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Ho 35 anni: che pensione avrò?

di Oscar Puntel
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Chi è nato nel 1980 prenderà di pensione, in media, il 25% in meno rispetto a quanto spetterà alla generazione precedente. E dovrà lavorare fino a 70 anni e oltre. Il presidente dell'Inps, Tito Boeri, lancia l'allarme

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Chi è nato nel 1980 prenderà di pensione, in media, il 25% in meno rispetto a quanto spetterà alla generazione precedente. E dovrà lavorare fino a 70 anni e oltre. Il presidente dell'Inps, Tito Boeri, lancia l'allarme

Chi oggi ha 35 anni vedrà andare in frantumi il sistema pensionistico sulla sua pelle, a meno che non vengano presi dei provvedimenti per riequilibrare il sistema. I nati nel 1980 prenderanno durante il periodo pensionistico, in media, un assegno complessivo di circa il 25% inferiore a quello della generazione precedente, cioè dei nati intorno al 1945. E dovranno lavorare fino a 70 anni, se non di più. L'allarme è lanciato dal presidente dell'Inps, Tito Boeri, sulla base di alcune simulazioni effettuate dall'Istituto di previdenza su 5mila giovani.

Assegni da fame
A fronte di una crescita del Pil all'1%, quindi di una crescita dell'economia inferiore alle stime e di possibili interruzioni di carriera dei ragazzi, si registrano “problemi di adeguatezza” dell'importo, ha ricordato Boeri. Assegni da fame. “Particolarmente critica sarà la condizione di chi, malauguratamente, perderà lavoro prima dei 70 anni, avendo una carriera caratterizzata da redditi relativamente bassi. Una situazione impensabile fino a soli pochi anni: basta ricordare il fenomeno delle baby pensioni”, dice Giancamillo Palmerini, dottore di ricerca in diritto del lavoro dell'Università di Pisa. “Sembra sempre più urgente, quindi, un un nuovo serio patto "intergenerazionale" sulle pensioni”. Con il sistema contributivo, se non si metterà in campo uno strumento di sostegno contro la povertà, per esempio il reddito minimo, ci saranno problemi per chi perderà il lavoro.

Un sistema non più sostenibile
Ci spiega Paolo Ermano, professore di Economia Internazionale e ricercatore del Centro Studi ImpresaLavoro: “Dagli anni 2000 in poi, abbiamo avuto 4 riforme delle pensioni. Lo scopo era adeguare la spesa pensionistica con l'aspettativa di vita. La gente vive di più, ma inizia anche a lavorare più tardi. Quindi si sono allungati i tempi per accedere alla pensione. Ma poi si dovrebbe anche ridurre il peso che le pensioni hanno sul costo del sistema pubblico. E l'ammontare delle pensione nel 2013 è stato di 272 miliardi: un terzo della spesa pubblica è fatto di pensioni. Se riescono ad abbassare questa spesa di uscita il sistema diventa più sostenibile. Il problema è come abbassarla”. Le simulazioni per affermare che l'architrave del sistema previdenziale regge nel medio-lungo periodo, così come è messo oggi, si fonda su alcuni numeri economici: “Lo Stato paga oggi gli assegni pensionistici con i soldi che entrano adesso. Significa che in futuro dovremmo avere persone che lavorano e un Pil che cresce all'1,5% anno. E un tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro che cresca in modo esponenziale. E' chiaro che sono tutte stime non realistiche”, dice il ricercatore. “Una ipotesi di uscita potrebbe essere quella proposta da Boeri di tassare la parte “retributiva” delle pensioni alte, per esempio oltre i 3mila euro, percepite dagli over 65 di oggi che hanno già una casa, dei beni, si sono già realizzati e hanno al massimo delle spese sanitarie da affrontare: sarebbe un modo per mettere in sicurezza l'intero sistema”.

Un futuro nei fondi integrativi?
È pensabile che i nati nel 1980, per assicurarsi un futuro dignitoso, si paghino delle pensioni integrative? Ancora Paolo Ermano: “E' una delle strade che è possibile percorrere, però bisogna potenziare queste strutture previdenziali con regole certe: per esempio, uno può scegliere se consegnare i suoi risparmi a fondi pensionistici privati, ma deve avere la garanzia di non rimetterceli, se quell'istituto fallisce”.

Va anche aggiunto che la Legge di Stabilità dello scorso anno ha previsto un aumento della tassazione sui rendimenti dei fondi della previdenza integrativa, passata da 11,5% a 20%. Chiarisce Giancamillo Palmerini: “Scelte come queste non aiutano certamente l'acquisto di questi prodotti che dovrebbero avere il compito di costruire una pensione "di scorta" per i lavoratori del futuro”. E aggiunge: “Sarebbero necessarie anche in questo caso scelte chiare e coerenti nell'interesse delle nostre giovani generazioni in particolare per quei ragazzi che avranno, e in molti casi hanno già purtroppo, un carriera contributiva discontinua, per i quali accantonare risparmi è molte volte un'utopia”.

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