Risparmio e investimenti: che cosa è cambiato

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Adriano Lovera

Addio BoT. La forma di risparmio da sempre preferita dagli italiani ormai è finita nel dimenticatoio. Che cosa sta succedendo? E verso quali forme di investimento è meglio orientarsi?

Vecchio BoT, addio. Quella che una volta era la forma di risparmio preferita dagli italiani, sicura portatrice di un bel 2% di guadagno nel giro di un anno, è finita nel dimenticatoio. Lo dicono le ultime statistiche della Banca d'Italia. Sul totale dei Titoli di Stato italiani oggi in circolazione appena il 5% è in mano ai risparmiatori di casa nostra: era il 20% prima della crisi e addirittura il 35% prima dell'euro. Che cos'è successo?

L'influenza dei tassi Bce
“Il rendimento delle obbligazioni del Tesoro, come Bot e Btp, segue i tassi di interesse definiti dalla Bce, che sono ai minimi storici. Quindi, anche quei titoli oggi rendono zero o quasi” spiega Giuseppe Russo, economista del Centro studi Einaudi, che ogni anno pubblica un'indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani. Un esempio? A maggio sono scaduti dei Btp emessi nel 2011, che hanno fruttato il 3,75% lordo (circa il 3,2 netto). In pochi hanno deciso di reinvestire i soldi nei nuovi Btp quinquennali del 2016, che offrivano un rendimento di partenza di appena lo 0,43%. E hanno preferito dirottare risorse verso le società di risparmio gestito, quelle che amministrano fondi comuni di investimento, fondi pensione e polizze vita, il cui patrimonio è passato da 820 miliardi del 2008 agli attuali 1.800 miliardi, e che solo nell'ultimo anno sono saliti anche del 20%. Ma qual è la fotografia complessiva del risparmio?

Ricchi sempre più ricchi
Il nostro patrimonio finanziario (che esclude le proprietà immobiliari) ammonta a una cifra mostruosa: 4mila miliardi di euro. E nel 2015 è cresciuto del 2%. Il 31,5% finisce nel risparmio gestito appena descritto, il 30% in contanti e depositi (conti correnti, di deposito, buoni postali), il 24% in azioni e per l'8% in obbligazioni. Se facessimo la media di Trilussa, dividendo la cifra per i 20 milioni di nuclei famigliari del Paese, avremmo 200mila euro ciascuno. “Naturalmente non è così. Anzi, si accentua sempre di più la concentrazione della ricchezza in poche mani, mentre una parte importante del ceto medio, che prima riusciva a mettere da parte qualcosa, durante la crisi ha abbassato il suo tenore di vita e non investe più niente” ammette l'esperto. Così, il 50% del patrimonio, 2mila miliardi di euro, è posseduto da 2 milioni di famiglie, il 10% del totale.

Ma bisogna per forza investire?
“La risposta è no” ammette l'economista del centro Einaudi. “Questa smania è scoppiata negli anni '70 ed è proseguita, ma si trattava di una necessità, perché l'inflazione galoppava al 2-3% annuo, quindi si trattava di difendere il potere d'acquisto, più che di guadagnare. Oggi che l'inflazione è piatta, non c'è nulla di male a tenere i soldi, ad esempio, su un conto deposito che rende l'1% l'anno”. Perché la sicurezza e il guadagno sono sempre agli opposti: uno strumento sicuro, i BoT o i Buoni postali, farà guadagnare poco. Uno che promette molto, come un fondo investito nelle azioni di Borsa, può andare bene ma anche subire perdite pesanti. Inoltre, prima di azzardare qualsiasi mossa, bisogna passare ai raggi x lo “stato di salute” complessivo del portafoglio famigliare.

“Facciamo un esempio. Se in questi anni avevo in mano dei titoli di Stato, che hanno reso sempre meno, mi sembra di aver perso denaro. Ma se nel contempo ho in corso un mutuo o un prestito variabile, grazie ai tassi al minimo ho pagato rate sempre più leggere. Quindi, in realtà, il mio tenore generale è lo stesso e forse non ho bisogno di rischiare cercando ricavi extra”. E per chi proprio è deciso, la regola d'oro è sempre una: diversificare. “Mai mettere tutto su un solo prodotto. Che si tratti di 20mila euro come di 2 milioni, quel che decidiamo di investire va spezzettato. Così se subisco perdite da un lato, recupero in un altro e non rischio di buttare via tutto, come successo agli sfortunati risparmiatori rimasti fregati dalle obbligazioni di Popolare Vicenza o Banca Etruria. Che sono casi limite, finiti in Tribunale. Ma che possono accadere”.

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