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Nicolas Cage

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Nicolas Cage presenterà al Festival di Venezia World Trade Center, il film che a noi farà rivivere la tragedia del 2001. E che a lui ha cambiato la vita. Perché gli ha insegnato una profonda verità: quello che non ci distrugge ci rende più forti

Nicolas Cage presenterà al Festival di Venezia World Trade Center, il film che a noi farà rivivere la tragedia del 2001. E che a lui ha cambiato la vita. Perché gli ha insegnato una profonda verità: quello che non ci distrugge ci rende più forti

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L'11 settembre 2001 Nicolas Cage lo ricorda come se fosse ieri. «Ero a casa, a Los Angeles» racconta con una voce roca che tradisce ancora un misto di incredulità e orrore. «Stavo dormendo, quando ha squillato il telefono. Era un amico che non sentivo da tempo. "Accendi subito la tv" mi ha detto. "Non crederai ai tuoi occhi". Ho preso il telecomando, ho messo sulla Cnn... E ho visto crollare in diretta le Torri gemelle di New York. Un'immagine che da allora non riesco a togliermi dalla testa». Eppure, cinque anni dopo, il divo ha accettato di rivivere l'incubo di quel tragico martedì in World Trade Center di Oliver Stone. Nel film, uno dei più attesi alla Mostra del cinema di Venezia che si aprirà il 30 agosto, Cage è il protagonista di una storia vera: il dramma del poliziotto John McLoughlin, rimasto intrappolato per 12 ore sotto le macerie durante le operazioni di soccorso.

Se era tanto sconvolto dagli attentati, perché ha voluto interpretare una pellicola sull'11 settembre?

«Perché quel giorno ha cambiato il modo di vivere e di pensare di tutti noi. Prima non c’era mai stato un attacco terroristico negli Stati Uniti. Credevamo di essere invulnerabili, adesso sappiamo che non è così».

Secondo lei, l'America ha superato il trauma dell'11 settembre?

«Ci sta riuscendo, e il fatto che negli Usa World Trade Center abbia guadagnato 20 milioni di dollari nel primo weekend ne è la prova. Molti pensavano che fosse presto per portare sul grande schermo tutto il dolore di quel giorno. Secondo me, invece, questo film ci aiuterà ad andare avanti, perché mostra il coraggio e la speranza con cui hanno reagito le persone che hanno vissuto più da vicino la tragedia. E contiene una profonda verità: quello che non ti uccide ti rende più forte».

Com'è sopravvissuto John McLoughlin, il poliziotto che lei interpreta?

«Il pensiero che non avrebbe mai più rivisto sua moglie e i suoi figli gli ha dato la forza di resistere. Me lo ha confessato lui quando l’ho incontrato prima di iniziare le riprese. Allora ho capito che avevo di fronte un vero eroe».

In che senso?

«Una persona che dà sempre il meglio di sé, che mantiene la parola data, che si batte per le sue idee. Mentre le Torri gemelle crollavano, John e il suo collega Will Jimeno sapevano che avrebbero potuto rimetterci la pelle nel tentativo di salvare le altre persone. Ma non si sono tirati indietro».

È vero che ha donato il suo compenso a un'associazione impegnata nella ricostruzione di New Orleans dopo l'uragano Katrina dell'anno scorso?

«Sì. Non si possono prendere dei soldi per un film che ti cambia la vita».

La sua com'è cambiata?

«Ho imparato a non arrendermi mai, a lottare per le cose in cui credo. E a dare un bacio a mia moglie ogni mattina. Appena sveglio le dico "ti amo", perché non si sa mai quello che può succedere. Insomma, do più importanza ai sentimenti: voglio che le persone a cui voglio bene lo sappiano».

In World Trade Center, John dice alla moglie: "Tu mi hai salvato". Lei lo ha mai detto alla sua?

«No, ma lo penso. Alice mi capisce, è sempre al mio fianco: praticamente viviamo in simbiosi. A differenza delle mie ex, non è un'attrice, e questo mi aiuta a dare il giusto valore alla carriera. Ho capito subito che lei era la donna per me: non a caso, nel 2004 l'ho sposata appena cinque mesi dopo averla conosciuta nel ristorante dove lavorava».

E ora avete già un figlio di un anno. Come mai l'avete chiamato Kal-el?

«Alice cercava un nome  unico. E a me, che sono un appassionato di fumetti, è venuto in mente quello di Superman».

Ma, scusi, non è Clark Kent?

«Sulla Terra. Però il suo vero nome, quello che gli hanno dato sul pianeta Krypton, è Kal-el. Spesso chiamo mio figlio anche Kal, come il personaggio di James Dean ne La valle dell'Eden».

Oggi è un genitore diverso rispetto a quando ha avuto il suo primo figlio?

«Spero di sì! Quando è nato Weston avevo 27 anni e pensavo soprattutto al lavoro. Ma ho sempre cercato di non stare lontano da casa per più di due settimane, anche a costo di rinunciare a film come Il signore degli anelli e Matrix. Ricordo che da quel giorno ho smesso di fumare e ho iniziato ad allacciare le cinture di sicurezza. Adesso con Kal sto mettendo a frutto 15 anni di esperienza, mi sento più sicuro di me. Lui è un bambino dolcissimo. E ci assomiglia un sacco: ha il viso di Alice e il mio fisico».

Nicola Kim Coppola nasce a South Beach, in California, il 7 gennaio 1964. È nipote del celebre regista Francis Ford, ma all’inizio della carriera cambia cognome per non essere accusato di sfruttare la fama dello zio. Così prende in prestito Cage da un personaggio dei fumetti. Il divo si sposa ben tre volte in meno di dieci anni. Nel 1995 con l’attrice Patricia Arquette. Nel 2002 con Lisa Marie Presley, figlia del re del rock Elvis. Nel 2004 con Alice Kim, 22 anni, cameriera di origini coreane. Oggi i due hanno un figlio di 1 anno, Kal-el.

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