del

Paola Turci: «Mi sento bella. Finalmente»

di Isabella Fava

Sfigurata in un incidente d’auto nel 1993, Paola Turci ha cercato di reagire cantando, scrivendo un libro e recitando a teatro. Ora ne parla serenamente, anche grazie al nuovo album “Il secondo cuore”

Un caffè con Donna Moderna

Sfigurata in un incidente d’auto nel 1993, Paola Turci ha cercato di reagire cantando, scrivendo un libro e recitando a teatro. Ora ne parla serenamente, anche grazie al nuovo album “Il secondo cuore”

Se c’è una cosa che colpisce di Paola Turci è il sorriso: aperto, solare. Mi accoglie in jeans e camicia bianca, i capelli tirati indietro in una coda di cavallo. È la prima volta che la vedo senza le ciocche che le coprono metà del volto. «Diciamo che è un gesto metaforico per esprimere quello stato d’animo che ho raggiunto oggi» mi spiega. «Sono riuscita a smascherarmi. Ho preso coraggio e mi sono liberata dei segreti che mi limitavano».

Dietro a quei segreti c’è il terribile incidente stradale nel 1993 - e le 13 operazioni che sono seguite - che le ha lasciato delle cicatrici importanti, non solo sul corpo. «Ero una persona pubblica, con un volto. Poi mi sono svegliata un giorno e ne avevo un altro. Questo mi ha destabilizzata». Adesso ha deciso di voltare pagina e il nuovo album, Il secondo cuore, parla proprio di questo. «È il disco della rinascita, c’è energia, gioia. Tutto il bello che prima non riuscivo a vedere».

Cosa ti ha spinto a pubblicare questo nuovo album, "Il secondo cuore"?
Ho fatto un percorso che mi ha aiutato a capire quali erano i nodi da sciogliere. Ha contribuito molto anche la stesura del libro Mi amerò lo stesso (Mondadori) 3 anni fa. Ho lottato per scriverlo: c’è voluto coraggio per confessare le mie debolezze e i miei limiti.

Perché?
Ho sempre cercato di nasconderli, ho fatto finta per anni di non averli. Avevo paura di non essere accettata, di non piacermi. Di mostrare la parte debole di me, la più vulnerabile. Quella, appunto, segnata.

Oltre a quelle sul volto, quali sono le vere cicatrici che rimangono?
Le cose che non riesci a risolvere, che non mandi giù. La condizione di stallo, impotenza, frustrazione. Sentimenti che ho provato quando non riuscivo a liberarmi dai capelli davanti al viso. Dal timore di essere guardata in modo diverso.

Avere superato i 50 anni ha contribuito a questa svolta?
Sì, l’età aiuta a vedere chiaramente i sassolini che hai dentro. Anche perché cominciano a pesare di più e bisogna trovare il modo di liberarsene. Ho deciso che il secondo ciclo della mia vita voglio godermelo.

Una liberazione che hai mostrato anche sul palco del Festival di Sanremo.
Sì, penso che si sia vista: è stata interpretata come bellezza. In fondo sono come prima, solo che ho più cura di me stessa. Sono più leggera.

Fatti bella per te, il brano che hai portato all’Ariston, è un messaggio per tutte le donne?
È una canzone che ho scritto e cantato per me. Se il messaggio poi viene condiviso, tanto meglio. In fondo, una canzone è di tutti.

L’album contiene anche un brano in cui recita Marco Giallini. Com’è stato lavorare con lui?
Marco ha una voce che mi stende, di un erotismo incredibile. Ho pensato che fosse adatto per interpretare il mio uomo in Ma dimme te.

E poi c’è Combinazioni, scritta da Niccolò Agliardi, che racchiude tutta la tua storia.
Niccolò (autore della colonna sonora della serie tv Braccialetti rossi e non solo, ndr) ha letto il mio libro e ha aggiunto il concetto delle “sliding doors”: ciò che accade è il frutto della casualità, ma siamo sempre noi a decidere se vogliamo che succeda. Il verso che chiude il brano, non a caso, è: «Sarà così, come volevo io». Niccolò è riuscito a dare delle visioni poetiche di me senza che gli raccontassi com’ero da bambina. Ha trovato delle immagini attinenti alla mia vita.

Il libro poi è diventato un monologo a teatro.
Devo fare una premessa: io attrice lo volevo diventare davvero. Era una passione enorme. Nel 1992 ho fatto un corso di teatro per un anno e nel 1993 era già tutto organizzato: l’agente, i provini per il cinema. Avevo già recitato su un palcoscenico ed ero lanciatissima. Poi è arrivato l’incidente che mi ha fatto cambiare completamente strada e ha interrotto quel sogno. Dopo 24 anni il direttore del teatro Menotti di Milano ha letto il libro e mi ha chiesto di portarlo in scena, con un monologo di 50 minuti. È una storia interessante che parla di musica e di passioni interrotte. Del fatto di sentirsi invincibili e onnipotenti e di pensare che nulla potrà accadere. Dell’incidente, che racconto nei dettagli.

Reciterai ancora?
Sì, vorrei. È stato impegnativo ma bellissimo. Ho sentito l’entusiasmo del pubblico, l’empatia, e qualcuno ha pianto.

Meglio di un concerto?
Sono due cose completamente diverse. Alla fine di una canzone c’è l’applauso che ti dà una soddisfazione orgasmica. A teatro il pubblico non esiste, anche se lo senti.

Fidanzati?
Non ne ho. Scrivi pure che sono felicemente single. Senza paturnie.

Un caffè con Donna Moderna

Un caffè con Donna Moderna