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Raz Degan

di Stefano Cardini
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Non è solo perché interpreta un Gesù moderno in Centochiodi. Il sex symbol israeliano ha davvero chiuso con il cliché del "bello senz'anima". E ci ha confidato cosa lo ha spinto a ripartire da zero

Non è solo perché interpreta un Gesù moderno in Centochiodi. Il sex symbol israeliano ha davvero chiuso con il cliché del "bello senz'anima". E ci ha confidato cosa lo ha spinto a ripartire da zero

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Seduto a gambe incrociate sul letto indiano a baldacchino del suo loft di Milano, Raz Degan appare in pace con se stesso e con il mondo. Centochiodi, l'ultimo film di Ermanno Olmi di cui è protagonista, è campione di incassi da un mese. E tra due settimane verrà presentato al Festival di Cannes, nella sezione speciale dedicata ai 60 anni della manifestazione. Eppure negli occhi di brace dell'ex modello israeliano non c'è ombra di compiacimento. Né il moto d'orgoglio di chi, dopo essere stato per anni etichettato come “bello e dannato”, viene finalmente apprezzato per il suo talento.
Degan ha pronte le valigie. Prima di andare sulla Croisette, volerà con la compagna Paola Barale su un atollo delle Maldive. «Festeggeremo i suoi 40 anni stretti tra la luna e l'oceano» dice un Raz diverso da quello che ci aspettavamo. Un uomo maturo, profondo nella sua serenità. Che non si sente arrivato per la semplice ragione che intende la vita come un perenne viaggio.

Dal bello senz'anima che in uno spot diceva “Sono fatti miei” al Gesù moderno di Olmi. Qual è il vero Raz Degan?

«Per la pubblicità ero solo un prodotto. Loro volevano quell'immagine di uomo, io gliela davo. Con il “professorino” di filosofia del film di Olmi, invece, ho in comune qualcosa di profondo: entrambi, a un certo punto della nostra vita, abbiamo mollato tutto per partire alla ricerca di noi stessi».

A te quando è successo?

«Nel 1997. Il lavoro girava bene. Ma mi sono accorto che viaggiavo senza mai mettere il naso fuori dal mio ambiente: del mondo vedevo i piatti pronti, non la cucina. Così sono andato a studiare recitazione a New York. Lì mi sono avvicinato al buddhismo, praticando lo yoga quattro o cinque ore al giorno» (è compiaciuto).

Qual è stato il momento più duro?

«Quando sono tornato in Italia, a Roma. Fuori dall'ambiente della moda non ero nessuno. Indietro non volevo tornare, ma non era chiaro dove volessi andare» (il suo cellulare squilla. Raz si scusa e lo spegne. Poi si alza. Smuove le tende per far entrare più luce nel portico dove siamo seduti. Sul tavolo c'è una caraffa d'acqua. Si risiede. Si prepara con calma una sigaretta, un'altra me la offre).

Hai mai avuto paura?

«Angoscia, spesso. Ma ogni volta che saliva l'ansia, partivo. Mi capitava anche una settimana sì e una no».

Dove andavi?

«Ibiza, India, Indonesia. Ovunque potessi incontrare un'umanità diversa da quella che conoscevo».

Come facevi con i soldi?

«Ne avevo da parte. E, se ti sai accontentare, viaggi davvero con poco».

Quando hai sentito di avere imboccato la tua nuova strada?

«Forse quando ho iniziato a lavorare in teatro con Giorgio Albertazzi, in Pilato per sempre. Ma è stato importante anche aprire qui a Milano la mia galleria d’arte, la East West Gallery. E la piccola parte in Alexander di Oliver Stone è stata il segnale definitivo».

Ora la consacrazione con Olmi. Cosa ha significato per un israeliano come te interpretare un moderno Gesù?

«Non sono un ebreo osservante. Nel mio personaggio ho visto un uomo che ha saputo rinunciare a tutto pur di trovare la verità. Ci si può riconoscere il volto di Cristo. Ma anche di Buddha».

Sei pacifista?

«Il sangue chiama soltanto sangue».

Come tutti gli israeliani, hai prestato tre anni di servizio nell'esercito. Se te lo avessero ordinato, avresti sparato?

«Sì».

Lo faresti oggi?

«È una domanda difficile (si guarda intorno, sembra cercare la risposta nell'aria). Sono nato e ho vissuto fino a 21 anni in un kibbutz a nord d'Israele, su cui la scorsa estate gli Hezbollah libanesi hanno lanciato i loro razzi. La mia famiglia sta ancora lì. Se si trattasse di salvare la loro vita, il mio cuore mi costringerebbe a impugnare il fucile. Ma per nulla al mondo mi potrei convincere che questa è la strada per la pace».

Meglio il Gesù del film di Olmi o quello del libro di Benedetto XVI?

«Il Papa ha scritto un saggio per descrivere il vero volto di Cristo. Olmi è molto credente, ma non ha mai detto che il suo “professorino” è Gesù. Il loro scopo è lo stesso, la via è diversa. Le religioni vogliono segnare un confine, che dica chi sta di qua e di là. Ermanno Olmi i confini li abbatte, perché ognuno di noi si può ritrovare nella storia che lui racconta».

Hai detto che quando stai nel tuo trullo di Cisternino, in Puglia, segui i ritmi del sole, mentre a Milano vai a letto alle 4 del mattino. Che fai?

«Pensi che vada in discoteca? (ride). Lavoro. Nelle grandi città come Milano ci riesco solo di notte, quando il frastuono si spegne».

A che cosa stai lavorando adesso?

«A un documentario sul pellegrinaggio alle sorgenti del Gange al quale ho partecipato: eravamo in 10 milioni! (sgrana gli occhi). E ne sto progettando un altro sui bambini africani. Nel sorriso dei piccoli c'è la bellezza del mondo».

E il fascino di un uomo come te dov'è?

«Nel coraggio di rompere gli schemi, di ripartire da zero. Qualcuno potrebbe considerarla trasgressione...».

A proposito, sei mai stato tentato da rapporti omo o bisessuali?

«No. Ma ognuno ami chi vuole».

Nel 2002 sei stato coinvolto in una vicenda di droga...

«Non voglio tornare su quella vecchia storia. Io so quale è la verità, e questo mi basta».

Hai 38 anni. Non è arrivata l'ora di fare un figlio?

«Non esistono ore per fare qualcosa, tanto meno dei bambini. Diventassi padre adesso, finirei per far crescere mio figlio con una baby sitter. Non voglio».

Ci sono famiglie che girano il mondo...

«Infatti la mia la vorrei così, nomade. Un giorno riuscirò a prendere tutte le mie cose (indica i mobili etnici) e a caricarle su una barca a vela come sull'arca di Noè. Vivere di porto in porto è il sogno della mia vita. In quella casa viaggiante, allora, potrebbe nascere mio figlio» (e sfodera il più fanciullesco dei sorrisi).

Raz Degan

Raz Degan nasce il 25 agosto 1968 in un kibbutz in Israele. Dopo avere prestato servizio militare nell'esercito israeliano per tre anni, a 21 comincia a fare il modello. In Italia diventa famoso grazie allo spot tv di un amaro e alla celebre battuta “Sono fatti miei”. A metà degli anni Novanta va a New York, dove frequenta il prestigioso Actors Studio, poi parte per l'India per studiare discipline orientali. Tornato in Italia nel 2001, ora si divide fra cinema, fotografia e yoga. Vive tra Milano, dove ha una galleria d'arte, e Cisternino (Br), dove possiede un trullo.

I suoi successi

Occhi verdi e fisico scolpito, all'inizio della  carriera Raz Degan interpreta soprattutto ruoli da seduttore. Al cinema, in Squillo (1996), e in tv, ne Le ragazze di Piazza di Spagna 2 (1999). Il viaggio in India è una svolta. Al ritorno, Raz recita nel dramma teatrale Pilato per sempre (2002), gira il documentario Film privato (2004) e interpreta il re persiano Dario nel kolossal Alexander (2005). Ha appena pubblicato la compilation musicale East West Gallery.

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