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Vi dimostriamo che… tutto è possibile

di Antonella Boralevi
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I sogni, compresi i più  straordinari, si possono realizzare. A qualunque età, anche se alle spalle spesso c'è un passato difficile. Si può persino vincere una gara mondiale a 50 anni, o trasformarsi da impiegata in attrice. Non ci credete? Leggete queste storie, raccolte per noi da una famosa scrittrice: Antonella Boralevi

I sogni, compresi i più  straordinari, si possono realizzare. A qualunque età, anche se alle spalle spesso c'è un passato difficile. Si può persino vincere una gara mondiale a 50 anni, o trasformarsi da impiegata in attrice. Non ci credete? Leggete queste storie, raccolte per noi da una famosa scrittrice: Antonella Boralevi

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Ero avvocato, ora sono campionessa di sci

La prima gara va così. 15 chilometri di pattinato. "Medaglia d'argento ma ero dispiaciuta, ero troppo tesa. La seconda gara era su 10 chilometri. In tecnica classica. La notte prima, dal nervoso, non ho dormito mai, la mattina agitazione totale, quando vado per partire... dove è il pettorale? L'avevo dimenticato negli spogliatoi. Ma poi sono partita. E mi si è liberata la mente. Vai, corri. Ho tenuto le mie due rivali sotto controllo per i primi tre chilometri, se ti butti a capofitto, poi vai fuori. Quando ho visto che non andavano, sono scattata. Ho dato 1 minuto e 4 secondi alla seconda, una svedese. Dietro di me norvegesi, ucraine, russe. Gente che ha sciato tutta la vita, io ero l'ultima arrivata della pista, ho cominciato nel 1996. Ma l'oro è stato mio".

Laura Colnaghi, ragazza imprendibile, cinquant'anni di giovinezza, è la campionessa del mondo di sci di fondo categoria Master 5 (dai 50 ai 55 anni), laureata a gennaio a Krasnogorsk. L'ha voluto con tutte le sue forze e c'è riuscita.  I suoi due figli, adolescenti, le dicono: "Mamma, non dire niente che siamo già stanchi". Si allena 500 ore all'anno: sci, bici da corsa, skiroll (gli sci con le ruote), canoa, sforzo in palestra. "Ma lo skiroll lo faccio in salita, in piano ci vuole molto equilibrio e io ho cominciato tardi e poi ho la mia età". Ride. Basta averla accanto per godere della sua energia, una forza vitale traboccante, generosa. Le piace dire la verità, la indispettiscono le persone incoerenti, false: "Io ci tengo a essere sempre la stessa". Le piace la verità della campagna, l'intimità che regala alla famiglia.

Pare un albero giovane, forte. Ha attraversato forse la peggiore delle tempeste. "Negli anni dei sequestri, sequestrano mio fratello e mia madre. Io ero avvocato, ero appena tornata da un anno di lavoro in uno studio americano. Mio padre soffriva di cuore. Toccò a me. 36 giorni. Io tenevo la trattativa, avevo imparato un codice di comunicazione con quei disgraziati. Alla fine sono tornati vivi, mio fratello senza l'orecchio". Un senso spaventoso di responsabilità, e, quando finisce, la voglia di cambiare tutto. Via da Roma, a Milano con la zia, che si chiama Marina Bulgari, a far gioielli invece che processi. Ma poi la zia vende a un emiro, lei si trasferisce in Brianza. E le scoppia in testa un sogno. "Mai fatta una gara in vita mia. Mai pensato di fare gare! Poi faccio la Engadine Marathon, tutti mi prendono in giro, avevo messo gli sci da 5 giorni. Arrivo 500esima su 2.000. È stato allora che ho capito che mi piace confrontarmi con le altre". Come ha fatto a farcela? "Ho capito che il destino si può guidare, se uno si mette in testa una cosa, perché non la può fare? La sfida è bella. Deve essere una sfida ragionevole: con la Belmondo non gareggerei". Si sente che ha un baricentro, qualcosa che la ancora saldamente ai suoi sogni. "Sì: mio padre. Mi ha insegnato fin da piccola: non ti far condizionare, non avere paura. Quando corro, ci penso: "Niente paura", mi dico. Come diceva lui".

Io, bancaria, adesso recito in un film

È entrata nel pub e c'erano loro tre seduti. Il regista ha detto: "Io faccio il figlio, tu parla". Lei ha cominciato a chiacchierare, perché le viene facile. "Ho un buon rapporto con le persone". Dopo un po', il regista ha detto: "Bene, ora parla come se avessi bevuto molto". Lei si è scatenata, nemmeno il regista le stava più dietro, non trovava le parole per risponderle. L'operatore rideva, tutti ridevano. "È stato un approccio simpatico" dice Ornella. Si diverte persino mentre lo racconta per la centesima volta. Perché Cenerentola è andata al Ballo e il film, lei, l'ha fatto davvero. Un grande film, prodotto dalla Fandango, in uscita a ottobre, Texas, regista Fausto Paravidino, protagonista Valeria Golino. Ornella ha tre belle scene, fa l'amica di Valeria. Ornella ha 45 anni. Fa l'impiegata di banca: Unicredito di Ovada. Dalla finestra del suo ufficio, che dà sulla piazza principale, si vede il monumento ai caduti. Succede così, ai sogni, certe volte. Che uno non sa bene di averli e poi se li ritrova davanti realizzati. A Ornella Anselmi è capitato molto, di brutto. "Un marito infedele di natura, ma devo dire una bravissima persona, siamo cresciuti insieme, però io ho preso i figli e me ne sono andata. Lorenzo aveva sei anni, Francesco dieci. Poi, dopo la separazione, un compagno che mi ha devastato. Cinque anni, è durata. Porto la taglia 46, ero arrivata alla 38. Ero la sua vittima. Una sera mi ha fatto paura, e sono andata via. Avevo già il cancro".  Cancro al seno, l'hanno operata a marzo di due anni fa. "Sono entrata dalla porta della morte ma ho detto: cavolo no!  devo fare qualcosa, per me e per i miei figli. Per fortuna ho fatto la radio e non la chemio". Suo padre era operaio, sua madre aveva una rosticceria. Il sabato e la domenica, lei ci doveva lavorare. Ma c'era, nella pancia, la voglia, la smania di farcela. Ha studiato, prima la maturità scientifica, poi 25 anni di banca, su su dallo sportello alla scrivania di consulente. E la famiglia contro, perché c'era la rosticceria. Il cinema è arrivato per caso. Un casting, a Ovada, dove la storia è ambientata. I figli la iscrivono per scherzo, ma anche perché lei, con i giovani, ci sa stare. "Tutti i sabati vado in discoteca a ballare con loro, i loro amici mi chiamano "mamma"". Selezione a settembre scorso, il provino vero a gennaio e a marzo la prendono. "Una settimana a Roma a girare. La macchina con autista che mi veniva a prendere, un bed and breakfast stupendo. Pronta alle 6 e 15 per il trucco. Un vestito di scena con una scollatura che quando Valeria l'ha visto ha detto: "Cavoli ma non vale!". Con Valeria siamo state subito amiche, un feeling di donne. Nessuno ci voleva credere, che non avevo mai recitato. Alla fine mi facevano i complimenti, mi dicevano: "Quanti altri film hai fatto?". Sì, l'attrice la vorrei fare ancora".

Ho detto no ai gioielli per diventare stilista

Quando l'Italia ancora si scandalizzava, Juanita ha lasciato a Varese un marito fabbricante di bambole e se n'è scappata a Milano, in due stanze carine, con i bambini di tre e quattro anni e in mano solo il suo coraggio. Aveva ventotto anni e la sua era una famiglia celebre di gioiellieri, ma denaro non glielo hanno mai dato. "Perché disapprovavano il mio comportamento, per loro io avrei dovuto fare solo la moglie e comunque non volevano che mi sposassi con l'uomo che avevo scelto, sicché in qualche modo devono aver pensato: "Hai voluto fare di testa tua, ora cavati fuori da sola dai guai". E comunque io non volevo nulla. Non avevo una lira, ma andava bene così. Sono nata da una famiglia che il denaro l'ha avuto e l'ha perso, con le persecuzioni naziste, durante la guerra. E poi sono cresciuta in una famiglia severissima, non sono mai stata una viziata. Rimboccarsi le maniche e lavorare. Mio nonno era il gioielliere del re di Spagna, ma quando è morto mia madre aveva un anno e mezzo.".

Resta il fatto che il nome Sabbadini è una celebrità. "Ma il mio sogno era fare vestiti". Juanita racconta che, persino da mogliettina anni Sessanta tutta perbenino, si ingegnava a disegnare lei i vestiti delle bambole che produceva la fabbrica del marito. Poi, durante gli anni Ottanta e Novanta, si è messa a produrre oggetti, ma il sogno della moda se la mangiava. "Mi piace vestire le donne secondo la mia idea di eleganza, niente etichette, tirare fuori la personalità di ciascuna".

Finché, a cinquanta anni, non trova un solaio, in via Senato, e chiama le amiche a vedere i suoi vestiti. Li cuce insieme a una sartina, ma il lavoro le scoppia tra le mani: si sposta in Montenapoleone, poi in via Bigli. Diventa il nome sussurrato dal passaparola delle signore eleganti, l'alta moda dei tailleur e degli abiti da sera: "Disegnati sulla persona, disegnati spesso per quella certa occasione". Da tre anni ha conquistato New York e Londra, fa la mannequin dei suoi vestiti, disegna tutto lei, e venti sarte realizzano le sue creazioni.

Di rinunce ne ha fatte tante, per esempio non si è risposata: "Perché mio marito era un padre presente e non volevo mettere accanto ai miei figli un altro uomo". Ha passato tante prove. Ma ce l'ha fatta sempre.

Come? "Io credo che sia l'entusiasmo, la voglia di vivere. E parlare. Parlare con gli altri. La creazione ha bisogno di essere alimentata".

Dopo mille lavori, finalmente sono uno scrittore

Pensate a un bambino. Un bambino dentro la Milano ancora triste di guerra. "Mio padre ricalcava cartine sulla carta lucida. Mia madre era operaia, faceva i rammendi invisibili". Sordi. Entrambi. Il bambino, che si chiama Gualtiero, comincia a parlare perché ascolta la sorella, più vecchia di lui di dieci anni. "Mio padre parlava con voce gutturale, usava la lingua dei segni, mia madre parla in milanese, sbagliando gli accenti. Ma per me non è mai stato un problema. Erano i miei genitori. Sono andato a scuola, ho studiato fino all'università. Lettere moderne. Ho cominciato a scrivere, mi piaceva. Pareva che dovessero assumermi a Duepiù, avevo 26 anni. Poi presero un altro, ma è stato un bene, non ero adatto a fare il giornalista". Gualtiero ora ha 51 anni, porta la camicia fuori dai pantaloni cargo, ha la barba ed è felice: "Mi piace proclamarlo". Nel '76, quando l'omosessualità era ancora un vizio, scrisse un articolo intitolato "Io omosessuale". Ci mise sotto, dopo lunghi pensamenti, la sua firma. Ma poi si innamorò di una donna: le disse la verità. Il matrimonio durò cinque anni. Uomini e donne, perché pensava che la salvezza dalla delusione d'amore fosse, ogni volta, cambiare il sesso del suo partner. Finché, a 30 anni, il sogno che gli batte in petto salta su e gli parla. "Il mio sogno era avere una vita amorosa felice, ma non potevo riuscirci andando di qua e di là. Mi sono detto: basta scherzare. Con il mio compagno stiamo insieme da nove anni, nove anni perfetti". Ma ce n'è un altro, di sogno. Gualtiero Castelli è uno così, uno che si butta nelle cose. "Nella mia vita, ho cambiato molte volte lavoro. Non ruolo: proprio settore di lavoro. Periodicamente, io lascio tutto e ricomincio daccapo. L'ho sempre sentito come un limite, ora ho scoperto che era una grande possibilità". Ha fatto il decrittatore di linguaggio informatico, l'insegnante, il ballerino. Ha fondato, nel '93, l'associazione "Orgoglio sordo" per diffondere la conoscenza della lingua dei segni. Da maestro di ballo, ha insegnato valzer, tango e twist. E una sera, una sera di rondini, perché ce ne sono, di rondini, anche a Milano, in piedi dentro il cielo del suo terrazzo ha scritto le prime cinque pagine del suo romanzo, Jole Jolanda, appena uscito da Carte Scoperte. "Non avevo mai scritto, non pensavo di poterlo fare. Ho sempre avuto, questo sì, il sentimento della tristezza di quello che si perde nel tempo. E c'erano i discorsi di casa, le storie della famiglia, quelle che vanno smarrite quando i vecchi non ci sono più a raccontarle. L'idea di raccogliere queste storie mi è nata come regalo per i nipoti, poi è cresciuta. E ora so che ho realizzato il mio sogno profondo. Il grande sogno che, nella stagione in cui tutti tirano i remi in barca, io sia ancora proiettato nel futuro. Che mi venga aperta una nuova porta: la porta dello scrittore".

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