Intervista a Paul Rudd, il supereroe di Ant-Man

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    Credits: Olycom

    Paul Rudd deve aver fatto un patto col diavolo. È la prima cosa che penso quando incontro l’attore americano a Londra per parlare del suo nuovo film Ant-Man. Nella pellicola, ora al cinema, Paul è Scott Lang, ex delinquente che grazie a una tuta hi tech si trasforma in un supereroe. Sullo schermo sfoggia addominali da urlo, ma anche da vicino non dimostra affatto i suoi 46 anni.

    «È tutto merito del botox: ho fatto un paio di ritocchini qua e là» scherza. «In realtà, quando mi guardo allo specchio, le rughe ci sono, eccome!». Per Rudd interpretare Ant-Man, personaggio cult dei fumetti Marvel, è una svolta in una carriera costellata di pellicole romantiche: da Ragazze a Beverly Hills a Le regole della casa del sidro, a Molto incinta. L’amore resta però una costante della vita privata di Paul: dal 2003 è sposato con Julie Yaeger, la sua publicist, dalla quale ha avuto 2 bambini, Jack, 9 anni, e Darby, 5.

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    A differenza del tuo personaggio, che è divorziato e fatica a vedere la figlia, a Hollywood tu sei considerato il “marito ideale”. Qual è il segreto di una relazione duratura? «Ogni coppia ha le sue regole, ma penso che far funzionare un matrimonio sia un po’ come prendersi cura di un giardino: devi impegnarti ogni giorno. Io ho avuto due grandi modelli: i miei genitori. Sono stati insieme tutta la vita, finché mio padre non si è ammalato di cancro ed è morto. Io avevo quasi 40 anni e in quel momento mi sono reso conto di essere diventato un adulto».

    Prima ti consideravi un bamboccione? «No, anche perché ero già un marito e un padre. Ma quando i tuoi genitori sono ancora vivi, sai che puoi fare sempre affidamento su di loro: non sei mai solo, anche a livello inconscio. Con la scomparsa di mio padre mi sono sentito io, per la prima volta, il capofamiglia».

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    Qual è il ricordo più bello che hai di lui? «Quando nacque mio figlio Jack, lui costruì un piccolo pub, un locale dove bere birra e passare le serate con gli amici, nel seminterrato di casa sua a Kansas City, e lo intitolò a mio figlio. Io ho deciso di fare lo stesso, ma il mio pub casalingo si chiama Michael, in onore di papà».

    Oltre a lui, quali modelli hai? «Ammiro tutti coloro che si sacrificano per gli altri e che si battono per le cause in cui credono».

    Un po’ come il personaggio che interpreti in Ant-Man. «Scott ha fatto scelte sbagliate ma sa mettersi in discussione. A un certo punto, nel film, c’è questa bellissima frase: “Cerca di essere l’eroe che tua figlia pensa tu sia già”. Io, nel mio piccolo, ce la sto mettendo tutta».

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    In che modo sei un eroe per i tuoi bambini? «Non smetto mai di dire loro che li amo più di ogni altra cosa e che possono contare su di me. Sono molto protettivo, forse troppo».

    In alcune occasioni in particolare? «Con gli estranei. Come attore ho una regola: niente selfie con i fan quando sono in giro con Jack e Darby. Una volta, mentre ero con lei, sono stato fermato da persone che volevano un autografo e una foto insieme. La piccola si è un po’ spaventata».

    Cosa pensa invece Jack del tuo ruolo da supereroe? «All’inizio mi ha preso in giro e ha detto: “Ant-Man, che stupidaggine è?”. Poi è venuto sul set e gli ho fatto indossare il casco del mio costume. Faceva finta di niente, ma mi sono accorto che sorrideva dietro il visore. Per la prima volta lui e i suoi amici potranno vedere un mio film senza dover essere accompagnati da un adulto».

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di

Lorenzo Ormando

Con quello sguardo tenero, l'attore ha interpretato spesso film romantici. Adesso, in Ant-Man, veste per la prima volta i panni di un personaggio cult dei fumetti. Ma lo fa sempre per amore. Dei suoi bambini

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