Tassa sui rifiuti gonfiata: come ottenere il rimborso

Credits: Ansa
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di

Lorenza Pleuteri

Comuni grandi e piccoli, stando alle indicazioni date dal ministero dell’Economia, hanno calcolato in modo sbagliato la Tari e fatto lievitare il balzello a danno dei contribuenti. Ma come si fa a sapere se abbiamo pagato in più? E come si ottengono gli eventuali rimborsi?

Un’interrogazione parlamentare presentata da un deputato del Movimento 5 stelle - trattata dal sottosegretario Pier Paolo Baretta, del ministero dell’Economia e delle finanze - ha dato fuoco alle micce, facendo esplodere un fragoroso caso nazionale. Un pasticciaccio che potenzialmente  potrebbe riguardare milioni di contribuenti.  In una serie di comuni grandi e piccoli (per ora il numero è imponderabile) sarebbe stata “gonfiata” la tassa sui rifiuti, la Tari, applicando un sistema di calcolo diverso da quello previsto dalla normativa.  In alcuni casi sarebbero stati chiesti – e pagati – balzelli anche doppi rispetto a quelli dovuti. Possibile? Il problema esiste. Tant’è che dallo stesso Mef hanno annunciato che entro una decina di giorni ci saranno chiarimenti e istruzioni. Intanto le associazioni di consumatori, schierate a fianco dei cittadini spremuti oltre misura, affilano le armi e annunciano azioni collettive.

Che diritti ha il cittadino?

I contribuenti tartassati – sempre che le amministrazioni comunali non decidano di intervenire d’iniziativa, spontaneamente  – potranno chiedere la restituzione dei soldi pagati in più negli ultimi cinque anni (o la compensazione nel prossimo bollettino) e prepararsi a intraprendere la via dei ricorsi tributari formali. Qualche sindaco (come a Genova e Napoli) esclude categoricamente errori e abusi. Altri, come quello di Milano,  Giuseppe Sala, si dicono pronti a rimediare d’ufficio (“Ci sarà senz'altro un rimborso  - ha dichiarato il primo cittadino del capoluogo lombardo - per chi ha pagato più del dovuto, adesso vedremo caso per caso". Altri ancora stanno cercando di alzare barricate difensive che reggano e limitino i danni per le casse pubbliche. “Non c’è stato alcun guadagno extra, illecito. Non sono sbagliate le cifre richieste, importi che nel loro insieme corrispondono al costo effettivo del servizio rifiuti. Sono state calcolate male le singole voci che, sommate, determinano il  totale da pagare indicato ai singoli cittadini.  Ma gli importi finali sono giusti, non in eccesso”.  Se si seguisse la strada dei rimborsi a tappeto, altra annotazione, si aprirebbero delle voragini nei bilanci relativi alla raccolta e allo smaltimento della spazzatura. E, per colmare i buchi, a parità di costi sostenuti, i soldi che mancano verrebbero spalmati sulle bollette dei contribuenti che hanno pagato il giusto. Potrebbero arrivare conguagli a pioggia.

Come controllare le bollette già pagate?

La prima cosa da fare è tirar fuori le bollette degli ultimi cinque anni  (sempre che non siano già state buttate e debbano essere richiesti i duplicati) e controllare bene il contenuto.  In corrispondenza della casa e di ogni pertinenza (garage, posto auto scoperto, cantina e così via) l’avviso di pagamento riporta le due voci che formano l’imposta: “quota fissa” e “quota variabile”. La quota fissa compare per ogni pertinenza, con gli importi corrispondenti. La quota variabile, invece, dovrebbe essere superiore a 0 euro per il solo appartamento e pari a 0  per ogni pertinenza. Se per box e affini risulta invece un importo tot, è quella la cifra che è stata versata in più. Se l’avviso di pagamento non contiene gli importi dettagliati, ma solo la Tari totale, bisognerà procurarsi copia del regolamento comunale sulla tassa, con le modalità di calcolo della quota variabile, e “rifare” i conteggi,  per verificare se si è pagato più del dovuto.

Un esempio concreto?

Riassumendo, per usare le parole spese dal sottosegretario Baretta per rispondere all’interrogazione parlamentare che ha sollevato il caso: “La parte variabile della tariffa va computata solo una volta, considerando l’intera superficie dell’utenza, composta sia dalla parte abitativa sia dalle pertinenze situate nello stesso comune”.

Un esempio concreto  è quello dell’appartamento preso in considerazione grazie all’interrogazione parlamentare del deputato grillino, di Polignano a Mare, vicino a Bari. L’abitazione, in uso a 4 persone, è di 100 metri quadrati ed è dotata di un garage di 30 metri e di una cantina di 20 metri. Il comune ha applicato i 2 euro della quota fissa ai 100 metri dell’abitazione e al 50 per cento della superficie di box e scantinato. Quindi ha aggiunto - e per ogni singolo cespite catastale, non unicamente per l’alloggio - i  141 euro della quota variabile, in questo modo moltiplicata per tre. Risultato? 673 euro richiesti contro i 391 che erano effettivamente da pagare, stando alla risposta ufficiale data dal rappresentante del ministero dell’Economia.

Come tutelarsi?

Come detto, si aspettano  ulteriori chiarimenti ed eventuali provvedimenti d’ufficio pro tartassati. Conviene attendere qualche giorno, recuperare le bollette (o chiedere i duplicati, se non si trovano) e vedere che cosa succede. Il contribuente che si ritiene danneggiato ha comunque sempre diritto a chiedere al comune la restituzione delle somme pagate in più negli ultimi 5 anni (retroattivamente non si può andare oltre) o la compensazione nella bolletta dell’anno prossimo. Poi, in caso di no esplicito al rimborso, entro 60 giorni può presentare ricorso alla commissione tributaria provinciale. In caso di silenzio-rifiuto, da parte del comune, la procedura è simile e ci sono 5 anni di tempo (così spiegano Sole 24 Ore e Aduc) per fare opposizione (sempre alla commissione tributaria). Se un’amministrazione comunale ha esternalizzato la gestione del tributo, il contribuente deve inoltrare l’istanza di rimborso alla società incaricata e non al comune.

A chi chiedere aiuto?

Alcuni comuni fornisco moduli standard per la richiesta di rimborso. Commercialisti e avvocati tributaristi garantiscono consulenze e assistenza, a pagamento. Punti di riferimento preziosi – gratuiti o previo versamento della quota di iscrizione annuale – sono le associazioni di consumatori e di utenti. Ad occuparsi da tempo delle imposte sui rifiuti “gonfiate”, da prima che scoppiasse il caso, è a il Movimento difesa consumatori, con la campagna Sos Tari (difesadelcittadino.it). Aduc ha messo a punto un’articolata scheda informativa (aduc.it). Il Codacos  (codacons.it) annuncia azioni collettive nelle città in cui ritiene che ci siano stati  errori di calcolo palesi, in primis:  Milano, Genova, Ancona, Siracusa, Catanzaro, Rimini e Napoli. Anche Pistoia e Catanzaro (che ammette una percentuale bassissima di calcoli sbagliati) sono sotto osservazione.

Colpi di spugna? No grazie

Massimo Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, commenta: "È evidente che la Tari gonfiata va immediatamente restituita dai comuni colpevoli, senza che il contribuente sia costretto a procedere a complicatissimi calcoli per accertare se è incappato o meno nell’errore. Come già promesso da alcuni sindaci – continua - devono essere i comuni stessi, con un provvedimento di autotutela, a rifare i calcoli e a restituire spontaneamente e automaticamente i soldi indebitamente percepiti, senza che il cittadino sia obbligato a presentare domanda di rimborso o, peggio ancora, a ricorrere in commissione tributaria" . E, ancora: "Quanto all’annuncio di chiarimenti da parte del Mef – sempre parole di Dona - sia chiaro che ci sono già stati e che non accetteremo colpi di spugna con emendamenti notturni per sanare la posizione dei comuni responsabili, a danno dei consumatori".

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