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Negramaro: siamo 6 pazzi che stanno bene insieme

di Andrea Scarpa
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«È dai piccoli gesti che nascono i grandi cambiamenti». Potrebbe sembrare una frase di Renzi o Bergoglio. Invece è il motto di Giuliano Sangiorgi, cantante dei Negramaro. Che in questa intervista parla del disco e del tour, certo. Ma dice anche ciò che pensa del premier e del Papa...

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«È dai piccoli gesti che nascono i grandi cambiamenti». Potrebbe sembrare una frase di Renzi o Bergoglio. Invece è il motto di Giuliano Sangiorgi, cantante dei Negramaro. Che in questa intervista parla del disco e del tour, certo. Ma dice anche ciò che pensa del premier e del Papa...

«È un titolone, lo sappiamo bene. Però crediamo che anche i titoli possano e debbano aiutarci a riflettere. Non siamo così presuntuosi da pensare di fare la rivoluzione, quella vera, ma siamo convinti che ognuno di noi può dare il via a piccole rivoluzioni tutti i giorni. Per cambiare le cose che non vanno». Giuliano Sangiorgi, voce e leader dei pugliesi Negramaro, mette quasi le mani avanti cercando di spiegare il senso profondo del loro ultimo album, dal titolo davvero impegnativo: La rivoluzione sta arrivando. «Sono tanti i dischi che hanno segnato in maniera profonda la mia vita e il mio modo di pensare, e quindi hanno avuto su di me un impatto notevole» aggiunge. E poi, per il resto dell’intervista parla al “noi”. «Nel nostro piccolo, vogliamo essere innovatori anche noi Negramaro. Bisogna volare alto» dice, mentre con gli altri 5 componenti della band è in giro in tutta Italia per 14 concerti.

Il significato dell’album e del tour qual è? «Portare l’uomo e la vita al centro di ogni cosa. Ecco perché abbiamo voluto un suono semplice e diretto, quasi vintage».

Dov’è nato il disco? «In una masseria vicino a Otranto. Ci siamo ritrovati lì con la voglia di recuperare le nostre melodie iniziali. In passato abbiamo cercato l’alleanza di produttori esterni, stavolta abbiamo fatto tutto da noi».

E mettervi d’accordo com’è stato? Facile, difficile, difficilissimo? «Facile. I 5 anni trascorsi dal disco precedente, Casa 69, ci sono serviti per maturare delle cose da dire. Quando abbiamo deciso di produrci da soli, nessuno di noi ha pensato di primeggiare sugli altri. La nostra forza è quella di essere una band con 6 sfumature diverse: ci serve a superare i nostri limiti».

Dopo tanto tempo insieme, sembrate ancora uniti. Nei gruppi di solito ci si scanna… «Ci ha aiutato il fatto di avere attraversato insieme tanta gavetta, gli alti e i bassi. Ma non abbiamo mai dimenticato chi siamo e da dove veniamo. Se il successo dei Negramaro lo avessi avuto da solo mi sarebbe scoppiato il cervello. La mia fortuna è avere loro, la fortuna di ognuno è avere gli altri 5. Ci diciamo tutto. Litighiamo spesso. Ci fa bene».

Ogni tanto si dice che Sangiorgi sia troppo egocentrico. «Non è vero. Siamo 6 pazzi che stanno bene insieme. Amici veri, da 15 anni. Gli altri per me sono 5 fratelli. Lo sono così tanto che i miei 2 veri fratelli sono gelosi di loro».

Secondo voi chi è un rivoluzionario, oggi? «Quell’uomo o quella donna che, con piccoli gesti quotidiani, riesce a cambiare sé e tutto ciò che ha intorno. L’arte, quando è vera e pura, è rivoluzionaria. Sognare è rivoluzionario».

Papa Francesco lo è? «Sì, certo».

Matteo Renzi e il suo governo lo sono? «Per carità, lasciamo perdere. Cambiamo argomento».

La grafica del disco è molto particolare: in copertina c’è un teschio che ride e voi siete stati disegnati come pirati. Che cosa vuol dire? «Ermanno (Carlà, il bassista, ndr) ha ideato e disegnato il progetto che accompagna l’album. Contiene morte, vita e ironia: 3 significati che fanno parte dello stesso percorso. Il senso è che la morte non deve spaventare, così come non deve far paura la parola rivoluzione. È chiaro che sono solo canzonette, è chiaro che è solo un disco. Ma se qualcuno inizia già a guardare dentro di sé, da lì inizia tutto. Rivoluzione è mettere la vita in luce. Se si ragionasse così, si farebbe un salto in avanti».

Invece chi ha paura della morte o dei dolori della vita è destinato a rimanere indietro? «No. Io stesso ho cercato di rivedere la morte di mio padre in chiave nuova. Ho capito che il “nero” associato al lutto e alla perdita è solo una sfumatura dello spettro cromatico. Non deve essere un macigno che schiaccia il resto, non è una voragine che fa scomparire tutto. Dai momenti di difficoltà si può imparare, continuando a danzare, a sorridere. Proprio come fa il teschio in copertina».

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