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I Peanuts tornano alla ribalta con un film e due mostre

di Catia Donini
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Il segreto di tanto successo? I bambini nati nel 1950 dalla matita di Charles M. Schulz ci assomigliano

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Guardati intorno, e anche addosso. Difficile che non ci sia traccia di loro su una maglietta, un bloc notes, una tazza: perché loro sono tra noi. Anzi, loro sono noi. Parliamo dei Peanuts, che nel 2015 compiono 65 anni. Per festeggiarli arriva nelle sale italiane il 5 novembre (con un’anteprima il 1˚ al Lucca Comics and Game) The Peanuts Movie, diretto da Steve Martino. E due mostre celebrano Charlie Brown & Co. con gadget e memorabilia.

La prima è al Wow Spazio Fumetto, il Museo del fumetto, dell’illustrazione e dell’immagine animata di Milano, fino al 10 gennaio 2016. Ci saranno pannelli biografici, statue, installazioni, video, giochi, manifesti dedicati ai celebri bambini. E anche i numeri più importanti del mensile Linus, il primo a pubblicare in Italia le strisce dell’americano Charles M. Schulz. Già, perché in quanto a longevità, pure la rivista che porta il nome del personaggio inscindibile dalla sua coperta di lino azzurro si difende bene. Ed è protagonista di una “sua” rassegna a Cremona: 50 anni di Linus. Cinquant’anni di cultura del fumetto.

COME SONO DIVENTATI IL FUMETTO PIÙ POPOLARE DI TUTTI I TEMPI? Le strisce dei Peanuts , che in inglese significa “noccioline” ma anche “quisquilie”, sono state pubblicate per quasi 50 anni senza interruzioni e sono apparse su 1.600 quotidiani in 75 paesi. Il motivo di tanta longevità? «La loro piccola comunità infantile, sempre sull’orlo di una crisi di nervi, ci somiglia: incomprensioni, beghe e oziosità sono all’ordine del giorno. Eppure, ogni tanto, in questo ambiente ostico, Schulz lascia crescere piccoli semi di solidarietà, altruismo, fratellanza» spiega Simona Bassano di Tufillo, autrice di Piccola storia dei Peanuts (Donzelli). Certo, c’è sempre un velo di malinconia, vedi le deprimenti partite di baseball o i San Valentino di Charlie Brown con la buca delle lettere vuota, ma anche un’indomita voglia di rialzarsi che ce li fa amare.

Per lo scrittore Elio Vittorini erano meglio del giovane Holden, il protagonista del romanzo omonimo, mentre per l’autrice Fernanda Pivano esprimevano «pensieri di speranza e di fiducia». E l’intellettuale Umberto Eco ha definito Schulz «un poeta». Timidissimo, nato a Minneapolis nel 1922, il papà dei Peanuts era figlio di un barbiere e di una casalinga (proprio come Charlie Brown, il suo alter ego). Dal 1947, quando hanno debuttato le vignette, che allora si intitolavano Li’l Folks, “personcine”, è stato sempre e solo lui a scrivere, disegnare, inchiostrare ognuna delle 17.897 strisce. E il suo addio ha fatto piangere milioni di fan: il 13 febbraio 2000, giorno successivo alla morte, è stata pubblicata l’ultima striscia, in cui Schulz affidava a Snoopy il compito di congedarsi dai lettori, comunicando che non lasciava eredi “di matita”.

COSA CI INSEGNANO? «Sono bambini veri, che devono imparare a rifare il letto e andare a scuola. E sono innamorati, arrabbiati, nevrotici, irritabili, dispettosi, egoisti. Con una particolarità niente male: non crescono. Vivono nel presente senza cambiare e senza pensare al futuro di adulti che verrà» spiega Luca Raffaelli, scrittore ed esperto di fumetti. «A rifugiarsi nella finzione ci pensa il fantasioso Snoopy». Che dispensa pillole di saggezza, come “Impara da ieri, vivi per oggi, guarda al domani, riposa questo pomeriggio”.

I Peanuts sono un riferimento costante per le immagini e l’immaginario di generazioni. Tanto che hanno ispirato la missione spaziale Apollo 10 nel 1969: la capsula si chiamava Charlie Brown e il modulo lunare Snoopy. Perché ci piacciono? «Perché propongono con lievità ed eleganza una visione della vita minimalista eppure concreta. Sono terapeutici per l’anima» dice Bruno Ballardini, filosofo dei media e firma della rivista Linus. Le loro battute hanno un valore filosofico? «Se si dovesse identificare una corrente a cui collegarli direi l’esistenzialismo, più il gusto per l’aforisma» risponde l’esperto.

Insomma, il “buffo bambino col nasone” (ovvero Charlie visto da Piperita Patty) non è un perdente, ma un personaggio dalla stoica capacità di sopportazione, mentre Snoopy ha quasi la statura di un maestro zen.

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