Cosa succede davvero in sala parto?

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    Credits: Mauro Paillex
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    Credits: Mauro Paillex

    «CERCAVO DI MUOVERMI, MA MI HANNO COSTRETTA A LETTO» Isabella Colombo, 40 anni, giornalista di Modica (RG)

    «Ormai Filippo ha 7 anni, ma ogni volta il giorno del suo compleanno è velato dai ricordi negativi. Ero arrivata al parto serena e preparata, i problemi sono iniziati quando mi hanno somministrato l’ossitocina per stimolare le contrazioni: i dolori somigliavano a un bombardamento, cercavo di muovermi per trovare la posizione migliore come mi avevano spiegato al corso preparto, ma l’ostetrica mi ha costretta a letto e ha bollato le mie richieste come un inutile teatrino. Mentre spingevo e urlavo, il personale chiacchierava dei fatti propri e rideva. Poi la ginecologa ha praticato la manovra di Kristeller per favorire l’uscita del neonato: non ero pronta e le ho tirato un pugno, l’ho vissuta come una violenza. Così quando doveva nascere Agnese, la mia seconda figlia, ho preparato il piano del parto, una carta con scritte le mie preferenze e i miei diritti, e l’ho consegnata in ospedale. Mi hanno riso in faccia».

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    Credits: Mauro Paillex

    «LEONE È RIMASTO SENZA OSSIGENO. PER 5 ORE NON MI HANNO DETTO NULLA» Francesca Angeleri, 41 anni, scrittrice di Torino

    «Quando mi si sono rotte le acque sono corsa in ospedale, avevo delle tracce di sangue e la prima frase che mi sono sentita dire è stata: “Suo figlio potrebbe essere rimasto senza ossigeno, non sappiamo che conseguenze avrà”. Dopodiché il ginecologo se ne è andato. Così ho vissuto le 5 ore del travaglio come un incubo, cercavo di capire come stesse Leone ma nessuno si pronunciava. Il momento peggiore? Quando mi hanno fatto l’episiotomia: non mi hanno avvertita, nessuno si degnava di parlarmi e la ferita mi ha dato problemi per settimane. Leone è nato in perfetta salute, ma la gioia del momento è svanita presto. Chiedevo degli antidolorifici, ma il personale me li negava perché, testuali parole, “il parto porta sofferenza”. A me ha dato solo rabbia».

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    «DOPO UN GIORNO DI TRAVAGLIO HANNO DECISO PER IL CESAREO» Elisabetta Piccinini, 38 anni, insegnante di Milano

    «Cinque anni fa ho dato alla luce Giulia. Mi si sono rotte le acque la domenica notte, mia figlia è nata all’alba di martedì. In quelle 30 ore è accaduto di tutto: l’ostetrica che mi costringeva a salire e scendere le scale; lo scollamento delle membrane, dolorosissimo. Ho chiesto l’epidurale e me l’hanno concessa dopo parecchio tempo, con l’infermiera che sottolineava di aver fatto 3 figli senza anestesia. All’improvviso non si sentiva più il battito della piccola e mi hanno fatto il cesareo. Perché hanno aspettato così tanto? Hanno messo a rischio la vita di mia figlia? Il giorno dopo cercavo di darle il latte e non ci riuscivo. Un’ostetrica, senza dire una parola, mi ha schiacciato il seno e ha urlato “Si fa così”. In quei giorni in cui io ero fragile ho trovato solo maleducazione».

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    L’OSTETRICA: «CHIEDETE IL RISPETTO DEI VOSTRI DIRITTI»

    Gabriella Pacini è presidente dell’associazione Freedom for birth-Rome action group. «La soddisfazione più grande me l’ha regalata una mamma che mi ha confessato: “Mi sono sentita una Ferrari, voi ostetriche e i medici eravate i meccanici ai box”. Ecco, questa dovrebbe essere l’essenza del nostro lavoro» dice l’ostetrica. «Invece oggi viviamo una competizione spietata con i ginecologi, che vogliono trasformarci in vallette. Così in sala parto si respirano tensione e indifferenza. Il problema maggiore? L’eccessiva medicalizzazione del momento. Pensiamo all’episiotomia: l’Organizzazione mondiale della sanità la raccomanda solo se indispensabile, infatti in tanti Paesi si pratica solo nel 10% dei casi. Da noi non esistono percentuali certe, perché sul tema regna l’omertà, ma si arriva anche al 70%. Durante il travaglio si fanno anche troppe visite vaginali, che sono invasive e irrigidiscono la donna. E si ricorre molto all’induzione con i farmaci, quando diversi studi dimostrano che può peggiorare le condizioni del bebè. Bisogna invertire la rotta: per questo dico alle donne di denunciare e lottare per i propri diritti».

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    Credits: Mauro Paillex

    Queste immagini sono state scattate dal medico-fotografo Mauro Paillex e fanno parte della mostra “Venire al Mondo”, che si è tenuta ad Aosta fino al 17 aprile. Il catalogo è edito dalla Regione Autonoma Valle D’Aosta.

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di

Flora Casalinuovo

Ce lo chiediamo pensando agli abusi commessi dai medici all’ospedale di Reggio Calabria e alle violenze raccontate dalle madri nella campagna #bastatacere. Perché un momento così speciale spesso si trasforma in un incubo? Abbiamo raccolto le storie di 3 mamme. E il parere di un’ostetrica, che invita a denunciare

«È il momento più importante della tua vita e vorresti solo dei ricordi splendidi. Invece non è così». È una frase che macchia i racconti di tante madri che hanno deciso di aderire alla campagna contro la violenza ostetrica #bastatacere: un movimento social che in questi giorni ha portato alla luce centinaia di storie di abusi, fisici e psicologici, che le donne subiscono quotidianamente nelle sale parto degli ospedali italiani. Episodi dolorosi che nel peggiore dei casi sfociano in tragedia, come accaduto all’ospedale di Reggio Calabria dove 4 medici sono stati arrestati e 7 sospesi in quello che è stato chiamato “il reparto degli orrori”, con i professionisti che nascondevano lesioni, errori e aborti non richiesti.

E allora viene spontaneo chiedersi cosa significhi oggi partorire in Italia. I dati dell’Istat e dell’Istituto superiore di sanità fotografano solo le nascite (488.000 nel 2015) e l’età media delle madri (31,6 anni, mentre nel resto d’Europa è intorno ai 29). Siamo il Paese europeo dove si effettua il maggior numero di cesarei (36,7%) e la mortalità materno-infantile riguarda 10 casi ogni 100.000, quando la media mondiale dei Paesi avanzati è 20 su 100.000. Ma non esistono ricerche sui casi di piccole violenze e soprusi al momento del parto, spesso catalogati come normali procedure mediche.

I REPARTI SONO DIVENTATI BAMBINIFICI «Le donne non si sentono ascoltate: è questo il filo rosso che unisce le testimonianze che abbiamo raccolto per la campagna #basta tacere» spiega Alessandra Battisti, una delle coordinatrici di Human rights in childbirth Italy, l’associazione che ha lanciato l’iniziativa. «Non solo subiscono interventi non necessari come l’episiotomia, cioè il taglio del perineo, il muscolo tra ano e vagina, e la manovra di Kristeller, vietata in molti Paesi europei, in cui il medico spinge con l’avambraccio sulla pancia della mamma per favorire l’uscita del neonato.

Le donne sono anche schiacciate dalla disorganizzazione: per esempio, il rapporto ostetrica-paziente dovrebbe essere di 1 a 1, invece spesso si cambiano più assistenti per turni o per carenza del personale. Una volta raccolte tutte le voci delle neomamme faremo emergere i numeri di queste violenze: esiste già una proposta di legge in Parlamento che propone di introdurre il reato di violenza ostetrica e di avviare tutte le iniziative che servono per diffondere un parto più naturale, fisiologico e attivo. Purtroppo resiste lo stereotipo della gravidanza come dolore e come miracolo. I soprusi vengono ridimensionati e confinati nelle confidenze delle protagoniste. Invece bisogna denunciare quello che si subisce».

MANCA EMPATIA TRA MEDICI E PAZIENTI Errori e problemi organizzativi nelle sale parto italiane sembrano all’ordine del giorno. «I tagli alla sanità hanno trasformato i reparti di ostetricia in bambinifici» conferma Alessandra Graziottin, direttore del Centro di ginecologia all’ospedale San Raffaele Resnati di Milano. «Per esempio, è assurdo che nel 2016 in tante strutture non sia garantita l’epidurale 24 ore su 24 per alleviare la sofferenza. Invece ci troviamo medici e ostetriche che non hanno la minima empatia e vivono in un frullatore fatto di più parti in contemporanea. Eppure basterebbe guardare negli occhi la paziente, mettersi nei suoi panni e parlarle. In pochi minuti anche una gravidanza a basso rischio si può trasformare in tragedia per colpa del destino, magari perché il cordone ombelicale si attorciglia intorno al collo del piccolo. Spiegare ciò che succede e rassicurare è un gesto semplice e risolutivo, però è una rarità».

Conferma Sara Ferrari, 45 anni, consulente: «È vero, io del parto ricordo soprattutto il mutismo dei medici. E la mia paura. Per dare alla luce Eduardo ci sono volute 30 ore, che ho trascorso sola. Ma il peggio è arrivato dopo: il bimbo è stato ricoverato 10 giorni in Patologia neonatale perché aveva rischiato l’asfissia ed era prematuro, ma nessuno si degnava di regalarmi una frase di conforto o, peggio ancora, di spiegare quello che era successo e come sarebbe stato il futuro del mio bambino». Per Paola Fausone, 39enne, libera professionista, l’errore di un anestesista ha avuto conseguenze gravi: «Quando è nato Francesco hanno sbagliato a farmi l’epidurale: mi si è anestetizzata la parte sinistra del corpo, dalla testa in giù, e non riuscivo a spingere. Urlavo in quella stanzone, sola con mio marito, medici e ostetriche si palesavano solo per farmi fretta. Sembrava una catena di montaggio. Ho riacquistato la sensibilità dopo settimane».

SERVONO PIÙ CORSI PREPARTO L’empatia e la comprensione verso le mamme, però, potrebbero non bastare per dare più colore a questa grigia fotografia del parto. «Oggi le donne si mettono completamente nelle mani del ginecologo» dice Maria Vicario, presidente della Federazione nazionale dei collegi ostetriche. «Invece devono reclamare i propri diritti: la libertà di muoversi dal lettino, di rifiutare certi trattamenti. Ma per farlo devono essere informate su quello che le aspetta: ai corsi preparto c’è un’affluenza scarsa, nel Lazio si ferma al 10% delle gestanti, in Toscana arriva al 50% ed è il massimo. Certo, i posti per le lezioni in ospedale sono pochi rispetto alle esigenze e negli ultimi anni hanno chiuso metà dei consultori. Per questo, abbiamo chiesto al ministro della Salute Beatrice Lorenzin di intervenire per migliorare questo aspetto. Intanto, è importante che le donne si informino. E pretendano di essere ascoltate».

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