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Stefania e le quote rosa

di Sabrina Barbieri
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Nella battaglia più femminile che ci sia, la Prestigiacomo ha usato ogni arma. La pazienza. La grinta. Le lacrime. È stata una guerra di nervi. Che lei ha vinto a metà. Perché è passato il principio. Ma la legge ancora non c'è

Nella battaglia più femminile che ci sia, la Prestigiacomo ha usato ogni arma. La pazienza. La grinta. Le lacrime. È stata una guerra di nervi. Che lei ha vinto a metà. Perché è passato il principio. Ma la legge ancora non c'è

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Ha puntato i piedi,  ha pianto, ha sopportato attacchi e agguati politici anche da parte dei suoi. «Il fuoco amico» lo chiama lei. Lei è Stefania Prestigiacomo, 39 anni, ministro per le Pari opportunità nel governo Berlusconi. E ha fatto tutto ciò in nome delle quote rosa:  cioè per fare approvare la legge che obbliga i partiti a candidare una certa percentuale di donne. Alla fine... già, che è successo alla fine? Dopo quattro tormentate sedute in cui non si era potuto votare per i troppi assenti, l’8 febbraio il provvedimento è passato al Senato: 229 sì, 4 no e 19 astenuti. Impone il 50 per cento di donne in lista (la Prestigiacomo si accontentava del 33). Ma è una legge che non c’è. Perché serve l’approvazione della Camera, che non può più arrivare: il Parlamento è stato sciolto in vista del voto del 9 aprile. E allora viene il dubbio che l’apparente vittoria in realtà sia una sconfitta.

Ministro, lei ha vinto o ha perso?

«La vittoria definitiva l’avremo quando in Parlamento ci sarà il 50 per cento di donne, non il 10 come ora».

Quindi ha perso?

«No, il bicchiere lo vedo mezzo pieno, non mezzo vuoto».

Ma le quote sono un miraggio: la legge non c’è.

«Intanto, però, proprio perché è stata approvata dal Senato, nella prossima legislatura può essere recuperata e avere un iter accelerato. E comunque la cosa più importante è che una Camera, alla vigilia di una campagna elettorale, abbia affermato il principio secondo cui occorrono più donne. Questo dato ha il suo peso».

Il principio, d’accordo. Ma crede che servirà per avere più nomi femminili nelle liste che saranno presentate entro il 6 marzo?

«I partiti non possono ignorare l’indicazione del Senato, i cittadini pretendono coerenza».

Lei lascerebbe Forza Italia se non dovesse candidare almeno un terzo di donne?

«No, le battaglie si combattono dove servono. E io continuerò a lottare dall’interno».

Da 1 a 10, quanto l’hanno fatta arrabbiare i tentativi di ostacolarla?

«Volevano sfiancarmi, ma in questa guerra di nervi non ho mai provato rabbia».

Possibile?

«Ci vuole molta pazienza. Non mi stupisco che su questi temi si scateni il maschilismo più becero. Capisco gli che uomini eletti non facciano spazio alle donne per difendere la propria ricandidatura, e non si rendano conto che il Parlamento italiano, così com’è, non è veramente rappresentativo. Ma questa non è una battaglia della destra o della sinistra, è di tutti».

A lei ha tolto il sonno?

«Sono una che si appassiona, ma credo di avere equilibrio».

Però per le quote ha pianto. Si è mai pentita di quelle lacrime?  

«No. È stato un momento di stanchezza e di spontaneità. Non me ne vergogno. Certo, avrei preferito non dare questa soddisfazione a nessuno. Quello che mi ha stupito è stata tanta morbosità sulle mie lacrime. Ma in mezzo a tanto cinismo e razionalità, spero sia servito a rendere più umani noi politici».

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