e una camera vista tetti. È un finto magro e vero timido. Misura 1.74 “ma ne dimostro di più”. Odia le croste dei toast e i tuttologi. Stima Bette Midler e il Camparisoda. Scrive per avvalorare la tesi della sua maestra: “in matematica e scienze sei deprimente, bimbo mio, ma nelle lettere, lì sì, te la cavicchi”.


C’è il lato glamour e formicolante di un’ultima sanremese, il cicaleccio di un reality show a tiro di premiazione, quel regionalismo gagliardo e un po’ vintage alla Giochi Senza Frontiere, e sì, virgolettando la conduttrice, c’è persino l’atmosfera fulmicotonica di “una finale di Champions League”.

Dentro e fuori il Pala Arrex di Jesolo, a poche ore dall’elezione della nuova Miss Italia, c’è tutto un nugolo di aneliti e opinioni. Un andirivieni di persone impazienti che neanche a un concerto del Rod Stewart degli albori. Ci sono i supporter delle 24 finaliste, genitori e amici e fidanzati e perfetti sconosciuti lì pronti a parteggiare: “votate Nicole!”, strombazza qualcuno, “vince Anna Giulia”, accelera un altro, e poi vola un “forza Sara!”, “tutti per Giorgia”, “la reginetta è Rosaria”, a ciascuno la propria.

Le ragazze, frattanto, finite le prove, e arabescata di autografi una parete con l’hashtag della trasmissione – #misentomiss –, sono sotto i ferri di parrucchieri e visagisti: vuoi che la bellezza, quella vera, sia tutta una questione interiore, di cuore e carattere e carisma, ma stasera ci si gioca “la faccia”, o quantomeno l’inquadratura, e dev’essere rifinitissima.

Patrizia Mirigliani, intanto, abito austero e profilo manageriale, prende posto in platea. Manca poco meno di un’ora all’avvio della diretta televisiva e in sala stampa è già tempo di soffiata: “alle 23.45 i nomi delle finaliste”, rumoreggiano i ben informati. Il camerino del capitan Ventura è impenetrabile come il caveau della Deutsche Bank, non resta che attenderla sul palco.

Mentre mi accomodo fra il pubblico, m’imbatto in qualche insigne tipetto: Emis Killa, Alessandro Preziosi, Marco Belinelli. Ah, c’è anche l’ex capitan Uncino, rectius Francesco Facchinetti. E quel donnone prominente di Alena (Seredova). Assieme all’"uomo che nella testa ha Di Più”, Sandro Mayer.

A una manciata di minuti dall’avvio della diretta, un coro femminile trapassa le quinte: “Merda! Merda! Merda!”, berciano le concorrenti nel retrobottega. Applausi in sala. E poi paf!, si parte: sulla voce di Doris Day, una clip di vecchie polaroid ci consegna tutte loro, le ventiquattro bellone ancora bambine, mentre A Sky Full of Stars dei Coldplay dà la nota ai led luminosi. Il lampadario-Enterprise si solleva rivelando Giulia Arena, la Miss Italia uscente, attorniata dalle papabili ereditiere. È vestita bianco-nuvola, è deliziosa, e al mio vicino di posto, il suo stilista, contemplandola, scappa una lacrima.

Superba come una sirena e  spedita come un bulldozer, Simona Ventura si palesa sulla pista specchiata e presenta la giuria tecnica, incoraggiando le concorrenti a supportarsi sportivamente, e dichiarandosi altresì solidale ai 1.300 lavoratori in mobilità del Consorzio unico di  Napoli e Caserta, mandatari di una missiva di protesta.

La serata riga dritta coi ritmi di un supershow: defilè, dj-set, coreografie, canzoni (clap-clap per Chiara Galiazzo e Francesco Sarcina). E dopo tre ore di diretta, consegnate le fasce minori – fra cui Miss Cinema, Miss Curvy, Miss Sorriso – la nuova incoronata è la ventenne Clarissa Marchese, studentessa di logopedia, occhi bruni e pugni stretti, un metro e settantotto di sicilianità schietta. «Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di fare, incominciala. L’audacia ha in sé genio, potere, magia. Incominciala ora»: è questo il suo motto, un inno allo splendore più prosaico nell’anno della grande bellezza sorrentiniana. E ha ragione da vendere, a ben vedere, la ragazza.

Bellezza è ciò che crediamo e che possiamo: è “la stampa” nella famosa battuta di Humphrey Bogart, una birra gelata nel mini-frigo di un albergo, è un gesto legnoso che si rilassa, un progetto che parte in tromba, un bacio sugli occhi, una tazza di tè che svapora, bellezza è una testa ben avvitata, un lavoro messo in buca, è mia nonna col giro di perle della domenica, il mare di notte che mormora per nessuno. Nuovamente scomodando la padrona di casa, allora, a festa finita – ma potremmo dire, per qualcuno, appena cominciata: “buona fortuna, buona vita, Clarissa!”.

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