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Cosa succede davvero in sala parto?

di Flora Casalinuovo
Cosa succede davvero in sala parto? 1 - 4.00/5

Ce lo chiediamo pensando agli abusi commessi dai medici all’ospedale di Reggio Calabria e alle violenze raccontate dalle madri nella campagna #bastatacere. Perché un momento così speciale spesso si trasforma in un incubo? Abbiamo raccolto le storie di 3 mamme. E il parere di un’ostetrica, che invita a denunciare

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Ce lo chiediamo pensando agli abusi commessi dai medici all’ospedale di Reggio Calabria e alle violenze raccontate dalle madri nella campagna #bastatacere. Perché un momento così speciale spesso si trasforma in un incubo? Abbiamo raccolto le storie di 3 mamme. E il parere di un’ostetrica, che invita a denunciare

«È il momento più importante della tua vita e vorresti solo dei ricordi splendidi. Invece non è così». È una frase che macchia i racconti di tante madri che hanno deciso di aderire alla campagna contro la violenza ostetrica #bastatacere: un movimento social che in questi giorni ha portato alla luce centinaia di storie di abusi, fisici e psicologici, che le donne subiscono quotidianamente nelle sale parto degli ospedali italiani. Episodi dolorosi che nel peggiore dei casi sfociano in tragedia, come accaduto all’ospedale di Reggio Calabria dove 4 medici sono stati arrestati e 7 sospesi in quello che è stato chiamato “il reparto degli orrori”, con i professionisti che nascondevano lesioni, errori e aborti non richiesti.

E allora viene spontaneo chiedersi cosa significhi oggi partorire in Italia. I dati dell’Istat e dell’Istituto superiore di sanità fotografano solo le nascite (488.000 nel 2015) e l’età media delle madri (31,6 anni, mentre nel resto d’Europa è intorno ai 29). Siamo il Paese europeo dove si effettua il maggior numero di cesarei (36,7%) e la mortalità materno-infantile riguarda 10 casi ogni 100.000, quando la media mondiale dei Paesi avanzati è 20 su 100.000. Ma non esistono ricerche sui casi di piccole violenze e soprusi al momento del parto, spesso catalogati come normali procedure mediche.

I REPARTI SONO DIVENTATI BAMBINIFICI «Le donne non si sentono ascoltate: è questo il filo rosso che unisce le testimonianze che abbiamo raccolto per la campagna #basta tacere» spiega Alessandra Battisti, una delle coordinatrici di Human rights in childbirth Italy, l’associazione che ha lanciato l’iniziativa. «Non solo subiscono interventi non necessari come l’episiotomia, cioè il taglio del perineo, il muscolo tra ano e vagina, e la manovra di Kristeller, vietata in molti Paesi europei, in cui il medico spinge con l’avambraccio sulla pancia della mamma per favorire l’uscita del neonato.

Le donne sono anche schiacciate dalla disorganizzazione: per esempio, il rapporto ostetrica-paziente dovrebbe essere di 1 a 1, invece spesso si cambiano più assistenti per turni o per carenza del personale. Una volta raccolte tutte le voci delle neomamme faremo emergere i numeri di queste violenze: esiste già una proposta di legge in Parlamento che propone di introdurre il reato di violenza ostetrica e di avviare tutte le iniziative che servono per diffondere un parto più naturale, fisiologico e attivo. Purtroppo resiste lo stereotipo della gravidanza come dolore e come miracolo. I soprusi vengono ridimensionati e confinati nelle confidenze delle protagoniste. Invece bisogna denunciare quello che si subisce».

MANCA EMPATIA TRA MEDICI E PAZIENTI Errori e problemi organizzativi nelle sale parto italiane sembrano all’ordine del giorno. «I tagli alla sanità hanno trasformato i reparti di ostetricia in bambinifici» conferma Alessandra Graziottin, direttore del Centro di ginecologia all’ospedale San Raffaele Resnati di Milano. «Per esempio, è assurdo che nel 2016 in tante strutture non sia garantita l’epidurale 24 ore su 24 per alleviare la sofferenza. Invece ci troviamo medici e ostetriche che non hanno la minima empatia e vivono in un frullatore fatto di più parti in contemporanea. Eppure basterebbe guardare negli occhi la paziente, mettersi nei suoi panni e parlarle. In pochi minuti anche una gravidanza a basso rischio si può trasformare in tragedia per colpa del destino, magari perché il cordone ombelicale si attorciglia intorno al collo del piccolo. Spiegare ciò che succede e rassicurare è un gesto semplice e risolutivo, però è una rarità».

Conferma Sara Ferrari, 45 anni, consulente: «È vero, io del parto ricordo soprattutto il mutismo dei medici. E la mia paura. Per dare alla luce Eduardo ci sono volute 30 ore, che ho trascorso sola. Ma il peggio è arrivato dopo: il bimbo è stato ricoverato 10 giorni in Patologia neonatale perché aveva rischiato l’asfissia ed era prematuro, ma nessuno si degnava di regalarmi una frase di conforto o, peggio ancora, di spiegare quello che era successo e come sarebbe stato il futuro del mio bambino». Per Paola Fausone, 39enne, libera professionista, l’errore di un anestesista ha avuto conseguenze gravi: «Quando è nato Francesco hanno sbagliato a farmi l’epidurale: mi si è anestetizzata la parte sinistra del corpo, dalla testa in giù, e non riuscivo a spingere. Urlavo in quella stanzone, sola con mio marito, medici e ostetriche si palesavano solo per farmi fretta. Sembrava una catena di montaggio. Ho riacquistato la sensibilità dopo settimane».

SERVONO PIÙ CORSI PREPARTO L’empatia e la comprensione verso le mamme, però, potrebbero non bastare per dare più colore a questa grigia fotografia del parto. «Oggi le donne si mettono completamente nelle mani del ginecologo» dice Maria Vicario, presidente della Federazione nazionale dei collegi ostetriche. «Invece devono reclamare i propri diritti: la libertà di muoversi dal lettino, di rifiutare certi trattamenti. Ma per farlo devono essere informate su quello che le aspetta: ai corsi preparto c’è un’affluenza scarsa, nel Lazio si ferma al 10% delle gestanti, in Toscana arriva al 50% ed è il massimo. Certo, i posti per le lezioni in ospedale sono pochi rispetto alle esigenze e negli ultimi anni hanno chiuso metà dei consultori. Per questo, abbiamo chiesto al ministro della Salute Beatrice Lorenzin di intervenire per migliorare questo aspetto. Intanto, è importante che le donne si informino. E pretendano di essere ascoltate».

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