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Toglieteci tutto ma non il gatto: il reality sui mici

di Flora Casalinuovo
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Spopola il reality che riprende 4 mici giorno e notte. Ed è solo l’ultimo esempio della mania collettiva per i felini, un fenomeno che ha origine addirittura nell’antico Egitto

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Spopola il reality che riprende 4 mici giorno e notte. Ed è solo l’ultimo esempio della mania collettiva per i felini, un fenomeno che ha origine addirittura nell’antico Egitto

Si stiracchiano, giocano, miagolano. E tengono incollate allo schermo del pc migliaia di persone. Ecco a voi i 4 mici protagonisti di Keeping up with the Kattarshians, reality show online lanciato in Islanda che ammicca alle celebri sorelle Kardashian e spopola sul web. Vivono in una casetta simile a quella delle bambole, con 4 lettini a castello, bagno, saletta giochi, e vengono ripresi 24 ore su 24.

I Kattarshians sono solo l’ultimo caso di “divismo felino” sui nuovi media. Basti pensare che su Facebook la cantante Laura Pausini conta quasi 7 milioni di fan, mentre Grumpy Cat, il famoso gatto imbronciato, supera gli 8. Ma cosa fanno i gatti per attirare tanta attenzione?

Il reality dei gatti: Keeping up with the Kattarshians

Il gatto è la divinità 2.0

Tutto inizia con i Bonsai Kitten, i gattini allevati in bottiglia che invadono la Rete nel 2000. La notizia si rivela una bufala ideata da alcuni studenti del Massachusetts institute of technology, ma dà il là al dilagare della gatto-mania. Arrivano Keyboard Cat e le sue prodezze alla tastiera; i Lol Cats con sito e trasmissione tv; Lil Bub, il micio con la lingua sempre di fuori protagonista nientemeno che di un documentario presentato al Tribeca Film Festival. E Choupette Lagerfeld, la gatta bianca dello stilista Karl, che tiene un diario su Instagram e ha ispirato una capsule collection di borse e accessori.

Chi le liquida come manie da gattari 2.0 deve ricredersi: i felini fruttano ai loro “agenti” fama e incassi da capogiro grazie al merchandising. Al punto che perfino Forbes si è scomodato a studiare il fenomeno. Fin dall’antico Egitto, spiega il giornale economico, i gatti sono un mito dell’inconscio collettivo perché considerati esseri sacri; ma Internet ne sdrammatizza la componente divina, rendendoli più umani e, quindi, ancora più amati.

ll gatto rappresenta il nostro io ribelle 

Il micio è diventato un cult del web perché ha un appeal universale. «E ruba un clic anche a quanti non si lasciano andare neppure davanti ai bambini» nota Rosa Damiani, psicologa e psicoterapeuta. «Il motivo? È tutto quello che noi non siamo: indipendente, libero da regole e condizionamenti. In pratica, nel gatto ritroviamo il nostro io ribelle, quello nascosto nell’inconscio.

Nella relazione con l’uomo è lui a dettare i tempi delle coccole e le modalità della relazione. E lo fa anche in Rete. Nei video buffi piacciono i suoi comportamenti sempre imprevedibili e fuori da ogni logica. Internet propaga questa magnifica ossessione e la rende virale: continuiamo a cliccare su foto e clip di mici perché è come se a ogni schermata rivedessimo la nostra essenza ancestrale».

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