Ma chi l’ha detto che la sharing economy è in crisi?

L’affermazione che circola in Rete è secca: la sharing economy, l’economia della condivisione di beni e servizi, secondo alcuni sarebbe in crisi. Tanto che il sito di informazione americano Huffington Post è arrivato a titolare "No one is actually sure the sharing economy even exists" (Chissà se la sharing economy esiste davvero). Del tipo: addio, avanti il prossimo trend. Mica male come fine, per un fenomeno che il settimanale Time poco più di un anno fa aveva inserito tra le 10 idee che cambieranno il mondo. Ma di funerale non si tratta. Vediamo perché.L'ITALIA CONTA 186 SITI PER LO SCAMBIO DI BENI  I numeri testimoniano la sua vivacità. Nel nostro Paese la recente ricerca condotta dal sito Collaboriamo.org segnala ben 186 piattaforme di condivisione in 13 settori differenti, tra cui crowdfunding, trasporti, turismo, servizi alla persona e cultura con proposte di arte, cinema e teatro. Il punto chiave è comprendere cosa sia davvero la sharing economy e come influisca sulle nostre vite. «È un’estensione delle regole del mercato a nuovi attori e a nuovi servizi, è aumentare i soggetti che possono scambiare tempo, proprietà o capacità a fronte di un pagamento in denaro» spiega Giacomo Biraghi, esperto di tendenze e progetti urbanistici. E allora viene da pensare cosa abbiamo fatto, di recente, grazie alla sharing economy. A molti sarà capitato di aver dormito in case d’altri: così è stato nell’ultima estate per i 17 milioni di viaggiatori che hanno usato la piattaforma Airbnb contro i 49.000 di 5 anni fa… E crescono anche coloro che usano BlaBlaCar, il servizio di passaggi in auto che sta rivoluzionando gli spostamenti tra città.In entrambi i casi normali cittadini diventano fornitori di un servizio. Le polemiche, certo, non sono mancate, con gli albergatori e i gestori di bed and breakfast, per esempio, che hanno protestato contro gli affitti non regolarizzati delle case private o i taxisti che sono andati allo scontro con Uber, l’azienda che fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato. E la legge non è ancora chiara: «Si può fare?» è la domanda più comune, con il dubbio principale che ruota attorno al problema del pagamento delle tasse. «Nel 2016 dobbiamo arrivare alla regolamentazione del modello» dice Gianluca Ranno, fondatore di Gnammo, il sito di social eating che permette di mangiare a casa di altri. «Così la sharing economy può diventare un’opportunità per tutti, mettendo al centro le persone, con le loro passioni e capacità».SI STUDIA ALL’UNIVERSITÀ  «È una forma di economia che offre la possibilità di creare e rafforzare i legami tra le persone» dice Davide Agazzi, direttore di Rena, l’associazione civica che promuove progetti di innovazione sociale. Enrico Aprico di questi argomenti ha fatto materia di studio: insegna Sharing economy e Nuovi modelli di business all’università Cattolica di Milano. Tre anni fa ha cominciato ad analizzare la questione. Poi ha costruito il primo corso universitario sul tema. «Se hai 22 anni e sei un economista, devi comprendere il fenomeno perché sta avendo effetti su tutti i settori industriali». Dopo il corso, arriverà presto il libro, una raccolta arricchita delle lezioni con aggiornamenti online.Già, perché è proprio lì che la sharing economy si esplicita: i servizi e i prodotti sono vissuti dal vivo, ma il contatto avviene sempre attraverso il web o le app. «I cittadini possono sfruttare i tanti benefici offerti dalla community» spiega Vittorio Guarini, fondatore di Fazland, sito che ci collega ad artigiani e professionisti della nostra zona, facilitando la ricerca dell’idraulico o dell’imbianchino. «Il 2016 dovrà essere l’anno del coraggio, da parte degli investitori, di accompagnare sul mercato internazionale le piattaforme italiane più meritevoli, perché oggi dominano quelle straniere» aggiunge Ranno.FA RISPARMIARE NOI E AIUTA L’AMBIENTE «Gli effetti della sharing economy sono sociologici, economici e tecnologici» spiega Enrico Aprico. Le persone vivono la loro vita condividendo non più sole informazioni, come è stato nella prima era di Internet, ma anche servizi, sancendo che l’accesso a un prodotto è più importante del possesso dello stesso. Dal punto di vista economico, riusciamo così a salvaguardare risorse. Per esempio, se lo stesso veicolo viene usato da molte persone, serviranno meno auto: la loro produzione potrà calare e occuperanno minore spazio sulle strade, riducendo l’inquinamento. Infine c’è la tecnologia: è il fattore abilitante che rende possibile tutto questo».E sono tre anche i vantaggi per le persone. Li spiega Davide Agazzi: «Condivisione dei costi con risparmi economici, qualche entrata aggiuntiva e nascita di nuove opportunità e amicizie». Insomma, il messaggio è chiaro: l’economia della condivisione è uno di quei plus che intervengono nella quotidianità modificando, in meglio, la nostra vita. E Vittorio Guarini conferma: «La sharing economy si riassume con il concetto di “lusso di non dover possedere le cose”. Non sono proprietario ma posso godere di una bellissima villa sul mare a Bilbao e di un’auto per fare un viaggio da Milano a Reggio Emilia».Allora perché alcuni si affrettano a urlare che la sharing economy è in crisi? Sono quelli che di questa economia, che trasforma i prodotti in esperienze semplici e accessibili, non hanno colto la potenza culturale, cioè quanto abbia cambiato, per sempre, abitudini che pensavamo non potessero mutare mai.  

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La tesi circola negli Stati Uniti: l’economia che ci permette di condividere il passaggio in auto o la casa per le vacanze sarebbe già al capolinea. Però i numeri, e non solo, dimostrano il contrario

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