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Raffaella Carrà, a 72 anni un mito senza età

di Aldo Nove
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Lo dice uno scrittore che per la Carrà ha una venerazione che sfiora il «culto religioso». Come i milioni di italiani che con Raffa hanno contato fagioli, pianto davanti alle carrambate. E ora la seguono nel talent "The voice of Italy"

Lo dice uno scrittore che per la Carrà ha una venerazione che sfiora il «culto religioso». Come i milioni di italiani che con Raffa hanno contato fagioli, pianto davanti alle carrambate. E ora la seguono nel talent "The voice of Italy"

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In principio era Raffaella Carrà. Il principio era quello di un mondo, il nostro, che cresceva veloce nella moltiplicazione indiscriminata delle immagini e delle merci. Il suo totem era, si sa, la televisione. La televisione riversava nel mondo ingenuo del Dopoguerra sogni in bianco e nero e poi a colori. I colori sempre più vivaci di un benessere apparentemente alla portata di tutti, e chi se ne frega se lo era solo in apparenza. Perché ciò che appariva era vero: così è stato per decenni e così si è formata la storia d’Italia. Sul suo palcoscenico (quello dell’Italia e della televisione) si sono sovrapposti miti su miti, alcuni intercambiabili l’un con l’altro, altri invecchiati e sostituiti da culti più giovani. Fino all’indistinta carrellata, sempre più veloce, di volti e situazioni in cui la tv sta oggi perdendosi, incapace di trattenersi dal diventare il luogo della sua stessa nostalgia.

Ma in principio era la Carrà, e il principio non ha mai fine. Avevo pochi anni quando, come tutti, la guardavo esplodere d’energia al centro della mia sala da pranzo, mentre al contempo esplodeva nelle case degli italiani la sua incontenibile energia. Una dea alla portata di tutti: bastava fissarne le movenze alla televisione.

Dice un antico codice shivaita che «il Sé è il danzatore»: il Sé, nell’induismo, è la Coscienza o, diremmo noi, il “tutto”. Difficile dire cosa sia “tutto”. È un concetto limite, che lega assieme le cose più disparate. Ecco, Raffaella Carrà ha tenuto e tiene assieme le cose più disparate: cuce assieme generazioni e vicende personali. Mette pace tra i tumulti della Storia, quella con la esse maiuscola degli eventi mondiali e quella quotidiana della gente comune.

I capelli biondi come il sole di Raffaella non hanno età. La danza di Raffaella non ha età. E se tutto sfiorisce, secondo la logica implacabile delle creature, lei ringiovanisce perché non ha tempo. Oppure del tempo è il collante: gli dà forma. A passo di danza, appunto.

Spesso la Carrà ha sfiorato il culto religioso e a volte, attraverso sincretismi bizzarri, è entrata a farvi parte. Ricordo una foto di Martin Parr, grande interprete visuale del kitsch: in una vetrina di un negozio di souvenir spagnolo comparivano le statuine di Gesù, quelle degli angeli e quelle di Raffaella Carrà. Sacro e profano, come è prassi nel pop di cui Raffaella è la quintessenza. Come lo era nella sterminata mitologia popolare antica, dove ogni mito si riproponeva con infinite varianti: ciascuna era la tessera di un mosaico che non aveva mai una forma definitiva, in un inesausto caleidoscopio di narrazioni.

Quante “Raffaelle” hanno attraversato la nostra memoria? Quante immagini di lei si sono sovrapposte negli anni, senza alterarne l’icona? La ricordo cantare Tanti auguri («Com’è bello far l’amore da Trieste in giù!») dietro a un sagomato di montagne di cartone che erano una rustica e potente raffigurazione di un’Italia compressa e felice nell’oblò del piccolo schermo. La ricordo contare per giorni e giorni, insieme a milioni di persone, una quantità improbabile di fagioli (per gli storici e i più curiosi, il numero stabilito dal notaio, alla fine scoperto, era 10.943). La ricordo mentre Alberto Sordi, con ironia e accortezza prossima alla venerazione, le sfiorava il corpo dalla testa ai piedi nel ballo del Tuca tuca, simbolo nazionalpopolare di quella cosa che qualcuno chiamava ancora “fornicazione”. Non si sapeva bene cosa volesse dire, ma si sapeva che Raffaella, certo, l’evocava. La ricordo stordire, per l’ennesima volta, il 25 giugno 2012, al concerto per il terremoto dell’Emilia, milioni di persone lanciandosi in una scatenata versione di Rumore («Cuore, batti cuore, na na nannannàna»). E ricordo poi decine di “carrambate”, in una costante rivisitazione emozionale del chiaroscuro di ogni esistenza, ma così magica, se illuminata da Raffaella.

Come nelle sfide del talent show The Voice of Italy, dove i suoi verdetti intrisi di buonsenso e divertito stupore non lasciavano mai indifferenti. Raffaella è stata e continua a essere l’energia sotterranea che accende i sogni di un popolo televisivo, anche mentre gli schermi si stanno spegnendo. E probabilmente, quando la televisione sarà un ricordo del passato, attraverso altri avatar e altre forme, Raffaella sarà lì, qui: non importa come, né dove, ma ci sarà.

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