La medicina migliore? Sei tu! Parola di Raffaele Morelli

Raffaele Morelli ci ha abituati a pensieri spiazzanti. Ma stavolta il celebre psichiatra e psicoterapeuta fa di più: ci dice, perfino, che possiamo fare a meno dei farmaci. Possibile? Certo, secondo il fondatore dell’istituto Riza e direttore di Riza Psicosomatica. Perché, afferma nel suo ultimo libro, Guarire senza medicine (Mondadori): «La forza è dentro di noi». Anzi, siamo noi. Abbiamo voluto approfondire. Il tema è scottante: toccare la questione dell’uso e abuso di farmaci sta alla medicina come profanare un tempio per un credente. Guarire senza medicine. Un titolo forte. Non pensa di esagerare? «No, perché dobbiamo dire basta alla “medicalizzazione” esasperata. I farmaci non curano tutto, anzi. C’è bisogno di un segnale forte, di distacco». Ma i farmaci sono stati fondamentali per il progresso umano e ci hanno permesso di debellare sindromi terribili, migliorare la qualità della vita e allungarla considerevolmente. «No, ma nuove medicine hanno creato nuove malattie. Semplici stati d’animo ora sono classificati fra le patologie: si contano 370 nuove malattie mentali. Sei triste? Pillola. Sei obeso? Pillola. Non ti ricordi più il nome di un vecchio compagno di scuola? Pillola. C’è un consumo di farmaci senza precedenti nella storia. Con conseguenze mortali: dal 2008 negli Usa i decessi da abuso di farmaci hanno superato quelli causati da incidenti stradali: 41 mila contro 38 mila. La terza causa di morte nel mondo occidentale. Vede dove stiamo andando?». Ci sono molti farmaci utili, però. «“Alcuni” sono utili, la stragrande maggioranza no. In Italia 12 milioni di persone usano abitualmente psicofarmaci. Ne servirebbero, forse, meno di un decimo. Lo sa che una ricerca dell’università La Sapienza ha rivelato che una persona su due va dal medico per disturbi di origine psicosomatica?». Anche quelle sono malattie. «Sì: cefalea, ipertensione, colite, asma, eczemi e psoriasi. Ma la loro origine è collegata alle nostre emozioni e allo stress. Che le medicine non curano». Non mi dirà che il cancro si può curare senza farmaci! «Non dico questo. Ogni sindrome interessa l’individuo nella sua interezza perché tra mente e corpo non c’è alcuna separazione: l’autoguarigione è un “potere” che agisce sempre. Ha mai sentito parlare delle guarigioni inspiegabili?». Sì, i miracoli. «Per carità: detesto i miracoli che vanno in televisione. Ma la storia della medicina ne è piena. E non si spiegano attraverso la fede, ma sono la testimonianza delle capacità innate di curarsi da sé. Il divino è in ogni cosa e rende possibile la nostra autoguarigione. Come un “centro terapeutico”, un “dottore interiore”». Questa capacità di autocurarsi è davvero presente in ognuno? «Ciascuno è libero di non accettare questa visione e di continuare a imbottirsi di pillole. C’è tanta gente che non vuole capire, che non sta a sentire. Sa qual è la prima cosa che insegno ai miei pazienti? L’ascolto. Non nei confronti degli altri, ma di se stessi. Saper sentire il male, leggere dentro di sé. Cosa fanno gli animali quando stanno male? Si vanno a nascondere in un posto buio, da soli. Stanno fermi. Silenziosi. E si “ascoltano”. Anche noi dobbiamo fare come loro». Ma non è con la nostra razionalità che possiamo curarci? «Assolutamente no! È il contrario: pensare fa ammalare. Dobbiamo invece lasciarci andare e riscoprire la nostra essenza. Fare il vuoto dentro di noi. Imparare a dire: “Io sono nessuno”. E lasciar fare alla natura. La capacità di autoguarigione è una qualità innata: non la costruiamo né con l’esperienza, né con la meditazione (che è artificiale). Acquistare consapevolezza di ciò che si sta vivendo è il farmaco più potente». Quando una persona sta male, vorrebbe non soffrire. Come possiamo pretendere che accolga il dolore, lo accetti, invece di prendere un antidepressivo o un antinfiammatorio? «Pensiamo a cosa facciamo quando andiamo a dormire: ogni giorno noi accogliamo la notte, il sonno, anche se potremmo non risvegliarci più. Dormire è un po’ morire, ma lo facciamo. Così con il dolore: è una condizione che si manifesta e che noi dobbiamo attraversare, vivere, accettare. Non rimuovere». Quanti hanno la forza per farlo? E dove invece il farmaco è fondamentale? «Non posso pensare che una pillola venga prima del nostro cervello. La forza che abita dentro di noi è più potente di qualsiasi medicina. Gli psicofarmaci sono come stampelle, sorreggono ma non guariscono. E allora, prima di prendere qualsiasi pasticca, proviamo a sprigionare questa nostra energia interiore, che è la stessa che ci ha creati e ci ha resi unici, straordinari. La chiocciola non costruisce la sua meravigliosa conchiglia con il pensiero, ma con l’intelligenza innata». Lei invita anche a curarsi con la parola: uno degli strumenti della psicoterapia. Suggerisce di andare tutti in analisi? «Non mi riferisco solo alle parole del medico, del terapeuta, ma anche alle proprie. Le parole, entrando nel cervello attraverso l’orecchio, è come se lo fecondassero, dando origine a nuove immagini capaci di trasmettere impulsi al corpo. Consiglio ai miei pazienti di socchiudere gli occhi, percepire bene le zone dolenti e poi abbandonarsi, fino a sentire il dolore che si allarga, avanza. A quel punto, invito a emettere un vocalizzo e a concentrarsi sulla vibrazione della voce che attraversa il male che proviamo. Parlare al proprio corpo è fondamentale: è concentrare l’attenzione su di sé, qui, ora. Attivare la trasformazione che cura, rigenera». La preghiera è una forma di cura dell’anima. «Sì, ma non rivolgendosi a un’entità superiore bensì a noi stessi, come facevano gli antichi. Ma, badate bene, facendo attenzione a ciò che diciamo. Con la voce possiamo benedirci o maledirci, risanarci o annientarci… Per esempio, dire: “Sapessi quanto ho sofferto!” è richiamare il dolore. Parlare dei problemi serve solo ad aggravarli». Il ruolo dei medici. Il suo giudizio è pesante: molti non fanno più il loro mestiere perché hanno smarrito la capacità di ascolto. Come possono dunque curare se non “sentono” più? «Appunto. Un dottore non può fare come l’idraulico, che ripara il tubo che perde. La medicina si è ridotta a una prescrizione di molecole chimiche e i medici sono diventati “tecnici della salute” con una visione oggettiva e quasi “computerizzata” della malattia. Ma ognuno di noi è unico, speciale». Facciamo una vita frenetica, abbiamo l’ansia da prestazione. Non tutti possono permettersi una vita tranquilla. «Anche questo è un falso problema. Tra una vita calma, equilibrata e una frenetica, scelgo la seconda. Detesto le persone tranquille, l’eccesso di controllo. Mi piace lo squilibrio. La nostra più grande aspirazione è vivere nel mare agitato e saperci navigare dentro». Lei scrive: «Molte volte i nostri disturbi sono desideri inascoltati dell’anima». «Faccio qualche esempio: non fare il lavoro per cui si è portati fa ammalare. Stare con la persona sbagliata anche. La nostra anima lo sa, siamo noi che lo ignoriamo. Guardarsi dentro cura più di ogni altra cosa al mondo. Il problema è che non lo fa quasi nessuno». Perché?«Ritorniamo all’inizio del nostro discorso: perché preferiamo prendere una pillola. Per pigrizia. Perché è più facile. Perché è trendy. Perché c’è di mezzo il business. Per tanti motivi. Perché non siamo più capaci di andare in giro senza il navigatore satellitare. Che sembra aiutarci ma è, al pari degli psicofarmaci, solo una stampella che ci rende menomati, zoppi, incapaci di trovare la nostra direzione da soli. Solo perdendoci, però, ci si può davvero salvare».

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Viviamo in un’era di “medicalizzazione” esasperata. Sei triste, obeso, perdi la memoria? Il rimedio è sempre quello: una pillola. Con conseguenze spesso drammatiche: in Usa i decessi per abuso di pasticche hanno superato quelli per incidenti stradali. È ora di invertire la tendenza, dice il celebre psichiatra. E di scoprire che, dentro di noi, c’è una forza che sa curarci più di qualsiasi farmaco

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